De Luca: "Io uomo-immagine? Sì, ma servono Roma e Milano"

Il noto giornalista romano afferma: "Baseball sport fantastico, l'unico ad essere individuale e di squadra al tempo stesso. Ma non può esistere senza le due metropoli. Per gli eventi dobbiamo anche saper imparare dagli altri"

Dici Massimo De Luca e pensi alla "Domenica Sportiva", solo per ricordare l'ultimo suo impegno professionale. Ma dici anche "Pressing" sulle reti Mediaset e "Tutto il calcio minuto per minuto" alla radio, dove fu chiamato a raccogliere l'eredità del mitico Roberto Bortoluzzi. Adesso dici Massimo De Luca e pensi anche al baseball, perché Massimo dopo anni di giornalismo radiotelevisivo ha pensato di mettersi a disposizione di una delle sue passioni, quel batti e corri che scoprì da ragazzo all'Acquacetosa e che praticò anche nelle giovanili della Lazio.
Massimo De Luca, nato e cresciuto a Roma e trapiantato a Milano da una ventina d'anni per motivi professionali. Possiamo cominciare proprio da qui, da due metropoli che sono al centro della vita italiana ma che ormai sono alla periferia del mondo del baseball. Ma può esistere un grande baseball senza Roma e Milano?
"No, non può esistere. Perché nel baseball, come nel basket, come nella pallavolo e in tutti gli sport non puoi pensare di fare a meno delle grandi città. Roma e Milano sono imprescindibili, se vogliamo valorizzare il nostro campionato, così come l'ideale sarebbe poter giocare a Torino, a Napoli, a Palermo. Ricordo di aver visto la prima partita di baseball nel '64 all'Acquacetosa e ricordo un bel po' di gente sulle tribune, così come ricordo che il giorno dopo i giornali parlavano della partita che avevo visto. Ricordo le sfide con Milano, che aveva addirittura più di una squadra, l'Europhon di Gigi Cameroni e di "Biro" Consonni, la Gbc di Mangini che escogitava i trucchi più incredibili per vincere e quando usciva dal dugout veniva coperto di fischi e pernacchie, lo stesso Pirelli. Insomma sono passati tanti anni ma i ricordi di quelle partite restano, come il valore di queste città che vanno recuperate, soprattutto se vogliamo recuperare spazio sui media, adesso che gli orari delle notturne non agevolano certamente la stampa".
E dunque hai deciso di metterti a disposizione soprattutto per questa operazione. Ma come è nata questa candidatura? E poi si parlava addirittura di un tuo impegno come Presidente…
"E' una proposta che mi era già stata fatta cinque o sei anni fa, ma allora ero in una fase intensa della mia attività lavorativa e non potevo pensarci. E avevo pensato sinceramente di rifiutare anche quest'anno, se non avessi incontrato uno come Claudio Carnevale. Così ci siamo conosciuti, ci siamo frequentati, ci siamo scambiati tante idee, sono stato qualche volta anche in azienda da lui e l'ho visto all'opera, ma nessuno dei due voleva decidersi a candidarsi alla presidenza. Così abbiamo cominciato un minuetto: vai avanti tu, no vai avanti tu. Alla fine ho vinto io e alla presidenza si è candidato lui…. Scherzi a parte, sarà Claudio il candidato alla presidenza perché lo ritengo un imprenditore di grande esperienza e managerialità, con capacità e conoscenze di bilanci e progettazioni. Insomma un manager molto importante e preparato. Certo, né io né lui abbiamo grande conoscenza della macchina federale, ma lui ha una visione imprenditoriale e io posso aggiungere la mia esperienza specifica nella comunicazione, posso essere un mezzo testimonial del baseball sfruttando la mia relativa popolarità e i rapporti personali che ho coltivato in tutti questi anni vissuti nel mondo dello sport ad alti livelli, dal presidente del Coni in giù. Ci integreremo bene, anche perché lui vorrebbe affidarmi un ruolo di vicariato. Per questo, ti ripeto, se non avessi incontrato Carnevale, avrei detto di no".
Come presenteresti Carnevale al mondo del baseball?
"Parto da una osservazione: il nostro è un mondo piccolo, in cui è statisticamente difficile trovare una persona con queste caratteristiche. Qui abbiamo un imprenditore di livello, con un'azienda quotata e con grandi interessi negli Stati Uniti, che oltre tutto ha giocato a baseball in serie A e lo ricordo benissimo come catcher di Giulio Glorioso nella Lazio. Quindi un appassionato, uno dei nostri che ha fatto molta strada, insomma una pepita d'oro che il nostro baseball non può permettersi di lasciare lì, infruttuosa. Per come l'ho conosciuto, non è un uomo che ama o che cerca la ribalta, anzi è un sottomarino, che lavora nell'ombra ma sa dove andare a colpire. Ha costruito un'impresa di successo con sedi nel mondo e ha salvato il baseball a Roma mettendoci del proprio. Insomma, statisticamente, quando ce ne capiterà un altro così?".
Tu stesso hai fatto notare che sia tu, sia Carnevale non siete esperti della macchina federale. Come pensate di cavarvela?
"Cercheremo di avere dei buoni compagni di ventura, punteremo sul consiglio federale e sul nuovo segretario che avrà un ruolo cardine. Puntiamo ad avere un'intesa stretta lui ed io e poi ad estenderla ai consiglieri".
Compresi eventualmente i consiglieri uscenti legati alla gestione Fraccari?
"Sì, perché noi non siamo qui per fare delle battaglie contro qualcuno. Si vuole lavorare per migliorare la situazione e non abbiamo preclusioni nei confronti di nessuno. Forse con l'attuale gestione si sarebbe potuti arrivare ad una convergenza, se ci fosse stata più disponibilità. Noi ci troveremo bene con chiunque possa portare delle idee. Ma ripeto, qui non c'è un regime da abbattere, non c'è da tirare una riga. E' un normale dibattito che si deve sviluppare in una federazione: un'alternanza democratica, non un post dittatura".
Torniamo al tuo ruolo: se sarai eletto dovrai essere l'uomo immagine del baseball.
"Sì e non sarà facile, come non è facile trovare spazio per tutti gli sport minori. Purtroppo in Italia c'è la monocultura imperante del calcio… Però dobbiamo provarci distinguendo bene i due settori di operatività: da una parte i media, diciamo così, elettronici, dall'altra quelli tradizionali. La carta stampata ha cambiato le proprie caratteristiche, il web e la tv digitale hanno cambiato la situazione della comunicazione. Con le partite in notturna che finiscono ad orari impossibili le nostre notizie per i giornali diventano vecchissime, perché verrebbero pubblicate due giorni dopo. Per cui dobbiamo cercare di interessarli con storie e con personaggi. Ma dobbiamo anche cambiare il modo di offrire il nostro prodotto, a partire da un campionato che non può durare solo tre mesi: come fai a promuoverlo? Quindi alla base dell'immagine ci dovrà essere una necessaria riforma dell'attività, per renderla più appetibile. Per quanto riguarda il web e la tv, dobbiamo partire dalla valorizzazione di quello che abbiamo: la diretta Rai è stata una conquista importante, è l'unica cosa che puoi vendere effettivamente ad uno sponsor. Una cosa a cui non possiamo rinunciare, ma che va migliorata. A fianco della diretta va cercato però un prodotto complementare, magari dei brevi highlight settimanali da produrre per la tv ma da mettere anche a disposizione sul web, in modo che siano consultabili ad ogni orario e destinati anche al mercato estero. E' un passo da fare, rivedendo i costi dell'operazione Rai o trovando altri fondi. Per sintetizzare: l'immagine va migliorata seguendo due filoni: curare i contatti con i media e migliorare il prodotto che proponiamo".
Parlare di immagine significa anche parlare di eventi. Che idee hai in proposito?
"Dobbiamo anche imparare dagli altri. Guarda come è cambiato il rugby negli ultimi anni: si può dire che esisteva un rugby pre Sei Nazioni e il rugby di adesso. Quasi due sport diversi. Noi dobbiamo lavorare su ogni singolo evento che possiamo promuovere: dalla nazionale alle partite dei club. Andare nelle scuole, sui giornali, serve un martellamento pubblicitario. Ma si può fare. Ti faccio un esempio personale: nei primi anni Ottanta Roma non aveva più la A1 del basket, ma si trovò ad ospitare una finale di coppa delle Coppe tra Cantù, allora guidata da Valerio Bianchini, e Barcellona. Poiché qualche anno prima io avevo ideato la trasmissione radiofonica Tuttobasket, Cantù si rivolse a me per promuovere l'evento. Oltre tutto si giocava al Palaeur che è grande e l'idea di riempirlo li preoccupava. Ma ci mettemmo al lavoro e, nonostante lo sciopero dei mezzi pubblici, riuscimmo a portare un sacco di gente. Tanto che lo stesso Bianchini qualche anno dopo, quando decise di tornare a Roma, disse che una delle cose che lo avevano convinto fu la grande passione dei romani per il basket dimostrata in quella serata. E citò anche il mio lavoro. Insomma, ogni evento va supportato, dobbiamo convincerci che non siamo nessuno per pensare che la gente si accorga di noi da sola. Se non abbiamo più pubblico non è perché Fraccari abbia fatto dei disastri, ma perché c'è stata una lenta, inarrestabile erosione".
Tu hai citato il rugby: ma loro hanno riempito l'Olimpico e San Siro, noi organizzando i mondiali in Italia non siamo riusciti a riempire lo stadio di Reggio Emilia…
"Vero, ma gli All Blacks hanno un marchio che si vende da solo. Così come i Boston Celtics. La gente vuole i grandi nomi, è abituata a vedere in tv lo sport ai massimi livelli. Purtroppo il mondiale che si giocò in Italia non era il massimo livello del nostro sport, il grande evento potrebbe essere la partita di Major League. Ma dobbiamo cercare di rivalutare anche il nostro baseball: in fondo nel basket la gente vede la Nba in tv ma poi va a vedere anche la propria squadra al palazzetto".
Possiamo chiudere con un po' di ottimismo?
"Sì, perché lentamente si può tornare almeno ai livelli di pubblico e di popolarità che avevo scoperto io nel '64. Perché il baseball è uno sport fantastico, l'unico ad essere individuale e di squadra al tempo stesso. Certo, da noi ha sfondato nel dopoguerra perché interpretava la cultura americana allora dominante. Ma non è che adesso non conti più… Insomma, non posso promettere miracoli, ma con il lavoro e la fatica qualcosa si può fare. E con la collaborazione delle società che devono lavorare su ogni singolo evento con un po' di fantasia e offrire qualcosa di più. Io posso certamente coordinare e indirizzare anche il loro lavoro".

Informazioni su Elia Pagnoni 48 Articoli
Nato a Milano nel 1959, Elia Pagnoni ricopre attualmente il ruolo di vice capo redattore dello sport al quotidiano "Il Giornale", dove lavora sin dal 1986. E' stato autore di due libri sulla storia del baseball milanese.

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