Occhiali da sole e un elegante completo beige. Francisco Cervelli si presenta così sul diamante del Kennedy per la tradizionale e grande festa di inizio stagione del Milano. Tutte le squadre rossoblù schierate, dal mini baseball all’Under 12, dal softball fino alla serie A, pubblico delle grandi occasioni e, altro ospite d’eccezione, anche il presidente federale Marco Mazzieri.
Ma gli occhi sono tutti per lui: il ct dell’Italia che ha fatto sognare al Classic. Bambini, ragazzi, famiglie: tutti in fila per una foto, un autografo, una parola. E lui non si tira indietro, anzi. Disponibile, sorridente, dentro la gente.
Cervelli torna su quei giorni tra Houston e Miami con emozione ancora viva, sottolineando quei bellissimi momenti di un’avventura incredibile che ha avuto importanti ricadute. L’onda lunga del Classic ha acceso i riflettori su tutto il movimento. E ora Cervelli vuole proseguire col massimo impegno per far crescere tutto il nostro baseball e portare più talenti italiani in azzurro. Ecco l’intervista che ha rilasciato a Baseball.it in esclusiva.
Francisco, ad un mese dal Classic, che immagine ti è rimasta più impressa di quella straordinaria esperienza?
“Che si può fare tutto. Eravamo considerati gli underdog del girone di Houston, sulla carta la terza forza dietro squadroni come Stati Uniti e Messico. Poi nei quarti di finale abbiamo affrontato anche Portorico. Vincere contro di loro sarebbe stato un sogno. E invece abbiamo dimostrato che, se ti organizzi bene e lavori nel modo giusto, puoi arrivare ovunque. È questo che mi porto dentro: la prova concreta che nulla è impossibile.”
Quando hai capito che qualcosa stava davvero cambiando?
“Credo sinceramente che il punto di svolta è stato un anno fa, con l’Elite all’Europeo: siamo arrivati secondi, perdendo la finale 6-5 contro una squadra piena di giocatori di Major League. Lì è cambiato il mio pensiero. Al Classic sono arrivato con una mentalità vincente. L’ho detto il primo giorno a me stesso e alla squadra. Non siamo qui solo per partecipare, siamo qui per vincere. E lo credevo davvero. Il gruppo era spettacolare. Ora dobbiamo lavorare tutti insieme per portare più italiani al World Baseball Classic, però dobbiamo assolutamente continuare ad alzare il livello.”

Che messaggio hai lasciato ai ragazzi alla fine del torneo?
“Per me siete voi i veri campioni. Si è parlato tanto dell’Italia, perché nessuno pensava che avremmo fatto quei risultati. Si è parlato degli azzurri anche più che di chi ha vinto, il Venezuela. Abbiamo battuto probabilmente la squadra più forte del mondo, gli Stati Uniti, e siamo usciti contro il Venezuela, i campioni del WBC, in una partita giocata punto a punto. Eravamo a solo 7 out dalla grande sorpresa. Ma soprattutto abbiamo creato qualcosa che va oltre il risultato e ne vado molto orgoglioso: un impatto, una speranza, un entusiasmo nuovo. In Italia nessuna guardava il baseball, abbiamo avuto 7 milioni di persone che ci hanno seguito, anche di notte, contro Portorico e le altre. Questo è il segnale più importante. Creare rumore per quello che facciamo, e tutto questo è con il cuore. Ho preso un breve periodo di vacanza dopo il Classic, nella Repubblica Dominicana. E’ tutto cambiato, non ti posso spiegare… Era come quando giocavo con i New York Yankees, la gente mi riconosceva, mi salutava e mi chiedeva dell’Italia perché nessuno si aspettava di vedere la squadra in semifinale con un record di 5-0. Ora sono in Italia da questa settimana per continuare il mio lavoro, perché credo in questo progetto, credo nei giovani italiani e dobbiamo aiutarli”.
Dopo la conferenza stampa della semifinale, sei stato applaudito più volte e vi siete abbracciati con il manager del Venezuela che la sera dopo ha vinto il Classic. Cosa ti ha detto Omar Lopez?
“Che abbiamo fatto un torneo incredibile. Che siamo stati una squadra difficilissima da battere, di continuare ad andare avanti su questa strada. Complimenti bellissimi. Ma io non mi sento il protagonista: io sono solo il manager della nazionale. Il merito è dei ragazzi e di tutto lo staff che mi aiuta. Da solo non si costruisce niente.”

Hai ricevuto messaggi anche dal Venezuela?
«Sì, diversi. Amici ed ex compagni come Víctor Martínez e Gerardo Parra che oggi sono nello staff tecnico della nazionale venezuelana. Mi hanno chiamato dicendo che siamo stati una squadra difficilissima da affrontare in semifinale, veloce e potente, e questo lo sapevano molto bene. Ciò dà ancora più valore a quello che abbiamo realizzato.”
Cosa ti ha insegnato, a livello personale, questa esperienza?
“Che quando fai le cose con il cuore e ti impegni in un progetto, perseguendo con tutte le tue forze l’obiettivo, tutto cambia. Spesso pensiamo solo al risultato, ma la vera differenza è nel lavoro quotidiano. Io ho girato l’Italia per mesi, zitto zitto, spesso in incognito, a cercare giocatori. Anche quando al campo sembra che nessuno guardi, qualcuno ti osserva sempre. E da lì nasce tutto.»
Qual è ora il prossimo obiettivo?
“Le Olimpiadi. È quello il traguardo principale. Ma per arrivarci dobbiamo continuare a costruire, soprattutto sui giovani.”
Come intendi muoverti nei prossimi mesi?
“Continuerò a lavorare sul campo. Sono impegnato con la Nazionale Under 23, incontreremo la Fortitudo Bologna, faremo altre partite e creeremo occasioni per far crescere i ragazzi. I giovani devono sentire pressione, devono avete la voglia di venire all’Elite, capire cosa significa arrivare lì. In Italia si investe ancora troppo poco su di loro: dobbiamo seguirli, aiutarli e dare speranza. È da lì che passa il futuro del nostro baseball.”
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