«Peccato, il traguardo dei Giochi di Tokyo era lì a pochi passi»

Il presidente Fibs Andrea Marcon si rammarica per la mancata qualificazione ma la stagione «è stata positiva da molti punti di vista». Il massimo dirigente annuncia la sua ricandidatura «per terminare il lavoro fatto nei primi quattro anni»

Lauro Bassani (PhotoBass)
Andrea Marcon, Presidente FIBS
© Lauro Bassani (PhotoBass)

Con l’inatteso insuccesso nel torneo di qualificazione di Parma e Bologna (soprattutto nelle proporzioni, con tre sconfitte finali e un quinto posto dietro anche alla Repubblica Ceca) e con la riuscitissima giornata delle finali nazionali giovanili, uno dei fiori all’occhiello della Fibs targata Andrea Marcon, è calato il sipario sulla stagione 2019. E’ dunque il momento di fare un riepilogo, un bilancio di quello che è accaduto in questi mesi, con un occhio a quello che accadrà nel 2020, l’anno dell’assemblea.

Presidente Marcon, partiamo dalla delusione per le tre sconfitte di fila nel torneo di qualificazione sui diamanti emiliani, che hanno portato alle dimissioni del manager Gilberto Gerali. Quanto brucia il modo in cui abbiamo perso l’aereo per Tokyo 2020?

Ezio Ratti (NADOC)
Il Presidente  Marcon durante le gare di Parma e Bologna

«Ovviamente la delusione è tanta perché il traguardo era lì a pochi passi. Sono convinto che abbiamo fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità per arrivare ai Giochi Olimpici, purtroppo ci sono state squadre che si sono dimostrate in quel momento più forti di noi. Ci tengo però subito a ringraziare Gibo Gerali per quello che ha fatto in questi anni e mi spiace che il suo percorso si sia interrotto in questo modo. Fare un resoconto all’indomani delle sconfitte nel torneo di Parma e Bologna è senz’altro difficile, ma va riconosciuto che gli altri si sono dimostrati meglio di noi sul campo. Il roster di Israele è compatto e affidabile, ma in quella partita abbiamo avuto noi un cedimento a livello mentale»

Si è fatto un’idea in queste ultime settimane di chi potrebbe essere il nuovo condottiero della nazionale italiana o almeno come dovrebbe essere?

«Tre anni fa avevamo indicato chiaramente che il percorso era diviso in due: da un lato quello che portava a Tokyo, dall’altra la crescita dei nostri ragazzi in vista del futuro. Purtroppo ora ci rimane solo il secondo e quindi il nuovo manager della nazionale dovrà necessariamente lavorare sui nostri ragazzi per farci trovare pronti quando, ci si augura, andranno affrontate le stesse sfide che abbiamo appena perso. Vorrei sottolineare comunque che questo è quanto andiamo dicendo dal momento dell’insediamento: Olimpiadi e Classic sono percorsi differenti che vanno affrontati in modi differenti rispetto all’altra attività che deve puntare anche allo sviluppo degli atleti. L’Europeo 2019 era collegato strettamente alle Olimpiadi perciò mi spiace che se qualcuno finge di non saperlo». 

Come considera la stagione che sta andando in archivio?

«Io credo che sia innegabile che sia stata positiva da molti punti di vista: a livello di club siamo campioni d’Europa sia nel baseball che nel softball, nel quale si è aggiunta anche la Coppa delle coppe. Abbiamo vinto l’undicesimo titolo europeo con le ragazze. Le qualificazioni del softball sono andate benissimo. Le nostre squadre giovanili sono andate tutte alle World Series e questa è la dimostrazione che il movimento produce ancora dei talenti su cui dobbiamo lavorare per il futuro. Il campionato aveva una sua struttura, però è venuto a mancare il Rimini, in una situazione in cui era impossibile recuperare: mancavano dieci giorni all’inizio. Poi vedo anche le situazioni delle altre nazioni, non solo europee. Parlo con gli altri presidenti e sento quello che raccontano e mi dico: certamente il lavoro da fare per crescere e migliorare è tanto, ma noi partiamo da una base e da una tradizione da rispettare e valorizzare che sono invidiabili e invidiate dalla grande parte del movimento internazionale; chi non vede o non vuole vedere questo, manca di rispetto a 70 anni della nostra storia».

Prima di disputare un campionato a sette si è parlato di un allargamento a dodici squadre. Perché non si è riusciti a mettere in atto questo allargamento?

«E’ innegabile che esista un divario nettissimo tra tre società e il resto del gruppo, perché sono quelle che hanno delle potenzialità sotto l’aspetto economico che le rende al momento inarrivabili. Nel calcio la Juve vince da quasi dieci anni. Bisogna ricominciare, ripartire. Io credo che le esperienze di Godo, Redipuglia e Castenaso siano state assolutamente positive. Piano piano bisogna cominciare a crescere. Io spero che smettano di spaventarsi quelle società che possono fare il salto e che realtà importantissime come ad esempio Grosseto si rimettano nel posto dove devono stare».

Si è vociferato di un campionato a 24 squadre. Quanto è fattibile un progetto del genere? Magari con una prima fase a quattro gironi e poi poule scudetto e poule retrocessione?

«Il numero giusto non so se è dodici, sedici o ventiquattro. Bisogna far capire alle squadre che devono avere il coraggio di farlo. Quest’anno ci sono state anche delle vittorie inaspettate. Certamente è difficile ipotizzare che lo scudetto venga vinto al di fuori del lotto delle big, magari succederà fra cinque anni, intanto cominciamo a lavorarci. Nessuno vieta un allargamento, dobbiamo solo far capire alle società che è possibile farlo. Noi vogliamo allargare e lo stiamo dicendo da quando siamo entrati. Io sono convinto che Godo, Redipuglia e Castenaso metteranno le loro esperienze al servizio delle altre società che possono entrare a far parte di questa squadra, facendo loro comprendere che si può fare un certo tipo di baseball  con  risorse che non sono quelle di Bologna, San Marino e Parma. Bisogna comunque considerare tante cose, anche perché mi viene chiesto un campionato in un determinato numero di settimane, giocato in una certa maniera. Occorre insomma trovare una quadra. Di certo c’è che ventiquattro partite sono assolutamente poche. Si può giocare in tanti modi, però una soluzione la troviamo di sicuro».

Come giudica gli esperimenti di velocizzazione visti a Parma e Bologna? 

«Io non ho visto problematiche, da parte dei giocatori, per l’acquisizione delle nuove disposizioni. Abbiamo assistito a Parma e Bologna a partite di 2 ore e venti, 2 ore e mezza che sono un tempo assolutamente ragionevole. La novità dei sette inning io non la voglio nemmeno discutere. Chi ha preso questa decisione vedrà nei termini pratici se la cosa è funzionale o meno. Io sono favorevole a qualsiasi cosa serva per attrarre più gente allo stadio. Sul fronte degli spettatori c’è stato un incremento anche perché le piccole realtà portano spettatori inizialmente anche solo per la curiosità. Si può fare ancora meglio, in termini di accoglienza e di offerta di un’esperienza positiva allo stadio. Ci sono dei bacini di utenza che sono abbastanza tranquilli per loro caratteristica e  altri  nei quali probabilmente qualsiasi cosa si possa portare a compimento ci sono delle difficoltà mostreranno una risposta tiepida, ma è così per ogni proposta sportiva o d’intrattenimento. L’importante è portare avanti un progetto che possa presentarsi con le carte giuste sul territorio».

Stiamo entrando nell’anno dell’assemblea elettiva. 

«E’ ancora presto per parlare di date anche se il “gossip” in merito è lanciato da tempo. La mia candidatura comunque è scontata e non riesco neanche a capire chi è possa avere detto in giro che io non mi ricandido, che non ne avrei intenzione. Abbiamo lavorato duramente in questi tre anni. Ovviamente non posso pretendere che tutti siano d’accordo con quello che abbiamo fatto, ma credo che nessuno possa negare che quello che abbiamo affrontato sia stato il periodo più complicato della Federazione. Ma, al di là dell’attività e dei risultati sportivi, e invito gli amici del baseball e del softball che sono amanti dei dati e delle delle statistiche a fare il punto, rispetto a quanto è successo in passato è stato un quadriennio di grandissime soddisfazioni. Questo è un gruppo che credo meriti assolutamente di essere riconfermato per portare a compimento tante cose che sono state fatte e altre che dobbiamo ancora terminare». 

Cosa si vanta di aver fatto in questo quadriennio? 

«Il vantarmi è un’attività che non mi appartiene. Guardo sempre a quello che ho da fare piuttosto che a quello che ho fatto. Di certo però il quadriennio si chiuderà con una Federazione migliore di quella che ho trovato, sia sotto l’aspetto economico che sotto l’aspetto organizzativo. Ci sarà tempo per elencare quanto fatto e sarò felice di rispondere a tutte le domande che mi verranno rivolte. Avrò anche io qualche domanda da fare e sono ansioso di avere le risposte».

Ha qualche rammarico?

«Quello della formula del campionato di A1 è stato il più grande ‘adattamento forzato’ cui mi sono sottoposto, perché l’ho presa con i piedi di piombo per venire incontro alle esigenze di tutti. Oggi penso che probabilmente abbiamo perso troppo tempo. L’allargamento che oggi più che mai appare indispensabile poteva essere già partito. Ma le maniche sono già rimboccate da tempo per il recupero».

Maurizio Caldarelli
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Giornalista del quotidiano "Il Tirreno" di Grosseto, collabora anche con la Gazzetta dello Sport.