A lezione dal World Baseball Classic

Il torneo voluto dalla MLB è stato sicuramente un successo mondiale. Con interessanti risvolti anche in Italia dove tifosi hanno seguito con passione le gesta degli azzurri di Mazzieri. Ma cosa dobbiamo imparare da tutto ciò?

Si è concluso da poco quello splendido evento che va sotto il nome di World Baseball Classic. Un Mondiale per professionisti che non è però un vero e proprio Mondiale. Infatti, rispetto a qualsiasi altro sport, il criterio di partecipazione è stato finora su invito, con alcune formazioni già qualificate e altre no. Ciononostante è stato un successo con 885.000 spettatori complessivi e ben 66 sponsor coinvolti.
Un evento, il WBC che potrebbe essere in grado di far rientrare il baseball quanto prima alle Olimpiadi. Lo speriamo tutti. Intanto, in queste poche righe, vorrei cercare di analizzare gli ingredienti del successo dell'evento e, soprattutto, cosa possiamo – noi europei – imparare e, perché no, replicare nelle nostre manifestazioni continentali per renderle appetibili al pubblico, agli sponsor e ai media. Ma qui c'erano i campioni della MLB, direte voi. Certamente, tutto vero.
Al netto che sarebbe impossibile avere gli stessi giocatori di MLB durante una European Cup per club o un Campionato Europeo (che tipicamente si disputano a stagione ancora in corso in molti paesi) cosa potremmo fare per alzare il livello di gioco e offrire un prodotto di qualità al pubblico? Semplice, fare un passo indietro per farne due avanti. Il WBC ha dimostrato, anche in Italia, che con una formazione composta da giocatori nostrani e da altri connazionali d'oltreoceano i tifosi si sono sentiti comunque rappresentati e hanno tifato con passione. Perché allora limitare gli stranieri e/o i comunitari nella European Cup? Perché lamentarci di un'Italia poco italiana, ma vincente, agli Europei? I regolatori a livello europeo (Commissione Tecnica della CEB, ndr) dovrebbero capire che se gli stadi si riempiono è anche perché ci sono i campioni, quelli veri, che garantiscono spettacolo, qualità e, non ultimo, interesse. Il livello di gioco è tutto: basti pensare ai vecchi mondiali IBAF e a questo Classic.
Un secondo aspetto che ha alimentato il successo del Classic è stata sicuramente la formula, per quanto ancora non definitiva. L'idea dei gironi di qualificazione in più località e composti da poche squadre ciascuno, seguiti da altrettanti pool in altre città ancora… Ecco, tutto ciò ha alzato il tasso di interesse nei confronti del torneo, ne ha aumentato l'appeal per gli sponsor, ha permesso di raggiungere piazze in via di sviluppo (Israele e Brasile per citarne un paio) e non solo. Senza dimenticare la consequenzialità e linearità del formato (prima ti qualifichi, poi passi al turno successivo e così via, come in tutti gli sport) ma anche la durata stessa dell'evento ha contribuito a tenere alto l'interesse: da Settembre 2012 a Marzo 2013.
In Europa avviene tipicamente il contrario: ti qualifichi l'anno prima per un evento che sarà l'anno successivo, ma solo se avrai sconfitto le società/rappresentative nazionali peggio classificate nell'anno precedente… Che senso ha? Per di più il tutto da disputarsi in estate, interrompendo così i campionati. Perché invece non sfruttare anche la primavera e l'autunno? Atene, Messina, Palermo, Roma, Barcellona, Israele, Malta, Portogallo potrebbero garantire condizioni ideali (e paragonabili alla Florida) sia in primavera che in autunno… Ma soprattutto occorre fare in modo che i tornei di qualificazioni servano a quello! Non è infatti detto che un club/Nazionale forte quest'anno lo possa essere anche l'anno successivo (ad esempio per questioni finanziarie) ma, sopratutto, il fatto di "chiudere il giro" nell'arco di pochi mesi tiene alto l'interesse dei tifosi, dei media e degli sponsor.
Infine, la copertura televisiva. Non possiamo disperdere l'interesse e la competenza dimostrata da Sportitalia. La telecronaca era piacevole, ritmata e competente. Occorre trovare un modo per coinvolgerli, così come già stanno facendo il basket e la pallavolo. Chi negozia i diritti televisivi delle manifestazioni europee? Le federazioni ospitanti oppure la CEB? Occorre anche in questo una strategia che sappia vendere un pacchetto completo, così come fatto da altri sport.
Giocatori, format e copertura televisiva: tre pilastri fondamentali per rendere il prodotto baseball più interessante e coinvolgente per pubblico, sponsor e media. Se infatti è vero che non possiamo permetterci di disperdere quel capitale prezioso che è stata la performance positiva degli Azzurri a questo Classic, è altrettanto prezioso che la CEB e le federazioni nazionali imparino da questo evento come si comunica e commercializza un prodotto. O almeno lo speriamo.

Informazioni su Marco Micheli 86 Articoli
Nato nel 1980, metà trentino e metà vicentino (ma veronese d'adozione), vive e lavora a Milano dove si occupa della comunicazione nel Sud-Europa per Boston Consulting Group (BCG), la multinazionale della consulenza aziendale. Grande appassionato di tutto ciò che è USA, dallo sport ai "dunkin' donuts", dai grattacieli della East Cost alle spiagge assolate della West. Marco scopre il baseball all´età di 10 anni quando, complice un regalo della madre insegnante, inizia a calpestare lo storico diamante della Polisportiva Praissola sotto la guida del "mitico" Bissa. Gli anni dell´università lo allontanano dalla terra rossa, prima a Feltre e poi a Milano. Ma è con il conseguimento della laurea in Relazioni Pubbliche allo IULM di Milano e il conseguente viaggio-premio a Boston che si ritrova e decide di curare la comunicazione dei Dynos Verona. Due anni favolosi, densi di soddisfazioni e ricordi indimenticabili, impegnato nella promozione del sodalizio scaligero sulla stampa locale e sportiva. Per Baseball.it scrive del "batti e corri" giocato nella sua terra, il Nord-Est, ma non disdegna di "intrufolarsi" anche in questioni a carattere nazionale e internazionale.

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