La resa di Torino e la rassegnazione del baseball

La Juve chiude i battenti. La federazione non può restare immobile e deve fare di tutto per salvare lo storico club bianconero. Il baseball fatica a sopravvivere nelle grandi città dove i Comuni non sono mai dalla sua parte

Tristezza è la parola più immediata, più scontata forse, ma certamente l più appropriata che ci viene in mente. Davanti alla notizia che la Juve chiude (o richiude, se vogliamo ricordare l'ancor più clamoroso addio del '97) i battenti, non ci viene nemmeno più la rabbia dei tempi migliori. Ormai quello del baseball sembra un popolo rassegnato: si arrende anche Torino, che pure aveva avuto il coraggio di ricominciare, seguendo l'orgoglio di Mario Bruno, collega e personaggio vulcanico, organizzatore, instancabile cercatore di sostentamenti, uomo di comunicazione e di idee, anche se magari criticato per il modo in cui ha trasformato il sito ufficiale della sua società in un blog dove gira la notizia, ma inevitabilmente anche il pettegolezzo, l'invidia di questo mondo perennemente all'ombra dei campanili .
Mario forse non sarà un personaggio facile, magari a qualcuno starà anche antipatico, ma è indubbio che ce l'ha messa tutta per riportare in alto il baseball a Torino, lui che a Passo Buole ha vissuto i tempi d'oro della serie A seguendo le orme del padre, quelli di una Juve Lancia che non ha mai sfiorato lo scudetto ma che si è sempre battuta con orgoglio dando fastidio a tutti. O quelli della Juve anni Novanta dell'avvocato Gatti, che aveva portato a Torino tanti giocatori di primissimo piano e per qualche anno ha vissuto nei quartieri alti del baseball, probabilmente oltre le sue possibilità, tanto che poi è arrivato l'inevitabile crac.
Adesso siamo di nuovo a fondo, ma una cosa è certa: Bruno e la Juve non devono farsene una colpa. La realtà è che il baseball (come tanti altri sport) fatica troppo a sopravvivere nelle grandi città, dove i Comuni non sono mai dalla tua parte, ma – chissà perché – sono sempre contro. Anche quando pensi che abbiano fatto qualcosa per te, perché il tunnel coperto di Passo Buole è invidiato da tutti, poi ti presentano sempre inevitabilmente il conto.
Il Comune di Torino come quello di Milano, come quello di Roma: ti lasciano a lottare nelle tue case decrepite, che una volta erano all'avanguardia (l'Acquacetosa primo impianto illuminato in Italia, il Kennedy gioiellino degli anni Sessanta, Passo Buole con la sua tettoia che ti proteggeva da tutto e il tram fuori dai cancelli), ma che col tempo sono diventate dei ruderi, senza che le amministrazioni nemmeno se ne accorgessero, perché provate a chiedere a qualche assessore delle megalopoli se sa dove si trovano e chi gioca in questi stadi…
Leggere che la Juve chiude perché non ha più i soldi per soddisfare il Comune di Torino è come legere che la Roma ha salvato l'Acquacetosa destinata a divenire un parcheggio solo perché il suo presidente ha messo mano al portafoglio; è come leggere che il Milano da quattro stagioni è costretto a giocare fuori Milano in connubio col Senago perché al Kennedy non si possono più accendere le luci e chissà quando qualcuno le riaccenderà, in un balletto di rimbalzi di competenze tra il Comune e i vari gestori privati del centro che portano all'immobilismo più vergognoso.
E mentre leggi di queste disperazioni delle squadre cittadine, scopri che fortunatamente c'è anche chi riesce a risolvere i problemi perché comuni meno giganteschi ma evidentemente più vicini allo sport trovano il modo di sistemare i conti con le società cittadine. D'altra parte non è un mistero che nelle città di provincia (da Parma a Grosseto, da Piacenza a Nettuno) si riesca a fare qualcosa perché ci sono amministrazioni che ti danno il giusto contributo per gestire gli impianti, o nella peggiore delle ipotesi non ti chiedono cifre spropositate di affitto. Nelle grandi città no, è tutto il contrario: sei tu che devi dare il contributo al Comune se vuoi fare sport e poi magari ti mettono a disposizione dei campi che sono infrequentabili o raffazzonati.
C'è una certa disparità di trattamento che purtroppo penalizza queste realtà, ma il baseball se vuole sopravvivere non può e non deve fare a meno delle grandi città, perché sono quelle che ti possono aiutare ad uscire dall'anonimato in cui questo sport è finito. Per questo la federazione non può e non deve restare insensibile ed immobile davanti a queste situazioni. E' in questi casi che un presidente deve far valere il proprio peso politico davanti alle amministrazioni delle città metropolitane, dove i club fanno fatica a parlare con gli assessori una volta l'anno e non riescono nemmeno ad avvicinarsi alle anticamere del sindaco. Farsi ricevere dal primo cittadino di Orvieto o di Montefiascone può essere un onore, farsi ascoltare da Alemanno, Pisapia o Fassino (o almeno dai loro assessori) un dovere.
In un momento in cui si parla di allargamento della IBL1, di recupero di città e regioni ormai da troppo tempo marginalizzate, perdere Torino è un colpo letale. Speriamo che Fraccari, se dovesse succedere a se stesso, o chi eventualmente lo sostituirà possano correre ai ripari. Anche se rischia di essere troppo tardi.

Informazioni su Elia Pagnoni 50 Articoli
Nato a Milano nel 1959, Elia Pagnoni ricopre attualmente il ruolo di vice capo redattore dello sport al quotidiano "Il Giornale", dove lavora sin dal 1986. E' stato autore di due libri sulla storia del baseball milanese.

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