Il Grande Spirito che rivive sui diamanti americani

Decine sono stati i giocatori di diverse tribù (Sioux, Apache, Comanche, Seminoles) che hanno raggiunto la Major League. Il primo fu Louis Sockalexis con i Cleveland Spiders. Oggi i più famosi sono Jacoby Ellsbury e Joba Chamberlain

L'evocazione del grande spirito e il volo dell'aquila non hanno cessato di esistere e rivivono quotidianamente nei "ballpark" del Nord America. Il baseball è tremendamente popolare in tutti i continenti dando prova di una vera anima universale che viene celebrata ogni anno. Questa anima ha un nome e si chiama "globalizzazione" che non ha nulla a che vedere con la "guerra fredda" di un mercato in competizione dove capitali economici generano profitti soltanto per pochi eletti attraverso un criterio vampiresco di succhiare sangue alla povera gente. No, la "globalizzazione" dell'Old Game è il punto d'incontro di una solidarietà ritrovata, del buon senso comune e dell'appartenenza alle varie origini, alle varie culture e all'attaccamento millenario verso la nostra Terra. Asiatici, europei, australiani, sud-americani, uomini bianchi, neri, meticci e creoli, tutti praticano il gioco della vita. Ma c'è un'altra etnia, affascinante e misteriosa, tanto cara ai nostri cuori di fanciulli, che fa parte di questo sogno quotidiano e nonostante abbia subito devastazione e sterminio da parte degli europei è riuscita a ritagliarsi uno spazio importante e a scrivere capitoli significativi nella storia del Vecchio Gioco. Sono gli Indiani, i pellerossa, quelli di "Toro Seduto", di "Geronimo", di "Orso Bianco", di "Cavallo Pazzo" di "Aquila Rossa". Tribù come i Sioux, gli Apache, i Comanche, i Seminoles e tante altre, furono protagoniste di diverse vittorie ottenute contro gli uomini bianchi, i "visi pallidi".
Ai grandi capi indiani vennero riconosciute doti quali l'astuzia, l'intelligenza e la grande strategia nelle battaglie sostenute per la libertà. Vi fu addirittura un capo indiano che si chiamava Giuseppe, della tribù dei "Nasi Forati", che fu un grande combattente. La sua abilità nella guerriglia pare si insegni ancora oggi nella base militare americana di West Point. Sappiamo tutti com'è finita questa guerra. Tante furono le vittime da entrambe le parti e alla fine i "visi pallidi" ebbero la meglio e si impossessarono dei territori degli indiani relegando i superstiti in piccole zone del continente nord-americano denominate "riserve". Col passare degli anni, fino ai nostri giorni, la comunità indiana è cresciuta e tuttora rappresenta un robusto movimento nel tessuto sociale americano, sempre presente nel rivendicare e nel promuovere i diritti e la giustizia sociale nei confronti delle etnie più deboli.
Lo spirito di Manitou, il possente frastuono della corsa del bisonte e i canti crepuscolari degli indiani da sempre hanno contribuito a creare fascino e mistero. Non di meno negli stadi di baseball di tutta America, dove la presenza di giocatori appartenenti a varie tribù di nativi indiani ha contribuito enormemente all'integrazione e all'inserimento dei pellerossa nella società. Molti conoscono la storia dell'integrazione dei giocatori di colore nel baseball, ma pochi sanno quella dei nativi americani. I fan di tutto il mondo conoscono le due squadre di Major League, Cleveland Indians e Atlanta Braves. Entrambi i nomi si riferiscono agli Indiani d'America, anche se le squadre stesse non hanno alcun legame con la cultura tribale. Ma sicuramente pochi conoscono i nomi di Charles Bender o Louis Sockalexis, leggendari giocatori di baseball che erano realmente Indiani d'America. I nativi vennero a contatto con il baseball nei primi decenni dell'Ottocento. Gli esploratori Lewis e Clark, durante il loro viaggio nel Nord America, cercarono di insegnare una prima versione del gioco agli indiani di Nez Perce (tribù della regione pacifica del Nord-Ovest). Anche i prigionieri indiani giocavano a baseball e il più importante fu il guerriero apache Geronimo a Fort Sill, in Oklahoma. Alla fine del 1800, gli adolescenti pellerossa furono portati via con la forza dalle loro famiglie per essere civilizzati, come si diceva, nelle scuole lontano dalle riserve. Per i ragazzi indiani, il baseball fu uno strumento di integrazione e capirono che era sicuramente un modo per sopravvivere. Il 22 aprile del 1897 Louis Sockalexis, della tribù di Penobscot, divenne il primo degli Indiani d'America a giocare a baseball nella massima lega con i Cleveland Spiders dell'American Association. Sei anni più tardi "Chief" Bender, uno Ojibwe, fu il primo degli indiani a giocare nell'American League e fu il primo ad essere eletto nella National Baseball Hall of Fame.
Le tribù avevano tutte una lunga tradizione nel gioco del baseball, sia fuori che dentro le riserve. Ci furono anche giocatori che calcarono la Major League con antenati pellerossa, e quindi mezzosangue, come Gene Bearden, Johnny Bench, Howie Fox, Nippy Jones, Ernie Koy, Roy Meeker, Willie Stargell, Joseph Tipton, Jim Toy, Thurman Tucker, Virgil Trucks, Zack Wheat e Early Wynn. Jacobus "Jim" Franciscus Thorpe, figlio di un irlandese e di madre pellerossa (tribù Sac e Fox), fu sicuramente l'atleta più famoso che ebbe grandissima fama anche fuori degli Stati Uniti. Vinse due ori olimpici nel pentathlon e nel decathlon, fu una stella del football americano a livello universitario e professionistico e giocò in Major League con i New York Giants, Milwaukee Brewers, Cincinnati Reds e Boston Braves. Thorpe è l'unico atleta di tutti i tempi ad aver realizzato 3 homerun in una gara in tre stati differenti. Tutto avvenne durante una partita di semi-pro, in uno stadio costruito al confine con Texas-Oklahoma-Arkansas. Il primo homer venne realizzato a sinistra e la pallina rimbalzò in Oklahoma. Il secondo homer sorvolò la recinzione a destra e la pallina rimbalzò in Arkansas. Il terzo homer fu un "inside the park", per cui la pallina rimase in Texas! I titoli olimpici del 1912 gli furono ritirati proprio per aver giocato a baseball da professionista, e gli vennero restituiti (postumi) dal CIO solo nel 1983.
Moses Yellow-horse, un Pawnee, è considerato da molti storici come il primo mezzosangue indiano a giocare in formazioni di baseball professionistico. Moses giocò con i Pittsburgh Pirates per due anni, dal 1921. Rimase anche famoso perché nella stagione del 1922 colpì Ty Cobb con un lancio in mezzo agli occhi. Questo episodio fu sicuramente provocato da Cobb che, posizionandosi al piatto, lo aveva insultato con frasi razziste. Ci sono stati nella storia del baseball 14 giocatori che venivano comunemente chiamati "chief". Al contrario dei giocatori neri alcuni Indiani d'America giocavano nei campionati più importanti già da decenni. Per la cronaca fu riconosciuto agli Indiani la cittadinanza statunitense nel 1924. I nativi sperimentarono nel mondo del baseball un mix di razzismo e di accettazione. Potevano giocare, a differenza dei neri, ma erano pur sempre considerati dei selvaggi. Attualmente ci sono due fenomenali giocatori di origini pellerossa in Major League, nelle due squadre rivali per antonomasia: Jacoby Ellsbury e Joba Chamberlain. Jacoby Ellsbury è navajo e gioca esterno centro per i Boston Red Sox. Joba Chamberlain è mezzo Winnebago e lancia per i New York Yankees. Con i Cardinals di St. Louis gioca il lanciatore Kyle Lohse (Nomlaki) e questi tre sono attualmente gli unici Indiani d'America nelle Major.

Il Blog di Beppe Carelli

Beppe Carelli
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Beppe Carelli, nato a Pescara nel 1958, è stato indotto nella Hall of Fame del baseball italiano nel 2008. Ha debuttato in Serie A nel 1975 col Milano e, dopo un intervallo nel Codogno, si è trasferito a Rimini dove ha giocato per ben 18 anni, dal '77 al '94. Ha vinto sei scudetti con i Pirati risultando leader stagionale come media battuta per due volte, fuoricampo (nel 1981 e nel 1993) e come punti battuti a casa. Vanta 116 presenze in Nazionale avendo partecipato a 12 manifestazioni internazionali con due titoli europei e all'Olimpiade di Los Angeles nel 1984. Iniziò la carriera come lanciatore per trasformarsi in esterno e sfruttare appieno la sua potenza di bomber. Nel Mondiale dell'86 in Olanda ottenne una straordinaria media battuta, .478, davanti ai cubani Pacheco e Linares e primeggiò nei punti battuti a casa. Nel 1972 è campione di Europa under 18, nella stessa categoria è il miglior battitore nell'Europeo giocato a Rimini nel 1975. Nel massimo campionato ha ottenuto 1.151 valide, 220 fuoricampo e 926 punti battuti a casa in 873 partite giocate. Collabora con Baseball.it come opinionista per la rubrica "Visto da...".

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