Ricky Matteucci entra nella Leggenda

Giovedì sera, prima di gara1 contro Rimini, al Falchi verrà ritirata la casacca col numero 33 del mancino che ha giocato per 24 anni in Fortitudo: battitore da 1299 valide e 817 RBI, ma anche lanciatore da 50 partite vinte e 22 salvezze

Il ritiro della maglia, nello sport, è sempre un evento. Un giorno di festa, un momento di straordinaria emozione. Coriandoli di sorrisi e un mare di ricordi. Tanta pacche sulle spalle, con qualche angolo di nostalgia nel cuore. Succede regolarmente così quando si celebra chi entra nella leggenda. Lo si fa con i grandi giocatori, i valorosi capitani, le "bandiere" di un Club.
Riccardo "Ricky" Matteucci giovedì sera dentro il "Falchi" della sua Bologna guarderà il cielo e gli sembrerà di afferrare la luna con le mani. La Fortitudo, prima della partita con la Telemarket Rimini, ritirerà il suo numero 33 che nessun altro giocatore potrà avere l'onore di indossare.
Riccardo riavvolgerà rapidamente la pellicola d'una bella storia. Ripercorrerà con la mente, con gli occhi, con il cuore due decenni e mezzo di carriera nella massima serie, tutte con la casacca della Fortitudo Baseball. Lampi di gloria negli occhi di Ricky, lì nello stadio che è stato il tempio delle sue imprese. Lampi d'orgoglio sul volto anche di altri "fenomeni" degli Anni ottanta e novanta, che verranno ad omaggiarlo: grandi compagni di squadra come Vincenzo "Vic" Luciani, Umberto "il professore" Calzolari, Alberto "Toro" Rinaldi, Federico "Kiko" Corradini, Gianni Lercker, Stefano Malaguti, Angelo Baldi, Publio Vasquez, Angel Argentieri, Roberto "Whity" Bianchi, Alex Giorgi, Andrea Landuzzi, Gabriele "Bebe" Messori, Marco Mazzieri, Roberto Radaelli, David Sheldon, David Rigoli, Lele Frignani, Claudio Liverziani, Stefano "Bidi" Landuzzi, Fabio Betto, Fabio Milano. E altri "personaggi" ancora, tra i quali Marco Nanni il manager della Fortitudo Unipol, che ha giocato in squadra con Matteucci nel 1984 e poi dal 1990 al 1995 e nel 2001.

Riccardo Matteucci sarà il quarto campione nella storia della Fortitudo Baseball con il privilegio di vedere la propria maglia venire ritirata. E' successo con la casacca numero 8 di Umberto Calzolari, il primo ad avere avuto questo riconoscimento, con la numero 20 di Toro Rinaldi (ritirata nel 2000) e con la numero 11 dell'indimenticabile Alfredo Meli (ritirata nel 2003).

Ricky, com'è cominciata tutta la storia? Quando hai scoperto il baseball, e come?

"L'ho scoperto per caso ai Giardini Margherita. C'erano tanti ragazzi che si divertivano a giocare a baseball, sui pratoni del principale parco pubblico di Bologna. Un giorno, passando casualmente da lì, mi fermai a guardare. Io ero un ragazzetto. Quel gioco m'incuriosì. Un signore mi vide mentre stavo tirando la pallina con la mano sinistra e gentilmente mi disse: ‘Ehi, ragazzo, vorresti venire a giocare a baseball con noi?'. Debbo a quella persona, Marcello Perich, ex-giocatore, allenatore, profondo innamorato di questo sport, immancabile in questi anni alle partite della Fortitudo, se ho avuto l'opportunità e la fortuna di scoprire e di conoscere questo meraviglioso gioco. Perich mi portò nelle Calze Verdi, a Casalecchio, dove ho fatto il settore giovanile. Campionato allievi, campionato cadetti. Fino al 1975 quando… venne introdotta nella serie A la regola che obbligava le Società a schierare in una partita quattro giocatori under 18. Ragazzi sotto i diciott'anni. La Fortitudo prese me, Alex Giorgi, Mario Giorgi e Roberto Saletti. Quella squadra, sponsorizzata Grappa Canonier, si piazzò al terzo posto. Fu l'anno del formidabile Craig Minetto e della sua impressionante fastball. Italoamericano, era stato mandato qui in Italia per collaudare nel nostro campionato il recupero da un infortunio al braccio subìto mentre giocava nella squadra di Singolo A dei Montreal Expos. Da noi risultò pitcher praticamente intoccabile: lanciò in 21 partite, fece 15 ‘complete' e 5 shutout, vinse 16 partite e confezionò 252 strikeout con 0.92 di media pgl. Quel campionato in Italia gli servì da trampolino di lancio per entrare nel mondo della Major League e due anni dopo, in MLB, Minetto sconfisse i New York Yankees!".

Quand'eri nel settore giovanile, immaginavi che saresti diventato un campione?
"No. Quando sei piccolo giochi perché ti diverti. In quel periodo m'incuriosiva il fatto d'essere mancino e capire, scoprire che cosa avrei potuto fare da mancino in uno sport come il baseball. L'interpretavo come una cosa particolare. In quel periodo giocavo anche a basket, però le mie chances di andare avanti nella pallacanestro erano molto limitate rispetto al baseball. E così feci la scelta. Venne naturale. Il baseball mi appassionava. Ho ossessionato per anni tutti i parenti, da mia madre alla mia famiglia. Anzi, vorrei dire che una carriera così lunga non la fai se non hai una moglie e due figli con tutta la pazienza che hanno avuto".

Sei nella storia come uno dei più grandi battitori di tutti i tempi della Fortitudo e del baseball italiano. Quasi 1300 battute valide, uno straordinario 457 di percentuale slugging in carriera. Ma qual è stato il primo aspetto che ti ha affascinato del baseball?
"A me piaceva lanciare. Anzi, in serie A cominciai proprio come pitcher. In quel 1975, nella partita dei giovani, io lanciavo. Ero il "partente" di quella gara. Poi, piano piano ho preso sempre più confidenza con il box di battuta e facevo questa vita parallela di lanciatore e battitore. Allora c'era appunto questa figura, che poi è diventata sempre più rara nel baseball. Oggi tutti sono specialisti, non c'è più chi – in un campionato di alto livello – interpreta entrambi i ruoli. Anche perché c'è il DH, che va a battere al posto del lanciatore. A me veniva naturale fare entrambe le cose. C'è da dire che io ho sempre giocato a baseball per pura passione, per amore di questo sport. Quando ci sei dentro, te ne innamori totalmente. Io ho cominciato presto a lavorare, negli anni ottanta quando lo sponsor era la Biemme cominciai a fare il rappresentante per l'azienda che sponsorizzava la Fortitudo. Ho sempre lavorato. E il baseball l'ho fatto per passione, e con tanta passione. Non ho avuto tante presenze in maglia azzurra proprio per via degli impegni di lavoro".

Ricky, la tua conformazione fisica robusta, un po' massiccia, è nello stile degli sluggers americani. Grande forza. Però la forza, da sola, non basta a spiegare il successo…
"All'inizio non ero così. Sono diventato più grosso dopo. C'è stato un momento in cui si faceva, in fase di preparazione atletica, un certo lavoro importante sotto il profilo della pesistica. Mi pare attorno al 1984, 1985. Ricordo che in quegli anni non sapevo mai se fare i pesi o no, perché alla vigilia di ogni stagione mi dicevano: da quest'anno non lanci più, ti dedichi esclusivamente alla battuta. Ma poi… arrivavano situazioni d'emergenza, oppure certe cose sul monte non andavano come si sperava, e allora mi dicevano: forse è meglio se torni a lanciare. Di conseguenza, facevo sì la preparazione muscolare ma con cautela, con attenzione, perché sapevo che mi aspettava anche il ruolo di lanciatore. Che ha caratteristiche ovviamente molto differenti da quelle di battitore. Chiaro che nel box di battuta ho sfruttato molto la mia costituzione fisica grossa, la forza muscolare. In realtà, ho fatto molti meno fuoricampo di quelli che avrei potuto fare. E' stata una scelta. La scelta di giocare per la squadra. I "doppi" dritti contro la rete mi riuscivano bene, è stata la mia specialità, e quando c'erano compagni sulle basi da spedire a punto ho sempre preferito quel tipo di battuta: sicuro, efficace. Anziché avventurarmi alla ricerca del fuoricampo, che a volte può riuscire ma altre volte no. Ecco perché ho sempre avuto molto punti battuti a casa. La costanza in allenamento e la solidità mentale sono importanti nel buon rendimento di un battitore, tuttavia conta anche tanto quel che madre natura ti regala. L'istinto, il talento. Sono risorse fondamentali, perché nel tempo – con il passare degli anni – il fisico accusa inevitabilmente una flessione. E un forte battitore rimane tale se mantiene, anno dopo anno, certe medie. Chiaro che anche l'esperienza ti aiuta. Il baseball è uno sport nel quale l'esperienza conta molto. Vedo tante volte dei battitori che buttano via un mucchio di turni perché non pensano. E invece è fondamentale saper selezionare i lanci e non farsi tradire dalla frenesia, dall'impazienza, bensì aspettare la palla che ti piace. Quella che ti senti sicuro di battere bene. Credo che per la mia carriera di battitore mi abbia aiutato il fatto d'essere anche un lanciatore, perché nella guerra dei nervi con il pitcher avversario cercavo di immaginare cosa avrei fatto io se fossi stato in quel momento sul monte di lancio"

Come l'hai vissuta, se c'è stata, la rivalità con un compagno di squadra come Roberto Bianchi? Lui il trascinatore, il fuoricampista per eccellenza, tu il "re dei doppi". Lui una carriera da 1307 battute valide e 288 homers tra Bologna, Milano, Parma, Rimini, Modena, con 384 di media battuta e 730 di slugging percentage; tu con 1299 valide tutte con la casacca della Fortitudo, 257 doppi, 65 fuoricampo, 817 RBI, 334 di average e 457 di slugging.
"Non c'è mai stata rivalità fra noi. Semmai una piacevole concorrenza, vissuta con energia positiva. Era stimolante avere in squadra un campione, un amico come Roberto Bianchi, straordinario battitore. E in questa sana competizione, dove l'uno cercava di battere più dell'altro, a beneficiarne era la squadra. C'è stato un anno nel quale ho battuto più di lui, mi pare fosse la regular season del 1988, e in pochissimi possono aver avuto questo onore. Ovviamente lui, in carriera, con la sua potenza e i suoi tanti fuoricampo, è stato irraggiungibile. Il rapporto che ho avuto con Bianchi è sempre stato ottimo, ci siamo sentiti telefonicamente alcuni giorni fa, lui vive da tempo a Milano, probabilmente giovedì verrà a Bologna. Roberto in campo era un trascinatore, un leader, senza essere presuntuoso. Assolutamente una persona squisita. Racconto un aneddoto. Io da battitore mancino soffrivo i forti lanciatori mancini. Forse mi mettevo più problemi del dovuto. In una partita, al mio primo turno di battuta non ero tanto convinto, l'avversario era un pitcher mancino e io giravo la mazza più che altro per evitare lo strikeout. Feci un turno inefficace. Ricordo che Bianchi e Radaelli uscirono dal dugout e mi sgridarono ma al tempo stesso incoraggiandomi, incitandomi, stimolandomi. "Cosa fai? Gira quella mazza come si deve e come sai, tu sei il grande Ricky Matteucci!". Così mi dissero. E fu talmente eccitante sentire due compagni di squadra sostenerti e coinvolgerti così, che dal successivo turno nel box di battuta ero trasformato. Quella partita la vincemmo con un fuoricampo di Roberto Bianchi e con un fuoricampo mio. E per me fare un homer ad un lanciatore mancino fu un fatto straordinario. Merito dei compagni di squadra che mi avevano galvanizzato".

Siete stati, tu e Bianchi, due battitori dalle caratteristiche diverse…
"Lui batteva a tutto campo, battute imperiose con la parabola alta tipica del fuoricampista. Io battevo dei lunghi line-drive, che collocavo in mezzo agli esterni: spesso sarebbero stati dei tripli se avessi corso più forte, ma io mi fermavo regolarmente in seconda. Debbo dire che sono sempre stato un battitore che ha subìto pochi strikeout: quando succedeva che non ero in forma, cercavo comunque di essere utile alla squadra con dei buoni contatti, mettendo la palla in campo".

Hai attraversato 24 anni della storia della Fortitudo Baseball. Fino al 2003. In questi due decenni e mezzo quali sono stati i compagni di squadra più forti?
"Il primo nome che mi sento di fare è quello di Lenny Randle. Lui era decisamente di un altro pianeta. Infatti veniva da un altro pianeta. Un super. Un personaggio passato direttamente dalla Major League, dov'era stato interprete importante, al campionato italiano. Arrivò a Nettuno nel 1983, dopo avere collezionato 1138 presenze in MLB, una media battuta-vita di 257, con 322 punti battuti a casa e 156 basi rubate. In una carriera passata tra Washington, Texas, Mets, Yankees e Cubs. Fece due grandi stagioni a Nettuno, poi non trovò l'accordo con il Club tirrenico e nel 1985 non tornò in Italia. Lo fece tornare nel nostro campionato la Fortitudo che nel 1986 si assicurò l'enorme classe e il grande rendimento di questo spettacolare atleta: magistrale nella difesa dell'angolo caldo di terza base e micidiale nel correre sulle basi. In quella stagione rubò 31 basi! Come battitore, indico sicuramente come numero uno Roberto Bianchi, che nei suoi 9 anni in Fortitudo ha battuto 164 fuoricampo e ha avuto una media-battuta di 391. Nelle due stagioni che ha fatto a Bologna Greg Zunino è stato un battitore tempestoso. Ovviamente non posso dimenticare due splendidi campioni come Vic Luciani e Toro Rinaldi. E ancora, Radaelli: Roberto è stato sicuramente uno dei più bravi lanciatori di tutti i tempi della Fortitudo, e non soltanto della Fortitudo. Parlo di anni in cui sono arrivati nel campionato italiano personaggi mitici come Olsen idolo di Grosseto e Rick Waits che ha illuminato Rimini con la sua arte del lancio".

Matteucci, a quale ricordo della tua carriera sei particolarmente legato?
"Sicuramente gli scudetti: la Biemme 1978, la BeCa 1984, l'Italeri 2003. E la Coppa dei Campioni targata BeCa nel 1985. Però c'è una cosa alla quale sono particolarmente affezionato, anche perché nacque da una mia iniziativa. Organizzai una squadra di "over 30" del campionato italiano e partecipammo ad un importante torneo mondiale per giocatori over 30 in Florida. Vincemmo proprio noi. Eravamo una bella formazione: con me c'era Elio Gambuti, grandissimo catcher, c'era Manzini, c'era Paolo Ceccaroli, c'era Radaelli, c'era Bebe Messori, c'era Poma, c'erano Fochi, Schianchi, Corradi. Là in Florida riabbracciammo l'amico Greg Zunino, che venne a darci anche lui una mano. Eravamo forti e facemmo l'impresa. L'aspetto più bello è che tutto era nato in maniera spontanea, dettato principalmente dalla voglia di stare insieme. Nelle edizioni successive gli americani si organizzarono e non ci lasciarono più vincere…".

Riccardo "Ricky" Matteucci, classe 1957, al quale giovedì al Falchi in occasione di gara1 fra Unipol e Rimini verrà ritirata la casacca numero 33, va considerato fra i giocatori più importanti del baseball bolognese. Pur senza aver fabbricato tutti i fuoricampo di Bianchi, pur non avendo mai vinto una Tripla Corona. Matteucci rappresenta l'immagine dell'Utilità, del giocatore completamente al servizio della squadra. Polivalente come pochi altri ce ne sono stati. Matteucci ha giocato 1020 partite in Fortitudo, con 1299 battute valide, 817 RBI, 1779 totale basi, 839 di OPS. Ma Ricky è stato anche – contemporaneamente – un lanciatore da 50 partite vinte (addirittura 9 nel campionato di Serie Nazionale del 1976) e 22 salvezze, 430 strikeout, 24 "complete" e 1 shoutout. Non solo: in difesa ha ricoperto i ruoli di prima base, esterno destro, esterno sinistro. Con un eccellente 970 di percentuale difensiva. Fochi, Manzini, Ceccaroli sono stati altri mitici Campioni di questo tipo.

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Informazioni su Maurizio Roveri 192 Articoli
Maurizio Roveri, giornalista professionista, è nato il 26 novembre 1949. Redattore di Stadio dal 1974, e successivamente del Corriere dello Sport-Stadio, fino al gennaio 2004. Iscritto nell'Albo dei giornalisti professionisti dal luglio 1977. Responsabile del basket nella redazione di Bologna, e anche del pugilato. Caporubrica al Corriere dello Sport-Stadio del baseball, sport seguito fin dal 1969 come collaboratore di Stadio. Inviato ai campionati mondiali di baseball del 1972 in Nicaragua, del 1988 in varie città d'Italia, del 1990 a Edmonton in Canada, del 1998 in Italia, nonché alle Universiadi di Torino del 1970 e ai campionati Europei del 1971, del 1987, del 1989, del 1991, del 1999. Dal 2004 al 2007 collaboratore del quotidiano "Il Domani di Bologna" per baseball, pugilato, pallavolo.  

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