"The Natural". Strike Two: il mito

La figura eroica di Roy Hobbes, protagonista de "Il migliore", va riletta alla luce delle tradizioni del passato. Ecco la ricetta del romanzo del 1952 di Malamud: il baseball come versione aggiornata di antichi miti

Al suo primo allenamento, Roy Hobbs si presenta al piatto per il batting practice. Una dopo l'altra, le sue battute finiscono tutte sugli spalti oltre la recinzione del fuoricampo. Pop Fisher, l'allenatore, lo chiama: "Lemme see that bat, son". Forse l'anziano coach sospetta che la mazza sia stata manipolata in qualche modo (evidentemente il trucco di inserire un'anima di sughero nella mazza era già in uso ben prima di Sammy Sosa!), ma quando Roy gli passa il bastone con cui ha appena battuto, Pop vede che è tutto in ordine. Sul legno, bianchissimo, c'è scritto Wonderboy. Roy gli spiega che quella mazza l'ha ricavata con le sue mani molti anni prima da un albero colpito da un fulmine. Lungo tutto il romanzo Wonderboy permette al suo proprietario di realizzare imprese incredibili, colpendo duro e spaccando le palline e mettendo a segno tripli e homeruns, fino a quando nell'ultima partita la mazza si spezza in due. Roy la seppellirà in una specie di cerimonia rituale nel terreno all'esterno destro.
Certo, nell'immaginare Wonderboy per il suo romanzo Malamud si ispirò anche in questo caso al folklore del baseball: i tifosi/lettori conoscevano altre mazze prodigiose di grandi battitori del passato, come la famosa "Big Betsy" di Ed Delehanty, slugger dei Phillies a cavallo fra Otto e Novecento, o la "Black Betsy" di Shoeless Joe Jackson, il mitico giocatore dei White Sox che finì invischiato nello scandalo delle World Series del 1919.
Ma in "The Natural" c'è anche dell'altro. Ci sono anzitutto le leggende medievali su Re Artù. Excalibur, la spada di Artù dall'origine soprannaturale, è il vero antecedente di Wonderboy, la mazza dal biancore quasi accecante capace di prestazioni al limite della magia. Non è un caso che il protagonista del romanzo si chiami Roy ("il Re") e che il nome dell'immaginaria squadra di New York per cui gioca sia The Knights ("I Cavalieri").
Letta da quest'angolazione, la vicenda di Roy Hobbes non solo appare costruita sul motivo del "campione venuto dal nulla" e su un intarsio di storie vere, ma risulta ispirata anche alla storia del Graal, il leggendario calice alla cui ricerca i cavalieri medievali consacravano le proprie vite. Così, il cammino intrapreso da Roy Hobbes verso il baseball professionistico si configura anche come una ricerca di sé, un percorso di ascesi individuale verso la perfezione (essere il migliore giocatore di tutti i tempi, battere ogni record).
I critici hanno osservato che in Roy si ricongiungono le figure di almeno due cavalieri della Tavola Rotonda. Da un lato Roy è Lancillotto, l'eroe giunto da lontano che aiuta a far risorgere il regno in decadenza del Re Pescatore (il vecchio allenatore Pop), e che poi si innamora della figlia dello stesso Re (la bella Memo Paris, nipote di Pop) nonostante la sua relazione con la regina Ginevra (la tifosa Iris Lemon). Dall'altro, Roy è anche Parsifal, il cavaliere senza paura che riuscì a ritrovare il Graal.
Come ogni cavaliere che si rispetti, Roy dovrà superare prove di coraggio che gli permetteranno di crescere. I suoi giganti, i suoi draghi da sconfiggere sono prima "The Whammer", che affronta e lascia al piatto da giovane in aperta campagna all'inizio del romanzo, e poi -quindici anni dopo- Bump Bailey, l'esterno destro di cui prenderà il posto in squadra. E, come Davide, anche Roy dovrà abbattere i suoi Golia per poter diventare re e compiere il destino per cui era predestinato: salvare la squadra e portarla alla conquista del pennant. Ma la storia, come sa chi ha letto il romanzo, non termina affatto con il trionfo dei New York Knights. Perché il cavaliere Roy non impara dai propri errori e, come vedremo, non sa riconoscere il male che lo circonda nella società in cui vive.

Luigi Giuliani
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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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