Cepparulo, l'uomo che odiava gli Yankees ed amava i perdenti

Un carattere non facile eppure capace di grandi slanci umani. Uno dei pochi in Italia a vivere – per primo – il vero grande baseball americano. Ogni sabato lo si poteva incontrare al Kennedy o allo stadio di Bollate

Sandro Cepparulo non aveva un carattere facile eppure era capace di grandi slanci umani. Era sincero sino a disarmarti, era onesto intellettualmente ma talvolta andava su tutte le furie se non ne condividevi il suo giudizio. Non tollerava la superficialità, chi si spacciava per esperto e non lo era. Amava i perdenti: nel calcio, ad esempio, andava matto solo per Zeman; nel baseball per le squadre di Major costruite su basi giovani, non per quegli squadroni tipo NY Yankees. A proposito dell'America, credo sia stato uno dei pochi in Italia a vivere il vero grande baseball quando ancora non era accessibile, cioè visibile a tutti, quando non c'era Internet. Spendeva tanto per farsi arrivare dagli Usa le VHS con le partite di questa o quella squadra della quale seguiva ogni partita, ogni passo e percorso di quella stagione per studiare analizzare e capire ogni mossa di ogni giocatore. Ovviamente quando ancora non c'erano i satelliti, doveva aspettare anche settimane per aggiornarsi. Ma nessuno ne sapeva quanto lui. Per non parlare del baseball italiano.

Quando nell'87, io che lavoravo a Roma, ricevetti la sua telefonata che mi avrebbe «ceduto» la rubrica baseball della Gazzetta dello sport, ne fui orgoglioso e impaurito: «Suvvia, non ho tempo con questi cavalli». Accettai ben sapendo che avrebbe letto e giudicato tutto: ma per rispetto non intervenne mai a bocciare, criticare, proporre qualcosa che potesse essere considerata una sua intrusione. Il suo rispetto fu totale, e io per ripagargli tanta fiducia ad ogni inizio stagione gli portavo il media book del baseball italiano. Lui felice come un bambino ringraziava, ma diceva: «Non dirmi niente, non ho tempo di niente». In verità ad ogni sabato alternato al Kennedy, lo si poteva incontrare allo stadio di Bollate, che fu la sua seconda «casa» dopo quella di Milano: lui ormai si divertiva solo a vedere partite di A-2 dove non c'erano oriundi ma c'erano anche i De Rossi che instancabili provavano a divertirsi in cerca delle ultime emozioni sul diamante; o magari dove c'era qualche prospetto da scoprire. La sua voglia di capire cosa ci fosse ancora in giro in questo sport era più forte di tutto in lui: però, appunto, ormai stava lontano da tutte le ribalte ufficiali, dai soliti noti che dicevano le stesse cose per rilanciare uno sport che a lui forse piaceva rimanesse alla nostra portata, senza passi più lunghi, senza voler per forza imitare un gigante impossibile da imitare.

Quando morì Gigi Cameroni, dovetti convincerlo a scrivere un ricordo, naturalmente bellissimo da leggere. Ma non accettò il giorno dopo i complimenti: segno del suo essere burbero sempre. Era fatto così. Ma gli si perdonava tutto. Sandrone era un giornalista d'altri tempi, un uomo d'altro tempi, e quando lasciò per l'ultima volta la sede della Gazzetta per andare in pensione io purtroppo ero fuori sede e potei salutarlo solo via email. Un'email che conservo ancora, e che ho riletto adesso che Sandrone non c'è più. Se la vita è una partita da baseball, lui sicuramente la potrà continuare ancora lassù. E ridere di noi, poveri umani che gli facevamo «orrore».

Ciao Sandro, è stato un piacere e un onore averti conosciuto, aver condiviso tante giornate di lavoro insieme, aver provato a dialogare nel segno del baseball. Ci mancherai.

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