Dubbi ed interrogativi sull'altra faccia del Mondiale

16 stadi ristrutturati e tirati a lucido ma tribune mezze vuote nelle città più note. Azzurri seguiti da 6.789 spettatori, 970 di media a partita. E costi esagerati per i biglietti. Ha ancora senso il Mondiale o meglio il Classic?

Abbiamo lasciato decantare le celebrazioni ed abbiamo aspettato che si spegnessero le trombe che hanno salutato la conclusione del Mondiale. Abbiamo fatto finta di non sentire i trionfalismi degli assessori, dei politici di passaggio, persino degli addetti ai lavori che fanno finta di non vedere. Ma questo ipermondiale del 2009 purtroppo, oltre ai sedici impianti italiani innegabilmente ristrutturati e tirati a lucido, ci lascia in eredità anche molte perplessità e qualche serio interrogativo.
Proviamo ad andare oltre le apparenze e a leggere quelli che sono stati i dati più allarmanti. Chi non segue il baseball soltanto da tre settimane, ma può ricordarsi le precedenti edizioni dei Mondiali ospitate dall'Italia, non può non restare sorpreso davanti alla differenza più evidente, e più preoccupante: il pubblico. Se andiamo indietro solo di una decina d'anni (1998), senza sprofondare i ricordi nell'88 e nel '78, ci ricordiamo di stadi molto più frequentati, non per tutte le partite ovviamente, ma sicuramente per le esibizioni degli azzurri. Non ci era mai capitato di vedere tribune mezze vuote come abbiamo visto a Firenze, a Bologna, a Reggio Emilia, persino a Parma, ovvero nel cuore della regione più baseballistica d'Italia. Abbiamo riempito lo stadio di Novara, ma la capienza limitata non rendeva impossibile l'impresa, e abbiamo fatto una buona figura a Torino, segno che anche le grandi città possono essere attratte dal nostro sport. Purtroppo per il resto bisogna stendere un velo pietoso: persino in città come Grosseto e Nettuno abbiamo visto dei flop clamorosi anche se in campo c'era il top del baseball mondiale come Cuba o gli Usa.
Per fortuna ci ha salvati la finale, ma questa partita non può servire da paravento a tutta la World Cup. Non si era mai visto l'Italia giocare un Mondiale in casa davanti a 500 persone come a Bologna (dove ai mondiali degli altri decenni c'era da fare a botte per entrare), o davanti a 817 spettatori come è capitato per Italia-Canada a Reggio, città facilmente raggiungibile da tutto il Nord e oltre tutto in una giornata climaticamente ideale.
Anche a conclusione di questo mondiale abbiamo letto come sempre gli stucchevoli paragoni con il rugby, ma forse proprio questa World Cup dovrebbe mettere la pietra tombale su un confronto diventato ormai improponibile: pensate che in 7 partite giocate dalla nostra nazionale davanti al proprio pubblico, nella manifestazione più importante del nostro sport che non approdava da queste parti da 11 anni, si sono contati complessivamente 6.789 spettatori, ovvero 970 di media a partita… Tra un mese la nazionale di rugby organizzerà una semplice amichevole contro la Nuova Zelanda, sfidando l'imponenza dello stadio di San Siro con l'ambizione di arrivare a 60mila spettatori, ovvero dieci volte quelli raccolti dagli azzurri in tutto il Mondiale. E vedrete che si avvicinerà molto a questo target. Speriamo che almeno questo confronto impietoso serva a non sentire più la parola rugby dalle nostre parti.
Il Mondiale che abbiamo appena archiviato dovrà dunque servire almeno per stimolare un'ampia riflessione, che ci auguriamo parta dai vertici federali. Partendo da un dato inequivocabile: che il pubblico del baseball è una specie da affidare al Wwf. Se in passato ci potevamo consolare con le occasioni mondiali per riempire i nostri stadi, adesso non abbiamo nemmeno più questa riserva di ottimismo. Sicuramente ci saranno delle cause riconducibili ai prezzi esagerati (ma chi ha avuto l'idea di fissare il costo dei biglietti a 25 euro? Il COL locale o le menti illuminate della IBAF?) o a una nazionale fatta di oriundi mediocri e risultati scarsi, ma, mettendo da parte anche queste considerazioni, ci chiediamo come affronteremo adesso il tema del campionato, che poi è la nostra vita quotidiana.
Il progetto della IBL a partecipazione americana prevedeva un target minimo di 800 spettatori paganti a partita per tutto il campionato: sinceramente dopo questo tracollo ci sembra un'ipotesi da fantascienza. E, senza l'appoggio della Major League (che nella migliore delle ipotesi slitterà di qualche anno), su quali presupposti economici si reggerà il campionato a franchigie che partirà il prossimo anno? Continueremo a dissanguare le solite poche piazze (consenzienti) per riempirci di stranieri da offrire in visione a quattro gatti? O cambieremo rotta, approfittando proprio della riorganizzazione dei campionati a franchigie, per riportare il baseball italiano entro limiti più adeguati al nostro bacino d'utenza? Fatto salvo che a nostro avviso la strada delle franchigie sia l'unica grande novità da percorrere e sostenere, la vera sfida si giocherà tra queste due scelte. Se il mondiale 2009 doveva essere il momento della verifica, ci pare che abbia dato delle indicazioni precise.
Resta poi un ultimo dubbio: ma questo Mondiale, che una volta era quello dei dilettanti e adesso è un ibrido indecifrabile, ha ancora senso? Visto il modo in cui l'hanno affrontato le potenze mondiali (Giappone e Corea del Sud in primis), non sarebbe il caso di abolirlo e puntare tutto sul Classic con la speranza che le Major vogliano almeno valorizzare quella manifestazione? Dobbiamo per forza restare l'unico sport di squadra al mondo che continua ad avere due mondiali a due velocità? E poi chi gliela spiega la differenza alla gente che (giustamente) non viene a vederci?

Elia Pagnoni
Informazioni su Elia Pagnoni 48 Articoli
Nato a Milano nel 1959, Elia Pagnoni ricopre attualmente il ruolo di vice capo redattore dello sport al quotidiano "Il Giornale", dove lavora sin dal 1986. E' stato autore di due libri sulla storia del baseball milanese.

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