Giarola dagli USA: io, il baseball e Torino

Intervista esclusiva con il giovane seconda base protagonista con gli Eagles della Central Methodist University e con i Grizzlies: “Per ora penso a giocare qui e dare il 110%, sarà una stagione piena di emozioni per la nostra squadra”

Central Methodist University Athletics (Twitter)
Tommaso Giarola
© Central Methodist University Athletics (Twitter)

Torino. Una delle piazze storiche del baseball italiano, tornata prepotentemente alla ribalta nella scorsa stagione quando i Grizzlies sono arrivati vicini alla sorprendente qualificazione per la finale del campionato di Serie A anche grazie al contributo di Tommaso Giarola, giovane talento cresciuto nelle giovanili insieme al fratello maggiore Filippo e figlio d’arte (papà Maurizio infatti ha giocato nella famosa William Lawson di fine anni ’70 prima di iniziare ad allenare).

Per Tommaso il sogno è sempre stato diventare un giocatore di baseball e per questo dal 2017 ha iniziato, in alternanza con la militanza nei Grizzlies Torino, la sua avventura americana, prima alla Vista Grande High School in Arizona poi al Frontier Community College in Illinois dove, nonostante le difficoltà legate alla pandemia da Covid-19, si è distinto nel suo ruolo di seconda base tanto da ottenere la chiamata della prestigiosa Central Methodist University, programma che fa parte della National Association of Intercollegiate Athletics (NAIA).

Dopo un buon 2022 (.287 di media battuta con 9 fuoricampo e ben 43 rbi negli States e .310 nel box con 1 homerun e 9 rbi in Italia) l’inizio della nuova stagione 2023 è stato piuttosto promettente con cinque vittorie (ed altrettante sconfitte). Tommaso Giarola ha accettato, con grande disponibilità, di raccontarsi in questa intervista esclusiva a Baseball.it

Cosa ti aspetti da questa stagione 2023 appena partita a Central Methodist?

Penso che sarà piena di emozioni per la nostra squadra. Il gruppo è, come dicono qui, “well bonded” – molto affiatato – e le aspettative sono alte da parte degli allenatori, dei giocatori e della scuola.

Dopo il primo weekend giocato in Texas, avete disputato una serie di partite in Louisiana altra culla del baseball College: cosa ci racconti di questo primo periodo in campo e fuori?

In questo momento per noi è ancora una sorta di precampionato prima dell’inizio delle partite nella nostra Heart of America Athletic Conference ma sicuramente viaggiare e giocare in stati diversi è sempre molto cool. Le partite in Texas sono andate come previsto, 4 vinte su 4. In Louisiana abbiamo affrontato tutte squadre ranked top 25. Abbiamo giocato contro LSU Shreveport perdendo di un punto, la partita è stata piena di emozioni, eravamo in vantaggio fino all’ultimo inning e poi purtroppo hanno battuto un walk-off. Abbiamo giocato anche contro Southeastern, i campioni delle World Series NAIA, recuperando da 5-0 a 6-5 al 5° inning per poi perdere 12-7. La trasferta in Louisiana ci ha dato molte informazioni riguardo la squadra che abbiamo e dove siamo in questo momento come gruppo. Gli allenatori sono contenti e l’umore dei giocatori è positivo.

Facciamo un passo indietro. Le tue impressioni ed emozioni sulla scorsa stagione divisa fra Central Metodist e Serie A con i Grizzlies Torino

L’anno scorso con CMU è andata abbastanza bene, siamo arrivati fino agli opening round del torneo finale ad un passo dalle World Series. Eravamo soddisfatti di quanto fatto ma c’è sempre il rancore di non aver potuto partecipare al momento clou. Per quanto riguarda Torino, è stata una stagione inaspettata, penso che poche persone in Italia si aspettassero di vedere i Grizzlies nel girone delle vincenti per poter avere uno “shot” di giocare per lo scudetto. La squadra era composta soprattutto da italiani con il rinforzo di 4 stranieri. Sono molto orgoglioso di aver avuto l’opportunità di giocare in una squadra con molti italiani ed aver raggiunto certi risultati. Spero sia lo stesso anche quest’anno.

Perché hai scelto di proseguire la tua avventura nei College a Central Methodist e come ti trovi con i compagni e con coach Nate Breland?

Ho scelto di proseguire il mio percorso a CMU perché è un programma vincente e mi trovo molto bene con i compagni di squadra. Siamo come una famiglia.

Il programma di baseball di Central Methodist è fra i migliori a livello di NAIA ma forse lo scorso anno è stato al di sotto delle aspettative dopo un 2021 ottimo. Che aria si respira in squadra e nel campus? Piccola curiosità: cosa ne pensi del nuovo campo di gioco posato sul vostro diamante di casa dell’Estes Field?

L’anno scorso le aspettative erano molto alte, ovvero di ripetere se non superare ciò che avevano fatto gli alumni nel 2021. Purtroppo non ci siamo riusciti, però quest’anno vedo la squadra molto più unita e soprattutto con più consapevolezza della propria forza e giocando il nostro “brand of baseball” sono sicuro che ci toglieremo molte soddisfazioni. La novità di quest’anno è il nuovo campo. La scuola ha avuto a disposizione milioni di dollari rifacendo tutto in sintetico e dandoci così la possibilità di allenarci fuori anche nel mese di gennaio nonostante freddo e pioggia.

Sei contento finora del tuo percorso personale e sportivo negli States e lo consiglieresti ad altri? A questo riguardo, cosa pensi del nuovo progetto della Fibs College Pipeline atto a favorire opportunità di borse di studio nelle università americane per giovani atleti italiani?

Sono molto contento del percorso che sto facendo qui negli Stati Uniti. Lo consiglierei a molti atleti italiani. Si ha la possibilità di imparare una nuova lingua e giocare a baseball ad un livello molto competitivo. Penso che la Fibs con questo nuovo progetto stia dando grandi opportunità ai giovani talenti italiani e nello stesso tempo visibilità al nostro baseball. È un progetto che spero venga mantenuto per sempre.

Finita la stagione 2023 a Central Methodist tornerai a giocare in Italia con i Grizzlies? A tal riguardo che ne pensi della riforma della Serie A partita due anni fa e che continuerà, con qualche modifica, in questo 2023?

Non so ancora esattamente che cosa farò dopo questa stagione a CMU. Per ora penso a giocare qui e dare il 110%, poi quando avrò un po’ più di tempo per me stesso deciderò che cosa fare. Riguardo al campionato italiano, spero sempre che anno dopo anno la federazione faccia giocare più partite possibili alle squadre. Come dicono qui negli Stati Uniti, un giocatore può solo crescere di livello se gioca, gli allenamenti servono per fare piccoli aggiustamenti ma quello che serve veramente ad un giocatore per migliorare è affrontare un lanciatore quasi ogni giorno con la pressione che solo la partita può dare.

 

Informazioni su Andrea Palmia 157 Articoli
Andrea Palmia è nato a Bologna il 4 aprile 1968 e vive nel capoluogo emiliano con la moglie Aurora e la figlia Lucia di due anni. Laureato in Pedagogia con una tesi sperimentale sui gruppi ultras, lavora dal 1995 come educatore professionale con utenti disabili mentali e fisici. Appassionato di sport in genere ed in particolare di quelli americani, ha sempre avuto come sogno nel cassetto quello di fare il giornalista sportivo. Dal baseball giocato nel cortile del condominio con una mazza scolorita alle partite allo stadio Gianni Falchi con i fuoricampo di Roberto Bianchi e Pete Rovezzi, il passo è stato breve. Fortitudino nel DNA, nutre una passione irrazionale per i "perdenti" o meglio per le storie sportive "tormentate" fatte di pochi alti e di molti bassi.