I lucchetti che ti impediscono di tornare a casa

Finzione e realtà: i Ruppert Mundys immaginati da Philip Roth ne "Il grande romanzo americano" sono sbarcati sulle sponde del Tirreno, davanti ai cancelli chiusi dello Steno Borghese

Vai ad allenarti. Arrivi sul presto con gli spikes e il guanto nel borsone. Hai annusato nell'aria il profumo dell'erba tagliata di fresco. Sogni le traiettorie dei lanci, lo schiocco della mazza, le palline battute agli esterni, alte, alte, alte, quel puntino bianco che si perde nel blu intenso e ventoso di primavera prima di precipitare vertiginosamente come da una nuvola, la presa salda eppure soffice che avvolge nel cuoio del guanto quel piccolo oggetto caduto dal cielo quasi "a miracol mostrare".
Oppure sei un tifoso, e non vedi l'ora che arrivi il giorno della partita. Da anni ti siedi sopra il dugout della squadra di casa, un salotto famigliare in cui hai visto crescere i tuoi beniamini, prima ragazzi sul campo, ora tifosi come te, seduti sugli spalti accanto a te. È il sogno delle generazioni che si succedono sul diamante: padri e figli che convivono sotto lo stesso tetto, nella stessa casa. Ma un giorno, davanti a un cancello chiuso, davanti a un lucchetto, quel sogno si trasforma in incubo: la porta è sbarrata e in un attimo capisci di non avere più una casa.
Stiamo parlando dei Ruppert Mundys, l'immaginaria squadra de Il grande romanzo americano di Philip Roth che nell'altrettanto immaginaria Patriot League del 1943 si vede privata del proprio stadio, perché requisito dall'esercito per farne un campo da addestramento. La squadra viene costretta ad allenarsi dove capita, a giocare sempre in trasferta, a vivere in un perenne altrove, senza un luogo da poter chiamare casa. I Mundys sono allora l'eterna squadra ospite, sono il pellegrino che bussa alla vostra porta chiedendo di condividere con voi il tempo e lo spazio di un incontro per poi ripartire, l'ebreo errante condannato a vagare senza meta fino alla fine dei tempi. Brutto destino, per una squadra di baseball, per dei giocatori che sin da bambini hanno interiorizzato che lo scopo del gioco è quello di tornare a casa.
Ma stiamo anche parlando del Nettuno, – di uno dei due (dei tanti?) Nettuno- e dello stadio Steno Borghese, di squadre che si dividono, si moltiplicano e si avvinghiano in una lotta fratricida in cui ognuno caccia l'altro in esilio.
E dei Caserta Rennets e dello stadio di San Clemente.
E degli Albisole Cubs e del loro storico campo Cameli.
E di tanti altri lucchetti che sbarrano le porte di altrettante case del baseball italiano.
Ma bisogna essere ottimisti e sperare che presto almeno lo Steno Borghese possa essere riaperto. Anche perché nel romanzo di Roth la chiusura dello stadio dei Ruppert Mundys è il preludio alla successiva soppressione di tutta la Patriot League. Auguriamoci che non si tratti di uno di quei casi in cui la realtà supera la finzione.

Luigi Giuliani
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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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