Viaggio nel baseball del Michigan (quinta parte)

Il Comerica Park di Detroit si riempie di tifosi entusiasti per la partita contro i Minnesota Twins, mentre nei paraggi i resti dello storico Tiger Stadium osservano muti la vita che ferve nei ristoranti di Greektown

E dopo le partite di singolo e triplo A, arriva finalmente il giorno della Major League (abbiamo "saltato" il Double A: per vedere i Seawolves, la squadra di quella categoria affiliata ai Tigers, saremmo dovuti andare a Erie, in Pennsylvania, a quasi cionque ore di macchina…). Come ogni anno, la visita al Comerica Park di Detroit con Ed Menta, docente di storia del teatro al Kalamazoo College, regista teatrale e grande appassionato (e studioso) di baseball, è un quasi un obbligo. Ed, è di origini italiane (il nonno era piemontese), tifa per gli Yankees e spesso da Kalamazoo, nel Michigan centrale, si reca a Detroit o a Chicago quando ci sono partite di cartello. Qualche settimana fa ha assistito a uno storico White Sox -Yankees, la prima partita giocata da Alex Rodríguez dopo essere stato condannato per doping e aver presentato un ricorso contro la squalifica: impressionante il suo racconto della reazione del pubblico di Chicago all'apparizione di Rodríguez, l'oceano di fischi e ululati, il tripudio della folla quando il "villain" viene messo strikeout.

Venendo da ovest (siamo di stanza a Ann Arbor, sede della University of Michigan), si entra in città lungo la Michigan Avenue. Sulla sinistra, all'incrocio con Trumbull Avenue, c'è un enorme lotto vuoto. Lì fino a un paio di anni fa sorgeva il bellissimo Tiger Stadium, dove la squadra della città ha giocato dal 1912 -l'anno in cui fu costruito- al 2000. Non ci sono mai entrato, l'ho visto per la prima volta dall'esterno nel 2003, quando era già in disuso. Gli spalti abbandonati, le strutture metalliche fatiscenti erano per il visitatore quasi il simbolo della decadenza di Detroit. Lo hanno abbattuto qualche anno fa, ma un'associazione di volontari ha salvato dalla distruzione il diamante, che ora visto dalla strada appare curatissimo -il verde dell'outfield, la terra rossa dei corridoi fra le basi, la curva gentile del mound- in mezzo a una spianata di cemento, con una bandiera americana che sventola lontana su un'asta dove prima c'era il tabellone. Un fantasma, un monumento "in negativo" ricavato dallo svuotamento di uno spazio,  una presenza-assenza surreale da contemplare in silenzio, una specie di memento mori che ci parla della nostra fragilità. Un po' come Ground Zero a Mannhattan.

Il Comerica Park invece è ben presente a qualche isolato di distanza, accanto alla cosiddetta Greektown, ciò che resta del quartiere popolato da immigranti greci sin dagli anni '20, con le insegne di ristoranti ellenici chiamati Pegasus, New Parthenon o Santorini Estiatorio allineate lungo Monroe Street (un po' come succede nella Little Italy newyorchese, dove i tavoli delle trattorie e pizzerie italoamericane invadono Mulberry Street). Ti guardi intorno e non puoi non cercare con gli occhi la Detroit del proibizionismo, quella dei terribili disordini razziali del 1967, quella descritta in Middlesex, il grande romanzo dello scrittore greco-americano Jeffrey Eugenides.

Anche stavolta seguiamo la folla che prima della partita è alla ricerca di un posto per cenare. Berretti e magliette dei Tigers entrano e escono dalle porte dei locali, uomini e donne di ogni età che indossano il 35 di Verlander, il 24 di Cabrera, il 28 di Fielder. Ceniamo al grido di "Opa!", lanciato da camerieri greci baffuti mentre accendono la fiamma su qualche pietanza flambée dal nome impronunciabile, e poi ci dirigiamo al Comerica Park. Oggi sono di scena i Minnesota Twins.

All'entrata dello stadio campeggiano enormi tigri di cemento dalle fauci spalancate, statue dalle forme arrotondate un po' in stile Disney. Oltre il cancello, prima di avviarci ai posti che ci sono stati assegnati al botteghino, troviamo di tutto: negozi di gadget, ristoranti e chioschi di fast food, cartelloni che riproducono le sembianze di grandi Tiger del passato, stand dove comprare la rivista del club o i fogli per lo score, sportelli bancari (lo sponsor dello stadio, Comerica, è una banca) e anche una gabbia con macchina lanciapalle per chi volesse cimentarsi in battuta (non resisto alla tentazione: quattro dollari per dieci palle; prendo uno dei caschi, scelgo una mazza di alluminio da 33 e torno indietro di almeno quindici anni…). Siamo seduti sugli spalti superiori, in alto a destra, all'altezza della prima base. Prima dell'inizio della partita faccio una spedizione per comprare birre e hotdogs, ma quando sto per pagare, con il vassoio già preparato sul bancone, scatta dagli altoparlanti l'inno nazionale e rimango lì con i soldi in mano, mentre anche i commessi all'interno del bar rimangono restano in piedi, immobili e in silenzio fino alle ultime note di Star-Sprangled Banner che qualcuno canticchia sottovoce: l'America è anche questo…

I Tigers sono reduci da varie sconfitte, prima con gli Yankees, poi con i White Sox, i Kansas City e gli stessi Twins (ieri sera per 3-6), sconfitte precedute per fortuna da uno sweep contro i Cleveland Indians, competitori diretti per la vittoria nella Division. Stasera speravo di vedere sul mound Justin Verlander, ma evidentemente la rotazione dei pitcher dei Tigers lo tiene in panchina (il partente è Aníbal Sánchez). E nei Twins vorrei vedere in azione il nostro Chris Colabello, da poco richiamato dal Triplo A, ma neanche questo mi sarà concesso: il riminese-americano non farà capolino dal dug-out per tutta la partita.

Nelle pause fra inning e inning gli altoparlanti e gli schermi giganti lanciano quiz per gli spettatori, domande sulle statistiche e sulla storia del baseball (il mio amico Ed è un campione e azzecca quasi tutte le risposte), la sfida a indovinare il numero di spettatori paganti, che verrà rivelato solo a fine aprtita (lo stadio ha circa 41mila posti).

La partita scivola via con l'attacco di Detroit che batte di più ma non segna. Poi al settimo c'è il vantaggio del Minnesota, ma subito Detroit pareggia con il veterano Torii Hunter sul sacchetto di terza che sprinta a casa su una palla persa: il catcher si precipita a raccogliere la pallina, si gira per lanciare ma vede che il pitcher  Caleb Thielbar è rimasto imbambolato sul monte e non ha coperto il piatto. A partir da quel momento c'è il crollo dei Twins: il settimo e l'ottavo sono due big innings che fissano il punteggio finale sul 7 a 1 per la squadra di casa.

Il pubblico si alza soddisfatto, mentre lo speaker ci dice que 35.000 e rotti spettatori hanno assistito alla partita. La gente è contenta e si vede: sentono vicina la vittoria nella Divisione e la qualificazione ai play-offs, per questo lo stadio quest'anno è quasi sempre pieno. Davvero tanta gente. L'uscita dal parcheggio del Comerica Park è lentissima. Il sole è ormai tramontato quando riusciamo a incolonnarci lungo Michigan Avenue. Mentre la nostra macchina avanza nel traffico verso ovest ascoltiamo sulle radio locali le telefonate dei tifosi entusiasti che giurano che questo sarà l'anno dei Tigers…

Luigi Giuliani
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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (con i Lizards del softball amatoriale e come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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