Viaggio nel baseball del Michigan (prima parte)

Comincia da un quadro del Detroit Institute of Arts il nostro viaggio nel baseball del Michigan: "Hard Ball III" di Robert Moskowitz è uno strike imprendibile per i visitatori del museo

Detroit, la città dell'industria automobilistica, della Ford, della Chrysler, della General Motors, ti accoglie con la visione della Big Tire, l'enorme pneumatico pubblicitario che svetta nei pressi dell'aeroporto. Poi vai verso il downtown, il centro della città, ancora pulsante nonostante la recente bancarotta del municipio: 18 miliardi di dollari di debito e una popolazione che è scesa sotto il milione di abitanti. Nella periferia interi isolati si sono svuotati. Gli edifici cadono a pezzi, non ci sono i soldi per la manutenzione. Ma il downtown è ancora splendido, con i profili di grattacieli, la folla nei ristoranti greci della cosiddetta Greektown, le statue giganti di due tigri che fiancheggiano l'entrata del Comerica Park, la ‘casa' dei Detroit Tigers. Oggi è game day, si gioca contro i Chicago White Sox, e ci sarà bisogno di 12 inning per arrivare alla vittoria (3-2) e rimanere in testa alla Central Division dell'American League con tre partite di vantaggio su Cleveland.
Ma il nostro (breve) viaggio nel baseball del Michigan non comincerà da qui, ma da uno dei musei più importanti e affascinanti del mondo, il Detroit Institute of Arts, l'istituzione che dal 1885 dà lustro alla città. Nel cuore dell'enorme edificio su Woodward Avenue che dal 1927 lo ospita, ci sono gli splendidi murales di Diego Rivera. E al terzo piano, quello dedicato all'arte contemporanea americana troviamo Hard Ball III, la grande tela dipinta nel 1993 da Robert Moskowitz diventata in qualche modo un'icona dello sport americano, un quadro il cui titolo riprende il nome di uno dei primi e più famosi videogiochi di baseball, popolarissimo una ventina d'anni fa.
Un po' arte minimalista, un po' pop art, il quadro fa parte di una serie di sette dipinti. In ognuno di essi la palla lanciata da un pitcher si fa sempre più grande, sempre più vicina, sempre più veloce. Movimento e velocità: ecco le impressioni evocate dal quadro. La cornice alta e stretta non sembra sufficiente a contenere la palla, di cui vediamo le cuciture (unica nota di colore) che si stagliano sul bianco del cuoio. Pennellate sicure a scandire uno sfondo di un grigio continuo ma non omogeneo. C'è qualcosa che vibra, qualcosa di vivo in quel movimento. Il pitcher destro ha rilasciato la palla, è in pieno follow through, con il braccio stilizzato che spunta in basso.
Ma per te l'uomo – il lanciatore, la sagoma scura – non conta più. Ormai hai gli occhi fissi sulla grande sfera bianca, e ti rendi conto che il quadro ti trasmette le sensazioni che hai vissuto tante volte nel box di battuta, in quei decimi di secondo di ineffabile tensione in cui esistete solo tu e la pallina. È una veloce alta, vicino agli occhi – pensi subito -, una dritta che punta alla testa, un tentativo di bean ball. L'istinto ti dice di abbassarti immediatamente. Mai poi l'effetto della velocità sparisce, il quadro torna a essere statico, guardi con attenzione la sfera e pensi a un knuckle ball, a un lancio senza rotazione che rallenta alla fine, che tremola e cade nella luce incerta dei fari di una partita in notturna, una palla immobile di cui puoi vedere e persino contare le cuciture. Trattieni il respiro, attendi ancora un attimo e poi fai partire lo swing: strike tre. Moskowitz ti ha lasciato al piatto.

Luigi Giuliani
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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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