La partita infinita: un racconto epico lungo 33 inning

Giocare a oltranza fino alle prime luci dell'alba: in "Bottom of the 33rd", Dan Barry ci racconta la partita più lunga della storia. In campo Russ Laribee (futuro bomber del Nettuno) e il papà di Jason Grilli

Il 18 aprile 1981, Sabato Santo, alle 8 di sera, i 1.740 spettatori seduti al McCoy Stadium di Pawtucket (Rhode Island) non sapevano che la partita di Triplo A della International League fra i Pawtucket Red Sox e i Rochester Red Wings a cui stavano per assistere sarebbe stata la più lunga mai giocata nella storia del baseball, una partita infinita dai numeri iperbolici: 33 inning, 8 ore e 22 minuti di gioco, 219 turni di battuta, 14 pitchers impiegati per un totale di 39 valide concesse, 60 strike outs,  24 basi su balls. Punteggio finale: Pawtucket 3, Rochester 2.

Quella partita è diventata un libro, una pregevole non fiction novel scritta da Dan Barry, opinionista del New York Times e pubblicata nel 2011 col titolo Bottom of the 33rd dalla casa editrice Harper. Basata su un accurato lavoro di documentazione, con decine di interviste a protagonisti e testimoni dell'evento e una raccolta certosina di dati, materiali, registrazioni radiofoniche, la prosa di Barry rievoca un episodio al limite dell'incredibile in cui giocatori, tecnici, arbitri, addetti allo stadio, batboys, radiocronisti, spettatori, si trovarono all'improvviso catapultati nella storia.

Perché se è vero che alcuni di quei giocatori sarebbero riusciti in seguito ad approdare in Major League (Pawtucket appartiene alla franchigia dei Boston Red Sox e Rochester a quella dei Baltimore Orioles), la maggior parte di loro verranno ricordati soprattutto per quella partita. Perché in quel momento giocatori come Drungo Hazewood, il gigantesco esterno destro dei Red Wings che sarebbe stato in seguito scartato dagli Orioles perché non "vedeva" le curve (0/4 quella sera), o come Wade Boggs, il terza base di Pawtucket allenato da suo padre sin da bambino per farlo diventare ambidestro (4/12 per lui), valevano quanto Cal Ripken Jr., il terza base di Rochester, futura star degli Orioles ma che allora batté solo 2 valide su 13 turni, o quanto Bruce Hurst, il pitcher mormone atteso da una fulgida carriera a Boston e che quella notte lanciò per Pawtucket dal 28esimo al 32esimo inning ottenendo 7 K e concedendo 3 BB e 2 hits.

Tutti insieme in una notte fredda e ventosa -giovani prospetti e vecchie glorie declassate in Minor League, atleti ambiziosi e giocatori ormai senza più speranze di fare il grande salto, uomini con fidanzate, moglie e figli che in inverno lavorano come camionisti o muratori pur di poter continuare a inseguire in primavera il sogno del baseball professionistico- tutti insieme convivono nella storica trascrizione della partita tracciata dallo scorer Mike Scandura su tre fogli con tre penne di diversi colori.

E la partita scivola via sulle pagine di Barry, fra piccoli e grandi episodi: il tradizionale stretch del settimo inning, quando gli spettatori si alzano quasi all'unisono per sgranchirsi le gambe come ad obbedire a un ordine misterioso, il punteggio sull'1 a 1 al nono inning, il vento che rende complicatissimo giocare i texas leaguers o frena incredibilmente la palla di quello che sembrava un fuoricampo, le discussioni fra i manager, l'alternarsi dei pitchers sul mound.

Sta accadendo qualcosa di magico. È come se il tempo si fosse arrestato, come se il Destino avesse rapito quegli uomini, intrappolandoli nel recinto del campo e condannandoli a giocare in trance per sempre. Al 16esimo inning i manager delle due squadre chiedono la sospensione della partita: c'è una regola dell'International League che dice che nessun inning può iniziare dopo le 0.50 di notte. Ma l'arbitro capo Jack Lietz consulta il prontuario del campionato e quella regola non appare da nessuna parte: per quanto possa sembrare incredibile, per una svista il paragrafo contenente la regola non è stato stampato nell'edizione del 1981, e allora Lietz ordina: "Signori, si continua a oltranza", senza sapere che di lì a poco sua moglie avrebbe telefonato alla polizia preoccupata perché suo marito non tornava a casa.

Al 21esimo inning Rochester segna il punto del 2-1 ma Pawtucket pareggia immediatamente. Al 24esimo arriva la notizia: abbiamo appena battuto il record della partita più lunga della storia. E si va avanti, mentre i radiocronisti Bob Drew e Pete Torrez continuano a trasmettere domandandosi chi sarà mai in ascolto a quell'ora, e i giocatori si riscaldano accendendo nel dugout un fuoco con le mazze spezzate, e la madre di Billy Broadbent, il batboy quattordicenne, si presenta sconvolta al campo per riprendersi suo figlio (ma il ragazzino rifiuta di venir via), e il pubblico abbandona poco a poco gli spalti (alla fine rimarranno in 19). Perché nonostante la stanchezza ormai tutti sentono di far parte di qualcosa che li sovrasta, sentono di dover essere fedeli al rito del baseball, alla logica binaria del gioco per cui ogni azione può avere solo due esiti: strike o ball, fair o foul, out o salvo. E allora il risultato di questa partita non può essere un pareggio, ci deve essere un vincitore.

Al 32esimo inning arriva la telefonata di Harold Cooper, il presidente dell'International League: "Fermate immediatamente questa pazzia!". Sono da poco passate le 4 di mattina e fra poco spunterà l'alba del 19 aprile, domenica di Pasqua.

Si riprende a giocare  il 23 giugno, 65 giorni dopo l'interruzione, stavolta davanti a 5.746 emozionati spettatori attratti dalla possibilità di assistere al finale della più lunga partita mai giocata. Ma il 33esimo inning durerà solo 18 minuti: nella parte bassa della ripresa Pawtucket carica le basi e Dave Koza piazza un singolo dietro la terza base che porta a casa il punto del 3-2 finale.  E la vita di Koza -uno di quelli che non ce la farà mai a giocare in Major- è un po' la parabola di questa partita pazzesca narrata da Dan Barry: l'autore della valida vincente avrebbe presto smesso di giocare e sarebbe stato poi travolto dall'alcolismo. Dopo aver distrutto la sua famiglia, solo venti anni più tardi avrebbe trovato la forza di riscattarsi e uscire dal tunnel (Hope and Redemption è il sottotitolo del libro).

Ma in quei 33 lunghissimi innings c'era anche un po' d'Italia. Con Rochester (la squadra in cui attualmente milita Chris Colabello) c'era anche Russ Laribee, che l'anno seguente avrebbe messo a segno lunghissimi fuoricampi con il Nettuno, e che quella sera al McCoy Stadium batté la volata di sacrificio per permise alla sua squadra di pareggiare al nono inning, anche se il suo ruolino finale fu di 0 valide su 11 turni, con ben 7 strikeouts (record assoluto per un solo giocatore in una partita).

E in quel 33esimo inning sul mound per Rochester c'era Steve Grilli, il pitcher perdente dell'incontro, padre di Jason Grilli, il fortissimo closer azzurro che al WBC abbiamo visto contro Portorico scaldarsi inutilmente nel bullpen per lanciare in un nono inning che non sarebbe mai arrivato…

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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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