Le regole del baseball e l'illusione di essere eterni

Continuiamo la lettura di "Bang The Drum Slowly" di Mark Harris (1956): i giocatori degli immaginari NY Mammoths vedono riflessa nel catcher Bruce Pearson la fragilità delle loro esistenze

Poco a poco Bruce Pearson si sta spegnendo. Il linfoma di Hodgkin lo lima poco a poco, ma per un certo tempo Henry riesce a tenere la squadra all'oscuro del male del suo amico. Anche perché Bruce gioca con una certa continuità e anche a buoni livelli, sia in battuta sia -sorpresa- quando viene chiamato a sostituire il catcher titolare: paradossalmente Bruce sembra migliorare come giocatore proprio mentre si avvicina alla fine. Henry Wiggen, l'estroso mancino dei New York Mammoths, già protagonista di The Southpaw, lo segue e lo protegge dai pericoli interni ed esterni alla squadra: gli scherzi crudeli dei suoi compagni, l'ingordigia senza scrupoli di una prostituta che aspira a diventarne la vedova per poter riscuoterne l'assicurazione sulla vita.

L'arrivo di un nuovo giocatore, Piney Woods, un texano che veste come un cowboy e strimpella la chitarra, è l'occasione per introdurre nelle pagine del libro il testo di The Streets of  Laredo, la canzone da cui è tratto il verso che dà il titolo al romanzo. È il canto di un cowboy ferito a morte da un proiettile in una rissa, che narra a un passante la sua triste storia. Nel ritornello chiede di essere seppellito:

Oh, beat the drum slowly and play the fife lowly, / And play the dead march as you carry me along; / Take me to the valley, and lay the sod o'er me, / For I'm a young cowboy and I know I've done wrong.

"Battete lentamente il tamburo e suonate il piffero su note basse, / suonatemi la marcia funebre quando mi porterete via, / portatemi giù alla valle e ricopritemi di terra, / perché sono un giovane cowboy e so di aver sbagliato."

La canzone diventa un po' la colonna sonora del romanzo (e dell'omonimo film del 1973 con Robert De Niro: cliccate qui per vedere la scena in cui Piney la canta) e accompagna la traiettoria finale di Bruce verso la tomba, quando i compagni di squadra scoprono poco a poco la verità sulla sua malattia.

Ma Bang The Drum Slowly, lungi dal presentarci  una storia lacrimevole, ci parla anche di altro. David McGimpsey, autore di un profondo saggio sul baseball nella cultura americana  (Imagining Baseball. America's Pastime and Popular Culture, Indiana University Press, 2000)  ha osservato che il romanzo è costruito sul contrasto fra le immutabili e impassibili regole del gioco e l'instabilità della condizione umana, contrasto cifrato nelle costrizioni a cui i giocatori sono sottoposti: la vita scorre, gli uomini nascono e muoiono, mentre nel suo discorso il baseball presenta se stesso come eterno e immutabile.

Da un lato c'è l'arcinoto discorso "mitico" sul baseball e la sua atemporalità che si scontra con la mortalità degli esseri umani: il baseball risorge ogni anno con i riti della primavera (lo spring training) per intraprendere un cammino fatto di schemi da riempire con nomi e cifre: i punteggi delle partite, le medie individuali e di squadra, i lanci, le corse e le battute, tutto ciò che fa parte dell'essenza del gioco. Ma dall'altra  c'è il meccanismo commerciale in cui è inquadrato uno sport visto ormai come show-business, un ingranaggio che risucchia i giovani, li attrae con l'illusione della fama e della gloria, li canalizza attraverso le serie minori ma è sempre pronto a lasciarli cadere, a sostituirli, a farli scomparire per sempre. Di quei ragazzi rimarranno delle statistiche, delle vicende riassunte in poche righe fatte di sigle e numeri che raccontano tutto (anzi, niente) della vita  di un Bruce Pearson o di un Henry Wiggen.

Ingabbiati da un meccanismo che li ammalia e che li domina, ma che fornisce loro anche un modo di sbarcare il lunario, ecco che i giocatori dei Mammoths si inventano uno spazio di libertà per riempire il tempo che non trascorrono sul diamante. È il Tegwar, un gioco di carte in cui non esistono regole, dove anzi le regole vengono continuamente improvvisate nel corso delle partite. Il Tegwar è il regno dell'anarchia, dove impera il divertimento e la mancanza di logica, dove non vince il migliore, dove la stessa vittoria è priva di senso. Il Tegwar è quindi il contrario del baseball, lo sport in cui tutto è apparentemente chiaro, ma dove l'apparenza può nascondere la frode ("È dal tempo dello scandalo dei Black Sox che non vengono cambiate le regole!" esclama a un certo punto uno dei personaggi) e la logica inesorabile del gioco non riesce a spiegare a noi mortali perché persone come Bruce siano condannate a essere espulse prematuramente e senza appello dal gioco e dalla vita.

Bang The Drum Slowly è dunque un romanzo complesso, sofferto, che, a differenza dell'impostazione "leggera" e aproblematica di gran parte della baseball fiction precedente, pone domande senza pretendere di offrire risposte e usa il baseball e la sua mitologia per far affiorare per contrasto la condizione precaria della nostra umanità.

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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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