L'ultima memorabile partita… (seconda parte)

In esclusiva per tutti i nostri lettori un racconto di Devor De Pascalis in 4 puntate ambientato nel mondo del baseball, tra Roma e Nettuno. Con i migliori auguri di Buone Feste da Baseball.it che nel 2013 festeggerà i suoi primi 15 anni

"Se percorrendo una strada ti ritrovi davanti a un bivio, imboccalo" – Yogi Berra

Alle 5.45, mentre il sole si affacciava sul mondo per l'ultima volta, Paolo ebbe la certezza che doveva radunare i Garbatella Peanuts e giocare la finale contro i Dominicani. Alle 5.46 si girò, svegliò Stefania e glielo comunicò. Lei – è superfluo dirlo – non la prese bene. Immaginando di trascorrere quella giornata come la maggior parte delle persone (normali), ovvero coi propri cari, Stefania aveva organizzato una braciolata nella casa di Fregene, con annessi figli, nonni, zii e nipoti. Si era messa d'impegno per fare una cosa di classe, né troppo triste, né troppo allegra. Non poteva aspettarsi che quello sciroccato di suo marito avrebbe deciso di rovinare tutto. Quando però le fu chiaro che Paolo era irremovibile, decise che sarebbe andata comunque a Fregene con i figli, e gli comunicò, con encomiabile autocontrollo, che era libero di fare ciò che voleva. La frase precisa fu: «Ma vaffanculo tu e il baseball!» Paolo non replicò e uscì da casa con mazze e guantoni, con la schiena appesantita dallo sguardo di muta riprovazione di moglie e figli.

"Devi stare molto attento se non sai dove stai andando perché potresti anche non arrivarci" – Yogi Berra

Prima tappa: casa di Giuliano, il quale, quando lo vide, restò spiazzato: «Non dovevi andare a Fregene?» chiese. «Non nel giorno della finale» rispose Paolo, lapidario. Giuliano si sentì sollevato di non dover più andare all'ultima braciolata di famiglia, alla quale anche lui era stato invitato. Un'obiezione però ce l'aveva: «Ammesso che riusciamo a racimolare abbastanza giocatori per scendere in campo, hai parlato con i Dominicani?»

Paolo lo rassicurò: quella mattina stessa aveva telefonato al loro capitano, Ramon Ortiz, e si erano messi d'accordo per vedersi al campo di via Galba alle 13.00. Così avrebbero avuto luce sufficiente per giocare ed eventualmente anche per tornare a casa prima del tramonto.

La seconda tappa fu Valle Aurelia, a casa di Sandrone, un omone di 53 anni che faceva il conducente dell'Atac e fumava quattro pacchetti al giorno. In gioventù aveva militato nel Grosseto, noto per il suo lancio velocissimo, ma col passare degli anni le cose erano cambiate. Ora i suoi lanci erano di una lentezza esasperante, così lenti che spesso gli avversari si facevano prendere dalla frenesia e cercavano di battere le palle quando erano ancora troppo alte, sicché finivano nei guanti dei Garbatella Peanuts. Sandrone diceva di avere tre lanci: quello lento, quello lentissimo e quello "due minuti e arrivo, ma sono ancora in mutande".

Lo trovarono stravaccato sulla poltrona del soggiorno, ad aspirare l'ennesima Lucky Strike. Mentre moglie e figlie preparavano l'ultima cena, una specie di cenone di natale, pasqua e capodanno messi insieme – che se non ci fosse stata l'apocalisse non sarebbe sopravvissuto comunque – Sandrone seguiva distrattamente gli aggiornamenti del TG1. In un angolo dello schermo, accanto alla faccia del giornalista, un orologio indicava il conto alla rovescia: mancavano otto ore alla fine del mondo.

 Sandrone non era per niente in forma. Aveva saltato le ultime partite perché gli avevano diagnosticato un malaccio impietoso e perché gli avevano detto di riguardarsi. Ma adesso, che importanza aveva "riguardarsi"? Così, quando Paolo e Giuliano gli comunicarono che la partita coi Dominicani si sarebbe giocata, Sandrone semplicemente si alzò, prese il gilet, le sigarette, la borsa con la divisa e salutò moglie e figlie, dicendo che forse non sarebbe tornato per cena. Punto.

Per tornare alla Garbatella, dove viveva l'esterno centro Fidel Hernandez, i tre si fecero un bel pezzo di raccordo anulare nella sgangherata Duna Weekend di Giuliano, schivando le macchine abbandonate sul ciglio della strada e qualche volta anche in mezzo alla carreggiata.

"Se non andate ai funerali degli altri, loro non verranno al vostro" – Yogi Berra

Fidel era nato a Cuba, ma si era sposato con una romana. Diceva di fare il percussionista in una band latinoamericana, ma nessuno lo aveva mai sentito suonare. Alle partite al campo di via Galba veniva sempre, perché il campo gli stava sotto casa, ma in trasferta non c'era mai. Diceva di avere tanto lavoro da fare, ma nessuno gli credeva, forse perché è difficile credere veramente a un cubano che lavora. In squadra si era sparsa la voce che in realtà fosse agli arresti domiciliari, il che avrebbe spiegato perché giocasse sempre e solo sotto casa. Comunque, anche se quella storia fosse stata vera, nessuno ci avrebbe più fatto caso, considerata anche l'amnistia generale concessa quella mattina dal presidente della repubblica. E poi, contro i Dominicani la mazza di Fidel serviva come il pane. 

Lo trovarono intento a leggere Garcia Marquez sugli scalini del caseggiato popolare dove viveva. Fidel non gli era mai parso tipo da romanzo impegnativo. Quando gli chiesero perché stesse passando il suo ultimo giorno a leggere un libro rispose che non gli piaceva l'idea di morire senza averne mai letto uno. Saputo della partita, però, non ci pensò su troppo ad abbandonarlo sugli scalini e salire sulla Duna Weekend. Adesso c'erano un lanciatore e due esterni, mancavano ancora sei noni della squadra e il tempo a disposizione stava per finire. Letteralmente.

Si divisero in due gruppi. Paolo e Giuliano avrebbero proseguito in macchina, mentre Fidel e Sandrone si sarebbero fatti una scarpinata in centro, tra carcasse d'auto e ingorghi irreversibili, per convincere i fratelli Garzia (che gli avversari scambiavano per sudamericani, ma erano ciociari) e il professore di letteratura americana Saverio (che sul campo non era un fenomeno ma aveva letto tutti i libri esistenti sul baseball). Si sarebbero ritrovati al campo per le 13.00, in tempo per la sfida con i Dominicani.

"Se mi chiedi qualcosa che non so, non credo saprò risponderti" – Yogi Berra

Paolo e Giuliano erano nuovamente soli, diretti a Torvajanica. Non avevano mai comunicato molto, perché si erano sempre capiti con gli sguardi. Per una volta, però, l'allenatore decise di parlare chiaramente al cugino. D'altronde era l'ultimo giorno buono per fare cose mai fatte prima. «Pensi che non ce la faremo, vero?» Giuliano si strinse nelle spalle: «É che tu sei pazzo, io non ho famiglia, Fidel è cubano e Sandrone è uno spirito libero… Ma gli altri, lo sai, sono… sono…» «Normali» concluse Paolo. Giuliano annuì e questo fu tutto.

Arrivarono alla villetta di Gina e Franco alle 11.05. La prima base e l'interbase erano compagni di squadra e di vita. Lei era segretaria in una ditta di surgelati, lui faceva il carrozziere al Lido. Stavano insieme da tanto e si volevano bene. La cosa più interessante era il loro modo di risolvere i conflitti di coppia: a casa andavano d'amore e d'accordo, ma sul campo se ne dicevano di tutti i colori. Che fosse quello il segreto di un matrimonio felice? Paolo si domandò come sarebbe andata con Stefania se le avesse insegnato a giocare a baseball. Purtroppo non lo avrebbe mai saputo.

Li trovarono seduti a terra, in salotto, a sistemare le foto di famiglia: il matrimonio, la nascita della figlia, il viaggio a Disneyland, e via dicendo. Quando videro i due cugini fecero la faccia perplessa, ma appena Paolo spiegò che avevano intenzione di giocare la finale la fecero molto di più. Al che Paolo tirò fuori quella che chiamava la sua "voce da allenatore" e partì con una traballante filippica sul senso della vita.

Giuliano alzò gli occhi al cielo: Paolo era un ingegnere e i discorsi sui massimi sistemi non gli erano mai venuti bene. Guardandosi intorno per l'imbarazzo il bidello notò una foto che raffigurava la coppia insieme alla figlia, durante i giochi olimpici di Pechino, quando la ragazza, prima di trasferirsi oltreoceano con il marito, un coach americano, giocava nella nazionale azzurra di softball. Mentre Paolo proseguiva il suo discorso senza senso, Giuliano raccolse la foto, la mostrò ai padroni di casa e, in tono pretesco, disse loro: «Penso che a vostra figlia farebbe piacere se giocaste. Ma se decidete di non farlo, lo capiamo benissimo: è una cosa da pazzi». Quindi afferrò Paolo per un braccio e lo trascinò fuori. Quando furono accanto alla Duna, Paolo cominciò a protestare. Il suo discorso stava funzionando, disse, avrebbe dovuto solo insistere. 

«Non c'è tempo per insistere» rispose Giuliano, salendo in macchina. Paolo s'accomodò sul sedile del passeggero borbottando ma, prima che potessero mettere in moto, videro Gina e Franco venirgli incontro con addosso la divisa dei Peanuts.

I quattro partirono quindi verso Rebibbia. Lì, in una multifamiliare condonata con vista sul carcere, abitava Takeshi. Faceva il reporter sportivo ed era arrivato in Italia per seguire le vicende di tale Taro Okada, una divinità in Giappone, ma qui quarto portiere nella A.S. Roma. Poi, un giorno, di ritorno dall'ennesima trasferta in cui Okada era rimasto in tribuna, Takeshi era passato per caso davanti al campo dei Peanuts e tra lì e scendere in campo a giocare c'era stato solo il fastidio di parcheggiare la Mitsubishi in doppia fila.

Takeshi era un ricevitore eccezionale: aveva un lancio potente e preciso, conosceva il gioco meglio di tutti e sulle basi era di una velocità mai vista. Era un tipo taciturno, ma bastava rivolgergli una domanda per vederlo sorridere senza motivo. Le rare volte che sbagliava chiedeva scusa a tutti con grandi inchini, tra lo sgomento dei compagni italiani, sempre pronti a cercare le più improbabili giustificazioni per i propri errori. Lasciati Franco e Gina in auto, Paolo e Giuliano raggiunsero l'appartamento di Takeshi. La porta era aperta. Il giapponese era seduto alla scrivania, a battere qualcosa al PC. Sullo schermo sequenze di caratteri incomprensibili.

«Che anime sensibili, questi orientali» sussurrò Paolo al cugino. «Probabilmente sta scrivendo un haiku, sai, una di quelle poesie brevi giapponesi. Magari per celebrare l'assurda ironia di questo momento.» Giuliano annuì con gravità.  Poi Paolo si schiarì la voce, ma Takeshi gli fece cenno di stare zitto e lui si bloccò. Dopo qualche secondo il giapponese terminò di scrivere e schiacciò il tasto invio. Solo allora si voltò e chiese il motivo della visita. A spiegazione avvenuta, soffiò fuori un unico e preciso "Hai!", che in giapponese significa "sì".

Uscendo da casa Giuliano non resistette alla tentazione di chiedere a Takeshi che cosa stesse scrivendo di così importante. Paolo sgranò gli occhi, per far capire al cugino che era una domanda invadente, ma il giapponese rispose con tranquillità zen: «E-mail di gravissimi insulti a molto onorevole giocatore di calcio Taro Okada. Per me lui sempre stato grande pippa». «Alla faccia dell'haiku» considerò Giuliano. Poi mise in moto e la Duna partì a razzo verso l'appuntamento coi Dominicani. Il tempo stringeva.

(Fine seconda parte)

Informazioni su Devor de Pascalis 20 Articoli
Devor de Pascalis è scrittore e sceneggiatore di cinema e TV. Nato a Roma nel 1976, si innamora perdutamente del baseball nell'inverno nel 1986 quando la mamma americana lo porta a trovare lo zio di Brooklyn, grande tifoso dei Dodgers (quelli di Pee Wee Reese e Roy Campanella, per intenderci). Tornato in Italia impara le regole del gioco grazie al Nintendo e a Bases Loaded 2, segue la MLB trafugando copie di USA Today dall'ambasciata americana, si invaghisce della protagonista dell'anime "Pat la ragazza del Baseball" e si mette a giocare nella Roma come "centro panchina". Sviluppa negli anni una passione malsana per le statistiche, che ritiene il personale rimedio al logorio della vita moderna, e tifa da sempre New York Mets perché non gli è mai piaciuto vincere facile. Ancora oggi ricopre con un certo successo il ruolo di "centro panchina" nella squadra amatoriale di softball del Green Hill.

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