Jim Abbott, storia di un perfetto imperfetto

Nonostante un'evidente malformazione, si allena e costruisce uno stile di lancio tutto suo che lo porta a disputare 10 anni in Major League. Tanti i motivi per ricordare questo splendido atleta del Michigan che trascendono i meri risultati sportivi

La piccola cittadina di Flint, nel Michigan, è nota per essere il luogo in cui è nata la General Motors e per l'immagina cupa e depressa che gli ha dato uno dei suoi più illustri cittadini, il regista Michael Moore. In un campo da baseball ci sono dei ragazzini che giocano una partita valida per la lega locale, fuori un altro bambino li osserva attentamente, sognando di essere dall'altra parte della rete a lanciare, battere, correre. E' nato con una malformazione evidente, ha solo la mano sinistra, e fino a quel momento ha potuto praticare solo sport che impegnano principalmente la parte inferiore del corpo, come il calcio o la corsa.
La maggior parte dei manuali di baseball enfatizzano il corretto uso di entrambe le mani, ma quel bambino, al di là della rete, non è affatto d'accordo e comincia ad esercitarsi duramente per cercare di sopperire a questa situazione penalizzante. Si allena con suo padre e, con incredibile perseveranza, pazienza e uno sconfinato amore per il baseball, riesce a mettere a punto un modo per prendere la palla con il guantone sulla mano sinistra, togliersi il guantone e lanciare la palla con la stessa mano. Per ore, tira la palla al muro, con il genitore o da solo, finché non impara a compiere il gesto con una notevole fluidità, imparando perfino a battere dopo aver appoggiato la mazza sul suo braccio destro ed impugnando, con la sua mano sinistra, mazza e braccio stesso.
Finchè un giorno, finalmente, si sente pronto per il "debutto" in quella squadra di bambini che ha guardato giocare così tante volte. Non viene subito accettato, anzi spesso viene deriso per quegli strani movimenti. Lo chiamano "Capitan Uncino" oppure "granchio", mandandolo spesso a casa in lacrime. Eppure nonostante lo spietato umorismo di compagni di squadra e avversari, sotto gli sguardi incuriositi degli spettatori, lui torna sempre al campo, spinto dall'indomabile desiderio di giocare e soprattutto dal supporto dei genitori.
Intanto cresce e comincia a brillare in campo, non solo per il suo "stile", ma anche per il livello delle sue prestazioni sportive. Ha cominciato come esterno, poi come prima base ed infine come lanciatore. Un ottimo lanciatore. Non è più solo una curiosità, la gente comincia a conoscerlo con il suo nome: Jim Abbott.
Al College, nella sua prima gara da partente, lancia una no-hit, tra l'incredulità e l'ammirazione dei suoi allenatori e del pubblico. Man mano che passa di categoria, adatta il suo stile alla crescente difficoltà e addirittura diventa anche il quarterback della squadra di football della Flint Central High School. Attira l'attenzione della CBS, che lo intervista, e lo manda in onda durante l'intervallo della seguitissima partita NFL del "giorno del Ringraziamento".
Anche gli scout del baseball pro lo notano, tanto da convincere i Toronto Blue Jays a sceglierlo per far parte della loro organizzazione. Ma Jim, seppur entusiasta per l'opportunità, decide di continuare a giocare per l'Università del Michigan, prima di tentare la carriera da professionista. I media continuano a seguirlo sempre di più e quando nel 1986 vince un premio come "Atleta più coraggioso" dell'anno, non perde occasione per sottolineare che lui "lancia per vincere, non per essere coraggioso". Jim ha sempre guardato a sé stesso come ad un buon lanciatore, senza voler specificare "con un solo braccio".
Nel 1987, ai Giochi Panamericani, diventa il primo lanciatore, negli ultimi 25 anni, ad aver battuto la fortissima Cuba in casa. Nel 1988 vince la medaglia d'oro alle Olimpiadi, lanciando nella finale contro il Giappone (nello stesso anno venne in Italia per il Mondiale e a Parma perse la finale contro Cuba). Nel 1989, è finalmente tempo di Major League. Allo spring training dei California Angels, una folla di giornalisti e fotografi attende l'arrivo della prima scelta: Jim Abbott. Finirà la sua stagione da rookie con un record di 12-12 ed una media PGL di 3.92. Pur con i normali alti e bassi che ogni giocatore incontra durante la sua carriera, Jim Abbott giocherà per 10 anni in Major League, concludendo con 87 vittorie in 263 partite disputate, 888 strike-out, solo 9 errori e 4.25 di media PGL. Nel 1993 allo Yankee Stadium, contro i Cleveland Indians, lancia una clamorosa no-hit, suscitando una fragorosa standing ovation dai tifosi degli Yankees.
Eppure, i motivi per ricordare questo splendido atleta trascendono i meri risultati sportivi. Jim Abbott è sempre rimasto quel bambino che voleva assolutamente giocare a baseball con gli altri, senza sentirsi diverso e mostrando quello che la forza di volontà e la motivazione possono fare. Per tutti è un esempio di tenacia e di amore per lo sport. Oggi ha pubblicato un libro intitolato "Imperfect: An Improbable Life" e spesso incontra bambini in condizioni come le sue, per incoraggiarli ad inseguire i propri sogni, senza farsi prendere dallo sconforto, senza arrendersi mai. Durante uno di questi incontri una bambina gli ha chiesto se gli piacesse la "sua piccola mano". Jim, sorpreso dalla spontaneità della bambina, rimane interdetto e si guarda le mani. Poi scoppia a ridere.

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