La futura IBL e il campionato che vorrei…

Riflessioni a voce alta prima di scegliere la formula per la stagione 2013: non sarebbe meglio un girone unico con 12 squadre, 3 stranieri (comunitari o non-Asi) e 7 giocatori di scuola italiana? La priorità resta il pubblico da portare allo stadio

Domenica a Firenze le otto franchigie dell'Italian Baseball League e quattro candidate a entrate nel Gotha (Padova, Reggio Emilia, Roma e Ronchi dei Legionari) saranno chiamate a pronunciarsi per mettere in piedi una formula anti crisi, che possa permettere di centrare alcuni obiettivi contemporaneamente: ridare vitalità al nostro amato sport, mantenere un livello tecnico elevato e soprattutto abbattere le spese per l'allestimento del torneo, diventate insopportabili per la maggior parte delle nostre realtà.

In una riunione interlocutoria, nel maggio scorso, le otto società ipotizzarono un campionato a dodici squadre (divise in due gironi da sei), con due partite settimanali, da giocarsi il sabato pomeriggio e sera. Le prime tre promosse di ogni girone disputerebbero la poule scudetto a sei con tre partite settimanali, con uno straniero in più della prima fase. Le altre sei formazioni continuerebbero a giocare con due partite e due stranieri per la Coppa Italia. Un'idea che indubbiamente servirebbe a far risparmiare un bel po' di soldi alle società (si parla del sessanta per cento), ma che presenta dei limiti. In primo luogo i tifosi di una squadra che non rientra tra le prime sei non vedrebbero mai le tre migliori formazioni dell'altro girone e questo limiterebbe di molto il fascino del torneo. Non è neanche giusto ad una società togliere un buon incasso contro il San Marino campione d'Italia o il Bologna campione d'Europa o magari non far disputare il derby tirrenico tra Grosseto e Nettuno. 

Tutti d'accordo per le due partite, ma non sarebbe dunque meglio far disputare un girone all'italiana con dodici squadre, tre stranieri (o comunitari o non-Asi) e sette giocatori di scuola italiana, con semifinali al meglio delle sette partite tra le prime squadre e playout per le rimanenti formazioni per evitare due retrocessioni?  Volendo, per aumentare lo spettacolo, le prime quattro potrebbero comunque affrontarsi in un girone di andata e ritorno, per disputare qualche incontro in più, ma già il fatto di far giocare tutti contro tutti sarebbe positivo e toglierebbe anche le spese del venerdì sera alle sei formazioni qualificate per la poule scudetto. In fondo in questa maniera si garantiscono 44 partite a tutti nella regular season, due in più degli ultimi anni. E se fra tre anni la crisi sarà passata nulla vieta di tornare alle tre partite, sempre ovviamente con dodici squadre.

Ma prima di studiare la formula, la Fibs dovrà mettere in testa ai dirigenti delle società di di studiare iniziative per portare il pubblico allo stadio. Per invogliare gli sportivi si dovrà innanzitutto lavorare sull'orario d'inizio delle partite. Per prima cosa, oltre ad ottimizzare i tempi sul campo con cambi di campo più veloci, vanno ridotti i tempi di permanenza allo stadio; basta pause interminabili tra una partita e l'altra, ma solo mezz'ora, al massimo 45 minuti, in cui le società dovranno organizzare qualcosa per intrattenere il pubblico, in attesa dell'altra gara: un'esibizione dei ragazzini, la presentazione di un libro, giochi all'interno del campo, offerte speciali allo stand del merchandise o semplicemente pizza, o bomboloni caldi. Si potrebbe ad esempio prendere gli sportivi per la gola: proponendo nel punto ristoro, di volta in volta,  vini o piatti tipici della società avversaria: gli sportivi in questa maniera potrebbero gustare i tortellini bolognesi, la piadina romagnola, un piatto di spaghetti all'amatriciana o di tortelli maremmani. Vanno dati insomma dei buoni motivi agli appassionati per rimanere all'interno dello stadio.

Da aprile a metà giugno si potrebbe iniziare a giocare dalle 14,30 per finire verso le 20-20,30, in maniera che gli sportivi possano uscire con gli amici, con la famiglia o, meglio ancora, cenare allo stadio. In estate, invece, si potrebbe iniziare alle 18, per finire intorno a mezzanotte. E se proprio si vuole trasgredire, si potrebbe ridurre a sette inning la prima gara, riservata al lanciatore italiano, velocizzando il gioco e aumentando le possibilità di successo delle squadre più deboli, rendendo più avvincente ed incerto il torneo, dando la possibilità alle matricole Padova, Roma, Reggio e Ronchi di ambientarsi più velocemente.  Lo sportivo dovrà affezionarsi alla squadra, decidendo di trascorrere un pomeriggio allo stadio, come del resto accade negli Stati Uniti sui campi di Minor league, e  le società dal canto loro dovranno trovare la maniera per convincerli ad  assistere alla prima e alla seconda partita, a cominciare dal prezzo del biglietto, che va fissato in cinque euro per tutta la giornata, compresa garadue, in cui si dovrà essere confermata la regola del  lanciatore straniero,  uno dei punti fermi al momento di decidere la formula. Un pitcher straniero è sinonimo di spettacolo e di garanzia tecnica e può sicuramente favorire una maggiore affluenza, rispetto ad una gara riservata ad un non-Asi o a un comunitario.  Prendo come esempio Navarro, stella del Grosseto nei primi anni Duemila, che, nelle sue stagioni al Grosseto, ha sempre garantito sugli spalti dello Jannella tra le 1.000 e le 1.500 persone nelle gare meno affascinanti, per arrivare a 3.000 o 5.000 nelle serate di gala. E lo stesso in precedenza era accaduto a Rimini con Rick Waits e a Parma con Remmerwaal.

Un'altra cosa dovrà essere chiara. La stagione non dovrà iniziare con il lancio della prima pallina nell'Opening Day, come sta avvenendo ultimamente, ma si dovrà creare, durante l'interno, l'attesa nelle singole realtà, con iniziative pubblicitarie, eventi allo stadio, mostre fotografiche dedicate al baseball, cene e sagre di finanziamento, comunicati stampa, newletter o anche solo con la presentazione della squadra e dello sponsor. In tempi di crisi, insomma, serve aguzzare l'ingegno. Non serve riprendere formule usate trent'anni fa dal presidente Notari ed attualizzarle al 2013. Occorre fare un passo indietro, con l'auspicio di farne due in avanti nel futuro.

Il punto di partenza dovranno essere le dodici squadre, in modo da allargare i confini di questo sport e ben venga la riduzione a due incontri, se fatta in maniera intelligente, comprendendo che per creare un ricambio generazionale si dovrà continuare a lavorare sui giovani e dare loro la possibilità di mettersi in mostra. Da qui la necessità di schierare sette atleti di scuola italiana, ma non si dovrà impoverire troppo il livello tecnico, per cui le società dovranno essere messe in condizione di tesserare tre atleti non italiani, siano essi stranieri, comunitari o non-Asi, senza distinzione.

E prima di mettere nero su bianco sulla nuova formula si dovranno conteggiare le partite da giocare, tenendo di conto le esigenze dei tecnici, che chiedono giustamente più incontri, e per allungare la stagione. In un anno come il 2013 in cui non ci saranno eventi internazionali di richiamo (il Classic si giocherà in marzo) si potrà giocare da aprile a settembre con due sole pause per la Final Four di Coppa Campioni e per l'All Star Game.  Un campionato a dodici squadre potrebbe garantire 44 incontri, che aumenterebbero in base alla formula dei playoff: tra le quattro e le sette per le semifinali con lo scontro diretto e altrettante per la finale. Diventerebbero però dodici nel caso di una poule scudetto a quattro con andata e ritorno, cui vanno aggiunte da quattro a sette per la finale. La squadra che vince lo scudetto disputerebbe complessivamente tra le 60  e le 63 gare. Chi disputa i playout (o Coppa Italia) potrebbe finire invece con 50 incontri, dieci in più dell'ipotesi con due gironi iniziali a sei. Last but not least, con un campionato a dodici squadre si passerrebbe dalle 20 settimane di gioco del 2012 a 27/31. Questo è solo il campionato che vorrei, da appassionato. L'ultima parola, però, è giusto che spetti alle società.

Maurizio Caldarelli
Informazioni su Maurizio Caldarelli 460 Articoli
Giornalista del quotidiano "Il Tirreno" di Grosseto, collabora anche con la Gazzetta dello Sport.

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