Lanciare non vuol dire solo colpire un bersaglio

In "The Man Who Had All The Luck" (rappresentato a Broadway nel 1944) il grande drammaturgo Arthur Miller ci presenta la storia dell'ossessione di un padre che vuol fare di suo figlio un pitcher da Major League

Dopo la parentesi dedicata ai libri di John Grisham, riprendiamo il nostro discorso sulle narrazioni che hanno come protagonisti i lanciatori. Come abbiamo visto, il mito del lanciatore come perno della squadra si era forgiato nella cosiddetta Dead-Ball Era ai primi del XX secolo, e la baseball fiction se ne era fatta immediatamente eco, presentando eroi immaginari positivi (come Frank Merriwell) o negativi (come Jack Keefe) che scendevano in campo assieme a lanciatori "reali" come Mathewson o Cicotte.

Invece, a partire dall'avvento dei grandi battitori come Babe Ruth, dagli anni 20 in poi nell'immaginario popolare crebbe la figura dello slugger a detrimento di quella del pitcher. Lo stesso Ruth cominciò la sua carriera come lanciatore per poi finire come esterno ed essere uno dei grandi fuoricampisti della storia, una traiettoria personale che fu poi calcata da Malamud nella costruzione del protagonista di The natural (Il migliore), Roy Hobbs. Insomma, se i giovani lettori di baseball fiction dei primi decenni del secolo sognavano di diventare lanciatori, i ragazzi degli anni ‘40 e ‘50 aspiravano soprattutto a battere i record di fuoricampo.

Questa situazione dovrà essere tenuta presente nell'analisi di The Man Who Had All The Luck (L'uomo che aveva tutta la fortuna) una singolare opera teatrale che Arthur Miller (il grande drammaturgo autore di Morte di un commesso viaggiatore e Uno sguardo dal ponte, secondo marito di Marylin Monroe dopo il divorzio dell'attrice da Joe DiMaggio) scrisse agli inizi della sua carriera. Si tratta di un lavoro relativamente poco studiato, il primo dell'autore ad essere rappresentato a Broadway, nel 1944, un testo di cui ho avuto modo di parlare recentemente in un congresso sul teatro americano.

La storia è ambientata in una cittadina del Midwest. Ne è protagonista David Beeves, un uomo baciato dalla fortuna, a cui tutto riesce bene, mentre attorno a lui amici e parenti vengono colpiti dalla mala sorte. La trama è abbastanza articolata, ma qui analizzeremo solo una delle azioni secondarie dell'opera, quella incentrata sul fratello di David, Amos, un ragazzo poco brillante ma dotato fisicamente che per l'appunto aspira ad essere un lanciatore in Major League.

Sin da piccolo suo padre, Pat, ex-marinaio, aveva visto in lui un atleta. Gli aveva preparato allora uno spazio speciale di allenamento: aveva costruito nell'ampia cantina della casa un mound con un bersaglio che il ragazzo doveva imparare a colpire lanciando una palla con forza e precisione:

Ho sempre lasciato che David se la cavasse da solo. Ma considerate invece il caso di Amos. Quando tornai a casa dal mare cosa trovai? Un bambino fra le braccia di sua madre. Lo toccai e sentii che aveva il corpo forte, e mi dissi: ‘Questo ragazzo non sprecherà la vita facendo diciassette cose differenti e finendo con l'essere una nullità. No, lui giocherà a baseball!' E, accidenti, da allora ha lanciato quella palla contro il bersaglio giù in cantina sette giorni alla settimana per dodici anni! Questa è concentrazione! Questa è fede! Questo è prendere la tua vita fra le mani e modellarla per farne ciò che vuoi!

Dunque Amos si è dedicato per tutta la vita a tirare la palla contro un muro, rinchiuso in cantina, sotto la guida di suo padre, preparandosi per essere un giocatore professionista. Giunge infine il grande giorno: Pat convince uno scout dei Detroit Tigers ad assistere alla prima partita di Amos contro una squadra della Negro League. La formazione di Amos vince la partita e Pat e la sua famiglia attendono il responso dello scout fiduciosi che al ragazzo sarà offerto un contratto con i Tigers. Quando lo scout si presenta a casa dei Beeves, Pat è entusiasta: "Ha visto che braccio ha mio figlio? Ha vinto la partita da solo!" Ma lo scout lo gela: ammette che il ragazzo è estremamente veloce e preciso nei lanci ma sentenzia anche che non può assolutamente giocare in una grande squadra: "Non appena un corridore arriva in base e comincia a trascinare gli spikes sulla terra, a far rumore dietro la schiena del ragazzo, succede qualcosa di strano. L'ho notato una volta, due volte, ogni volta che c'erano dei corridori in base. E quando la folla comincia a gridare, il suo ragazzo, signor Beeves, sta con la testa fra le nuvole". Il padre protesta, racconta disperato gli anni di sacrifici dedicati ad allenare il figlio, e allora lo scout lo interrompe di nuovo: Adesso capisco! In cantina non c'è il pubblico. Lì sa perfettamente cosa c'è dietro di lui. In cantina il ragazzo si sente completamente a casa. Si deve solo concentrare sul bersaglio. La sua mente è allenata a pensare solo a quell'unico oggetto, il bersaglio. Ma quando si ritrova in campo, con le urla della folla e due o tre uomini che saltellano sulle basi, allora la sua mente deve fare un sacco di cose allo stesso tempo, e lui si sente in un luogo strano, entra in panico, si paralizza, impazzisce per la presenza dei corridori, ed è finito! Da quel momento i suoi lanci valgono meno di un sacchetto di noccioline!

Come in una tragedia greca, nel personaggio si verifica di colpo una agnizione, ciò che Aristotele chiamava "il passaggio dall'ignoranza alla conoscenza": Pat capisce all'improvviso che spinto dalla sua "arroganza" (la hubris delle tragedie) ha commesso un errore che ha portato suo figlio alla rovina (la peripezia, che cambia il corso dell'azione). La sua hubris consiste precisamente nell'aver rinchiuso in cantina suo figlio impedendogli di conoscere la realtà, come l'uomo incatenato in fondo alla caverna nel famoso mito di Platone. Non solo: accecato dalla proiezione del suo ego sul figlio, Pat ha voluto fare di Amos un eroe della sua gioventù, ha voluto farne un pitcher in un momento in cui i ragazzi sognavano invece di essere grandi battitori. Certo, la situazione descritta da Miller è relativamente frequente: leggiamo per esempio in Strike Out Story (1949) l'autobiografia di Bob Feller, uno dei grandi pitcher dell'epoca: Mio padre era fermamente convinto che sarei diventato un giocatore professionista, un lanciatore e nient'altro. ‘Hai un lancio così forte che potresti abbattere un toro', diceva, ‘fra un paio di anni lancerai più veloce di quei tizi della Big League'. E decise che il baseball sarebbe stata la nostra attività, che avremmo costruito un campo nella nostra fattoria per potermi allenare.

Ecco, nell'opera di Miller Pat non costruisce un campo per Amos, non offre cioè a suo figlio un luogo di socializzazione in cui il gioco riflette la vita e i suoi meccanismi basati sulla cooperazione e l'agonismo. Al contrario, rinchiudendo Amos in uno spazio ristretto, isolandolo dal resto del mondo, Pat tradisce lo spirito del discorso "mitologico che soggiace al gioco del baseball: il corretto rapporto educativo fra padri e figli, la promessa di un'attività ludica e libera, il giusto equilibrio fra la dimensione individuale dell'essere e quella sociale rappresentata dallo sport di squadra. La storia va quindi letta come una favola, un esempio che ci fa riflettere, attraverso la metafora del baseball, sulle nostre responsabilità nel determinare la felicità o l'infelicità dei nostri simili.

Sul palcoscenico The Man Who Had All The Luck non ebbe la fortuna del suo protagonista e ricevette dure critiche sui giornali dell'epoca, per colpa soprattutto di un allestimento teatrale alquanto maldestro. Solo recentemente l'opera è stata riproposta al pubblico americano ed inglese, riscuotendo un notevole successo. Al di là del suo valore specifico, si tratta comunque di uno dei primi lavori letterari "seri" con una trama parzialmente incentrata sul baseball che apre in qualche modo la fase matura della baseball fiction successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

Luigi Giuliani
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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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