Il baseball giocato fra i campi di cotone

"La casa dipinta" di John Grisham (pubblicato in Italia dalla Mondadori) ci porta nell'Arkansas rurale degli anni '50, quando il baseball era l'unico svago nelle pause del lavoro agricolo

In attesa dell'imminente uscita dell'edizione italiana di Calico Joe, quest'estate varrà la pena di riprendere in mano un altro romanzo di John Grisham in cui il baseball ha una presenza rilevante: A Painted House (2001, tradotto dalla Mondadori con il titolo La casa dipinta, 2002).

La storia ha il profumo dell'America rurale degli anni cinquanta, quella della cosiddetta Bible Belt, l'area che abbraccia gran parte del Midwest e del Sud degli Stati Uniti dove la vita è impregnata più che altrove dalla fede delle varie Chiese evangeliche. Il paesaggio è quello sterminato delle coltivazioni estensive, con una popolazione dispersa in paesini di poche centinaia di abitanti circondati da fattorie isolate. Il luogo è l'Arkansas. L'epoca è il settembre del 1952. È il tempo del raccolto del cotone, unica forma di sostentamento per le famiglie che coltivano i campi e per i braccianti che come ogni anno scendono dalle colline del Nord o salgono dal Messico in cerca di lavoro. Ma è anche l'epoca in cui la regular season di baseball è agli sgoccioli, con gli adorati Saint Louis Cardinals che sperano ancora di vincere il pennant per poi andare alle World Series. Il tempo del lavoro e il tempo del gioco segnano il ritmo della trama sin dalla prima pagina del libro: La gente delle colline e i messicani arrivarono lo stesso giorno. Era un mercoledì dei primi di settembre del 1952. I Cardinals erano cinque vittorie dietro ai Dodgers quando mancavano tre settimane alla fine, e il campionato sembrava ormai perduto. Il cotone, invece, arrivava alla vita di mio padre, più in alto della mia testa, e lui e mio nonno bisbigliavano dopo cena frasi che raramente si erano sentite. Avrebbe potuto essere un buon raccolto.

Chi parla è Luke Chandler, un bambino di sette anni che si prepara a raccogliere il cotone assieme alla sua famiglia e ai lavoratori stagionali. La "gente delle colline", i cosiddetti hillbillies, sono i membri della famiglia Spruill che arrivano ammucchiati su un camioncino assieme alle loro misere cose. Il loro figlio maggiore Hank è un gigante aggressivo e ottuso, capace di scatenare per un nonnulla una violenza spropositata. I messicani invece non sono soliti mettersi nei guai. Parlano quasi solo spagnolo, sono lavoratori instancabili, mangiano quel loro cibo curiosissimo e piccante. Fra di loro c'è però Cowboy, un tipo  magro, sprezzante, dal coltello facile. Gli Spruill e i messicani accamperanno per un mese accanto alla casa dei Chandler, raccogliendo ognuno 100 libbre di cotone al giorno.

La notte per il caldo non si riesce a dormire, e tutti siedono in silenzio ad ascoltare la radio. Il grande Stan Musial guida i Cardinals in partite epiche giocate in luoghi lontanissimi: Saint Louis, Chicago, New York. La voce dei radiocronisti risuona nel buio attorno agli uomini stanchi per il lavoro, seduti sotto il portico, accuciati intorno a un fuoco. Il piccolo Luke segue le imprese della sua squadra sognando di essere un giorno un giocatore professionista. Intanto con i soldi del suo lavoro pensa di comprarsi per posta uno stupendo giacchetto rosso dei Cardinals che ha visto su un catalogo.

La trama -davvero avvincente, ma che non riveleremo qui- è costruita su uno scontro fra poveri, in un orizzonte morale e sociale dove gli uomini sono segnati dalla durezza del paesaggio, dalla severità dei costumi, dall'avidità delle banche, dall'instabilità del clima dell'Arkansas. Al suo interno, il baseball -presentato nella sua "naturale" e "mitica" ambientazione agraria- svolge una funzione di raccordo tematico ma dà anche lo spunto per uno snodo cruciale della storia: la partita improvvisata fra gli hillbillies e i messicani su uno spiazzo dietro la casa dei Chandler. Sul diamante gli uomini ritagliano il loro spazio di libertà e di incontro, fuori dalla costrizione del lavoro, in un rituale collettivo dove la socializzazione è incanalata attraverso la partita. Ma se il gioco -lo scontro ludico- incarna il patto di convivenza fra le persone, allora il non rispetto delle regole provoca la rottura dell'armonia, e la battaglia simulata si trasforma in violenza reale.

C'è di più. Il baseball e la violenza uniscono le storie dei maschi della famiglia Chandler: il nonno veterano della Prima Guerra Mondiale, il padre reduce della Seconda (in cui partecipò allo sbarco di Anzio), lo zio soldato al fronte in Corea. Così, il narratore-protagonista Luke vive quell'indimenticabile settembre del '52 osservando il mondo a occhi spalancati, apprendendo cose inaudite sulla vita e sulla morte, sul sesso e sull'amore, sul gioco e sul lavoro, sudando di giorno fra i filari di cotone, trepidando di notte per le radiocronache delle partite, aspettando l'arrivo di una lettera dalla Corea che annunci la fine delle ostilità, il ritorno alla serenità, la fine di un incubo.

Insomma, decisamente un buon romanzo, fatto di tensione e momenti lirici, giocato in uno spazio ristretto (la fattoria dei Chandler) eppure sperduto in un orizzonte vastissimo, in un momento in cui il mondo si apriva e le distanze geografiche stavano per ridursi di colpo. Di tale apertura è anche strumento e metafora la televisione, la nuova invenzione che compie il miracolo di far assistere a un emozionato Luke -laggiù nei campi silenziosi dell'Arkansas- alle World Series fra Yankees e Dodgers giocate a migliaia di kilometri fra Brooklyn e Manhattan.

La casa dipinta è uno dei pochi romanzi di Grisham che esula dal genere del giallo giudiziario di cui egli è senza dubbio il maggior autore a livello mondiale (quanto meno in termini di vendite). Del libro venne fatto anni fa un adattamento televisivo dallo stesso titolo che ebbe molto successo negli USA. Nel telefilm ne venne rispettata la trama nelle sue linee essenziali, ma furono introdotti alcuni cambi, come quello di innalzare l'età del bambino protagonista da sette a dieci anni. Era un modo di rimediare a quella che forse è l'unica pecca del romanzo: la presenza di un narratore eccessivamente consapevole e partecipe degli avvenimenti che lo circondano, decisamente non in consonanza con l'età del personaggio. È comunque un piccolo neo in un libro che piacerà ad ogni tipo di lettore, anche a quelli non particolarmente esperti di baseball.

Luigi Giuliani
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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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