Alex Liddi, l'ambasciatore del baseball italiano

Riconoscimento di Fraccari al sanremese che ha debuttato quest'anno in Major come terza base dei Seattle Mariners: "Spero di avere dimostrato agli italiani che è possibile. Occorre essere convinti dei propri mezzi e metterci il cuore"

Oltre a battere i migliori lanciatori della Major League, da oggi Alex Liddi ha un altro importante compito, assegnatogli dal presidente Fraccari. Con una medaglia consegnata al Teatro comunale di Vicenza, il terza base dei Seattle Mariners è stato infatti nominato "ambasciatore del baseball italiano". Davanti alla platea del Galà dei Diamanti, Liddi si è detto felice e orgoglioso di questa onorificenza. Nella medesima occasione, sempre disponibile e gentile, Alex si è prestato anche a rispondere alle domande dello sparuto gruppo di giornalisti intervenuti al previsto incontro stampa. Raccontando del suo esordio oltreoceano a 17 anni fino alle prospettive nei dei Seattle Marines.

"La Major League era un sogno, ci ho sempre pensato e creduto e mi fa piacere aver dimostrato che ce la si può fare – ha detto Liddi – Attenzione, per me è e rimane un punto di partenza e non certo un punto di arrivo. Spero di avere dimostrato agli italiani che è possibile. Non sempre sono fondamentali le doti tecniche, è sicuramente però importante essere convinti dei propri mezzi e metterci il cuore. Una persona che potrebbe raggiungermi in grande lega è Alessandro Maestri, ne ha tutte le potenzialità. Vedo molto bene anche Mineo che ha firmato con i Cubs e che credo sia sulla strada giusta".

Tu vieni da un percorso diverso dall'Accademia, cosa consiglieresti oggi ad un ragazzo?

"Ai miei tempi l'Accademia non c'era, ma rimane una grande opportunità. Ora in Accademia mi alleno, ci sono grandi manager, si è seguiti dai migliori ed è una vetrina importante. Credo che sia fondamentale per i giovani (Alex dice che 14 anni è l'età giusta per iniziare un percorso serio, ndr) avere strutture e tecnici come l'Accademia".

Visto che ti stai allenando puoi già segnalarci qualche prospetto emergente?

"Nessuno, altrimenti si montano la testa…"

Ora che è terminato il campionato come è cambiata la tua visione di Seattle?

"Seattle è bellissima anche se piove… troppo. Gli italiani sono orgogliosissimi e mi vengono spesso a trovare. Sono stato ad esempio ospite di due ristoratori italiani che mi hanno invitato diverse volte e devo ammettere che ho proprio mangiato bene. Scherzi a parte, sta cambiando la visione sugli italiani, lentamente ma sta cambiando. All'inizio c'era il solito stereotipo, pizza, mafia e mandolino, ma pian piano sto cercando di fargli cambiare idea".

Come proseguirà il tuo cammino verso gli spring-training?

"Fino a gennaio sarò in Accademia, poi andrò in Arizona ad allenarmi per essere pronto per gli spring-training che partiranno il 15 febbraio".

Come giudichi le voci di mercato su Kyle Seager?

"Anche se probabilmente saremo io e lui a giocarci il posto, è un caro amico e non tifo certo contro. Entrambi speriamo che l'altro faccia bene e sinceramente non penso a queste cose, la vita diventerebbe difficile".

Alex, c'è stato un momento difficile dove ti è balenata l'idea di non farcela? E che sacrifici hai dovuto fare per raggiungere questo sogno?

"Certo, nel 2007 nel Wisconsin. Nevicava, abitavo da solo ma i miei genitori mi sono stati molto vicini. Alla fine quell'esperienza mi è servita negli anni successivi dove ho imparato dai miei errori. E' fondamentale sbagliare, certo non troppo, ma senza gli errori non cresci. La passione e la fiducia possono fare tanto così come credere in se stessi. Noi europei facciamo un pò fatica a credere nei nostri mezzi e da questo punto di vista il mio amico Greg Halman appena scomparso mi ha insegnato tantissimo. Lui era talmente sicuro di se che qualcuno lo credeva presuntuoso. A me invece ha insegnato tantissimo. Sacrifici ne ho fatti tanti. Ho lasciato l'Italia a 17 anni salutando scuola, amici e famiglia. Certo ci sono stati tanti sacrifici ma rifarei tutto anche se non giocassi in Major League perchè comunque cresci, vedi culture diverse, impari lingue nuove. Se avrò dei figli spero possano farlo anche loro".

Capitolo chiuso con la Nazionale?

"Spero di no, fa sempre piacere giocare in Nazionale. Mi piacerebbe tornare tra gli amici che ho lasciato".

Quanto il baseball può ottenere dal rientro alle Olimpiadi? E la Major cosa vede i Giochi?

"Personalmente mi dispiace non poter giocare un Olimpiade. Agli americani invece importa poco, perché generalmente i Giochi si svolgono in pieno campionato Major. Non è difficile capire che temono di vedere i propri giocatori rischiare un infortunio dopo averli pagati milioni di dollari. Certo se si trovassero i presupposti per aprirli mentalmente sarebbe bello, ma al momento non nutro molte speranze".

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