Ricordando Alfredo Meli

La storia, i successi, la personalità, le iniziative di un "grande" del baseball italiano che ci ha lasciato nei giorni scorsi

Quando se ne va un personaggio speciale, ma "davvero speciale" come Alfredo Meli, ti assale un senso di tristezza e di rabbia. Vorresti urlare contro il destino, perfido. I pensieri avrebbero voglia di ribellarsi.
Ma poi mi fermo, rifletto, "rivedo" Alfredo e penso che lui non sarebbe d'accordo. Lui saprebbe sdrammatizzare anche la sua uscita di scena da questa vita. Uomo intelligente, acuto, perspicace, sensibile, naturalmente dotato di quella candida e tagliente ironia che caratterizza le persone di grande intelligenza. Viveva in un mondo diverso dal solito cliché. Altruista, liberale, creativo, capace di guardare oltre. Mai banale. Diceva sempre cose interessanti (le chiacchiere con poco costrutto e i convenevoli non facevano per lui…). Aveva cultura. Era un piacere ascoltarlo. Ne apprezzavi le intuizioni geniali. Ne ammiravi la semplicità, la schiettezza, la pulizia mentale, l'amore per quel che faceva.
Alfredo Meli è stato un campione sui diamanti. Un grande campione. Alfredo Meli è stato anche un allenatore vincente. Ma è da dirigente che ha fatto cose ancor più importanti, lasciando al baseball italiano un "patrimonio" di estrema dignità. Il suo impegno nel "sociale", creando nel 1997 il Baseball per i Ciechi, è destinato a rimanere nella storia.

Ad un certo punto Meli (dopo essere stato giocatore per 12 stagioni in Fortitudo, allenatore e general manager) lasciò il palcoscenico della massima serie preferendo andare lontano da occhi indiscreti e, quasi in silenzio, inventarsi qualcosa alla quale nessuno aveva mai pensato prima. E si è dedicato anima e corpo alla creazione, alla realizzazione, alla gestione del Campionato Italiano per Ciechi. Sembrava un'impresa, di quelle ai confini dell'impossibile. Eppure Alfredo Meli e i suoi preziosi collaboratori (citiamo ad esempio altri grandi campioni del passato, come Umberto Calzolari, Stefano Malaguti, Angelo Baldi, Carlo Morelli) ci riuscirono. Il gioco è strutturato in modo tale da consentire a persone non vedenti, tramite sistemi sonori presenti sulla pallina, di poter praticare il baseball. Lanciare, battere, realizzare fuoricampo. Esiste da quattordici anni, il Campionato per i Ciechi. Una realtà ampiamente collaudata. Anno dopo anno questo campionato – che fa parte della FIBS – ha dimostrato di meritare rispetto e dignità. Soprattutto dimostra che i disabili (può essere un non vedente, ma anche uno zoppo) non debbono essere considerati degli… sfigati. E che, sul piano del valore umano, non c'è niente di diverso in una battuta valida confezionata da un cieco. E' pur sempre una battuta valida. Alfredo Meli ci ha regalato – e ci ha lasciato – un grande messaggio.

Non ha mai cercato la gloria. Non gli interessava mettersi in primo piano, anzi è una cosa che ha sempre detestato. Tutto ciò che ha fatto nel baseball lo ha fatto unicamente per amore, per passione. Spontaneamente.
E' stato un grandissimo come giocatore, negli anni ruggenti delle spettacolari sfide dell'Amaro Montenegro Bologna con l'Europhon Milano ed il Glen Grant Nettuno.
E' stato un bravo allenatore.
E' stato, successivamente, un valido dirigente.
Poi, l'idea – coerente con il personaggio – di fare qualcosa di diverso: da lì l'iniziativa di tuffarsi nel "sociale" fondando la AIBXC Onlus, Associazione Italiana Baseball giocato da Ciechi.

Dunque, una storia importante, quella di Meli, vissuta sui diamanti. In diversi settori. Ebbene, Alfredo non ha mai cercato i riflettori. Anche quand'era un fuoriclasse e vinceva scudetti con la Fortitudo ed era una colonna della Nazionale azzurra, viveva ogni esperienza con giusta misura. Col buon senso dettato dalla saggezza.
Alfredo è sempre stato un tipo riservato, poco amante dei clamori o delle celebrazioni. "Sembrava schivo e anche un po' burbero – lo ricorda così Stefano Michelini, presidente della Fortitudo Baseball Bologna – ma in realtà viveva anche lui, e intensamente, le passioni e le emozioni più forti. Senza mostrarlo, o comunque senza mostrarlo più di tanto. Non amava essere al centro dell'attenzione". Già, come avesse timore di recare disturbo, di portar via qualcosa a qualcuno. Era il suo modo di essere, e di interpretare la vita.
Michelini racconta un aneddoto, quando la Fortitudo nel 2003 decise di ritirare la maglia numero 11 di Meli. "Alfredo era ovviamente felice e orgoglioso di questo riconoscimento, ma al tempo stesso profondamente imbarazzato. E mi disse: Io vengo alla cerimonia, purchè sia una cosetta semplice, non al Falchi, facciamola a Casteldebole e con poche persone". Ecco, questo era Alfredo Meli. Un personaggio che ha fatto cose importanti, anche molto importanti, senza farle pesare, sapendo dare ad ogni situazione il giusto peso. La capacità di interpretare la vita con semplicità, con intelligenza, con ironìa. E con amore in tutto ciò in cui ha creduto.
"La mia piccola carriera dirigenziale – ricorda Stefano Michelini – è cominciata proprio con Alfredo Meli. Io ero un semplice radiocronista, raccontavo per radio le partite della Fortitudo, con la passione del tifoso. Meli mi chiamò a collaborare con lui, che era presidente del cnt provinciale. Accettai e divenni il fiduciario provinciale del cnt. Dalla tribuna alla scrivania. Cominciò così…".
Una riflessione di Michelini. "Lo si dice per tutti, quando una persona ci lascia, ma per quanto riguarda Alfredo Meli è la pura e indiscutibile verità: un uomo di grandissimo spessore".

Alberto "Toro" Rinaldi – il personaggio più popolare della storia del baseball bolognese – racconta: "Sono stato compagno di squadra di Alfredo Meli dal 1969 a 1976 in quel gruppo unico che è stato l'Amaro Montenegro: eravamo quasi tutti coetanei e grandi amici, si stava sempre insieme, era una squadra straordinariamente compatta. Alfredo è stato un giocatore estremamente concreto, forse non bellissimo dal punto di vista dello stile, ma decisamente efficace. Era un personaggio fatto a modo suo, molto pragmatico, sdrammatizzava tutto. Sempre coerente con la sua filosofia di vita".
Anche Toro Rinaldi ha un aneddoto da raccontare. "Quando nel 1965 rientrai in Italia dopo la stagione americana a Tampa, feci appena in tempo ad arrivare a casa, fuori Porta Lame, là dove c'era il campo dell'Oca, che mi chiamò il presidente della Federazione. Il bolognese Ghillini. Mi chiese di andare a dare un'occhiata a due giovani prospetti: uno era Angelo Baldi, che a quei tempi giocava catcher, l'altro era appunto Alfredo Meli. Diventammo amici. Io dovevo ancora giocare in Fortitudo. Avevo fatto parte, giovanissimo, della Bazzanese di Angelo Zara, poi diventata Coca Cola. Mi volle il Parma. Feci tre stagioni a Parma, ma in quegli anni nacque un bel rapporto di amicizia con la dirigenza e con i giocatori della Fortitudo. E nel '69 tornai a Bologna".
E fu l'anno del primo scudetto del Club biancoblù, sponsorizzato dall'Amaro Montenegro di Isabella Seragnoli. Di quella prima Fortitudo vincente facevano parte Umberto Calzolari, Alfredo Meli, Toro Rinaldi, Gianni Lercker, Carlo Morelli, Stefano Malaguti, Enzo Blanda, Roger Sanders, Angelo Baldi, Aurelio Sarti, Sergio Ghedini, Joseph Campagna, e anche Luigi Malaguti, Naldi, Pizzuto, Barbieri, Lanzarini.

Una curiosità. In apertura degli anni '70 la Fortitudo Baseball ebbe il suo "tempio", lo stadio del baseball nella zona della Ponticella, intitolato al giornalista Gianni Falchi. Un campo molto lungo – per l'epoca – soprattutto all'esterno centro. E nel 1971 si registrò il primo fuoricampo battuto da un giocatore italiano al Falchi. Indovinate chi fu l'autore di quella performance? Alfredo Meli, naturalmente. Il quale fece volare la pallina a oltre 110 metri di distanza dal box di battuta su un lancio di "Biro" Consonni in una partita fra la Montenegro e l'Europhon.

Alfredo Meli da giocatore ha fatto parte della Fortitudo dal 1965 al 1976. E' uno dei punti di forza del "ciclo Montenegro". Campione d'Italia nel 1969, nel 1972 e nel 1974. Contribuisce a far salire Bologna sul tetto d'Europa con la Coppa dei Campioni vinta dalla Fortitudo nel 1973. Efficace battitore, Meli ha avuto una media-vita di 302. E 922 di media-difesa ricoprendo con sicurezza la posizione di esterno centro. Corridore potente sulle basi, abilissimo nelle "rubate" per la capacità di prendere il tempo al lanciatore e al catcher avversari. E' stato il miglior battitore della Fortitudo nel 1968, nel '69 e nel '71. Leader del campionato nella produzione di "doppi" nella stagione 1970.
Da capo-allentore, Meli guida il suo amico Alberto "Toro" Rinaldi a vincere lo scudetto del 1978 con il marchio Biemme.
Dal campo alla scrivania e la sapienza di Alfredo lascia il segno anche qui: è lui il direttore sportivo della Fortitudo Be.Ca Carni che conquista il titolo tricolore nel 1984.
Alfredo Meli e la Nazionale. Trentacinque presenze. A partire dal campionato Europeo (2° posto) del 1969 in Germania, poi il Campionato Mondiale (10° posto) del 1970 in Colombia, il Campionato Europeo del 1971 (2° posto) a Parma e Bologna, il Campionato Mondiale del 1971 (8° posto) a Cuba, il Campionato Mondiale 1972 (15° posto) in Nicaragua.

 

Informazioni su Maurizio Roveri 192 Articoli
Maurizio Roveri, giornalista professionista, è nato il 26 novembre 1949. Redattore di Stadio dal 1974, e successivamente del Corriere dello Sport-Stadio, fino al gennaio 2004. Iscritto nell'Albo dei giornalisti professionisti dal luglio 1977. Responsabile del basket nella redazione di Bologna, e anche del pugilato. Caporubrica al Corriere dello Sport-Stadio del baseball, sport seguito fin dal 1969 come collaboratore di Stadio. Inviato ai campionati mondiali di baseball del 1972 in Nicaragua, del 1988 in varie città d'Italia, del 1990 a Edmonton in Canada, del 1998 in Italia, nonché alle Universiadi di Torino del 1970 e ai campionati Europei del 1971, del 1987, del 1989, del 1991, del 1999. Dal 2004 al 2007 collaboratore del quotidiano "Il Domani di Bologna" per baseball, pugilato, pallavolo.  

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