Oriundi e oriundismi

Vademecum nel complesso mondo della doppia cittadinanza. Con l'aggiunta di qualche opinione

Sono giunto alla conclusione che devo dire la mia parola finale sui cosiddetti "oriundi".
Intendo che, dopo questo articolo, non ne parlerò più: nè professionalmente, nè nel forum, nè a cena con mia moglie.
Spero quindi di riuscire a spiegarmi bene.
Iniziamo col dire che sull'argomento esistono dati oggettivi ed esistono opinioni. Quello che vorrei riuscire a fare è spiegare la differenza tra l'una e l'altra cosa.
Sia chiaro, fin dall'inizio, che se è vero che tutte le opinioni sono rispettabili è altrettanto certo che è mio dovere affermare che non ritengo tutte le posizioni che ho sentito esprimere sull'argomento degne di un plauso.

La storiaIl termine "oriundo" esiste e significa "originario di". Venne usato per definire lo status dei 'figli di emigranti' che difesero la maglia azzurra della nazionale di calcio negli anni '30. Quello era un periodo nel quale evidentemente non sarebbe stato accettabile parlare di doppia cittadinanza. Quei ragazzi erano quindi argentini o uruguagi "oriundi" italiani. E al regime tanto bastava perchè potessero giocare in nazionale.
Negli anni '60 vi fu una nuova ondata di 'oriundi', che ebbe anche veri e proprio fuoriclasse (Altafini e Sivori furono i più celebri) ma portò a ben miseri risultati.
Nel baseball l'Italia fece ricorso ai cosiddetti 'oriundi' per un decennio abbondante. Per amore della verità, dobbiamo affermare che non avremmo mai vinto gli Europei del 1975, 1977, 1979 e 1983 senza i giocatori di scuola americana.

La legge sulla cittadinanza L'Italia (come in generale tutti i paesi europei) è un paese di emigranti. Per tutelare il diritto dei discendenti di questi italiani costretti a lasciare la loro terra, la legge che attribuisce la cittadinanza è basata sul principio dello "ius sanguini". Ovvero: è italiano chi, al momento della nascita, ha il padre o la madre italiani.
Gli Stati Uniti (e con loro ogni paese del continente americano) sono un paese di immigranti. Per tutelare il diritto dei discendenti di coloro che per primi sono approdati sul suolo americano, la legge che attribuisce la cittadinanza è basata sul principio dello "ius soli". Ovvero: è americano chi nasce sul suolo americano.

Un'informazione utile a questo punto sarà questa: un bambino nato da una coppia di immigrati tunisini in Italia non è Italiano. Almeno non necessariamente, perchè in effetti qualche modifica alla legge sulla cittadinanza è stata fatta, proprio per tutelare i figli di chi vive e lavora in Italia, a partire dai primi anni '90. Il legislatore però non ha mai mostrato di voler contraddire il principio dello "ius sanguini", al contrario di quello che è accaduto ad esempio in Germania o in Francia.
Al contrario, il discendente di un marinaio Italiano che ha combattuto con George Washington potrebbe essere italiano.

Un'altra informazione utile è che solo dagli anni '90 esiste un accordo tra Italia e Stati Uniti (e Venezuela ed Argentina ed esisteva da prima con la Germania, ma non serve ovviamente più, da quando siamo tutti cittadini europei) che ammette la 'doppia cittadinanza'. Di più: la legge italiana dice che in caso di doppia o multipla cittadinanza, quella italiana si intende prevalente.

La cittadinanza si può acquisire Coloro che emigravano negli Stati Uniti potevano sostenere un esame per acquisire la cittadinanza americana e, fino a pochi anni fa, questo significava perdere la cittadinanza originaria. In Italia non esiste nessun esame, ma si deve prestare giuramento alla Repubblica (atto di importanza non secondaria, direi). Anche da noi questo significava, fino a pochi anni fa, perdere la cittadinanza originaria: Quando ho dovuto restituire il passaporto tedesco ho pianto disse Josefa Idem, medaglia olimpica per l'Italia nella canoa.
Il modo più rapido per acquisire la cittadinanza è il matrimonio. Dal 1986 non è però più 'automatico' che il coniuge di un cittadino italiano sia italiano a sua volta. E' necessaria un'attesa che arriva fino a 3 anni. Esistono anche altri modi per acquisire la cittadinanza. I cosiddetti oriundi però non hanno bisogno di acquisire alcunchè: loro sono italiani dalla nascita per discendenza.

Caccia all'oriundo Per essere cittadini italiani non basta avere il cognome italiano e non serve parlare italiano (il nostro paese tutela le minoranze linguistiche, come sapete) o essere particolarmente patriottici. E' necessario discendere In linea diretta da italiani. Esempio: mio bisnonno emigrò negli USA nel 1911, mio nonno nacque nel 1915, nel 1916 mio bisnonno rinunciò alla cittadinanza italiana. Mio nonno, mio padre, io e i miei figli siamo italiani.
Altro esempio: io mi trasferisco negli USA e rinuncio per qualche motivo alla cittadinanza italiana per diventare americano. Un giorno dopo nasce mio figlio, che non è e non potrà diventare italiano, a meno che non acquisisca successivamente la cittadinanza.

Cosa ne pensa il CONI Il Comitato Olimpico ha formato a suo tempo una Commissione di Giuristi, che è giunta alle seguenti conclusioni:
1) termini come "oriundo" non hanno nessuna rilevanza giuridica
2) le Federazioni non possono fare differenze tra cittadini italiani
Queste 2 affermazioni hanno in un colpo solo cancellato la normativa che la Federazione Baseball aveva emesso nell'epoca Beneck (ogni squadra può schierare un numero 'x' di oriundi) e quella successiva applicata dalla Federazione nell'epoca Notari (chi non è di scuola italiana deve giocare come straniero).
La posizione del CONI ci spiega quindi molto chiaramente quanto sia improprio e scorretto creare una terza categoria di giocatori e cittadini, oltre agli italiani e agli stranieri.

Gli illeciti Capita che si trovi un bravissimo lanciatore disponibile a venire in Italia e con un bel nome tipo Mario Rossi, ma che si scopra che il suo inopportuno nonno ha rinunciato alla cittadinanza prima di dare alla luce suo padre. Oppure che la discendenza è da parte della nonna, che ha avuto il padre del nostro prima del 1948 (in Italia non c'era il suffragio universale, fino a quell'anno, di conseguenza una donna non poteva trasmettere la cittadinanza.
A quel punto non resta che comunicare al bravissimo lanciatore che lo potremo al limite tesserare da straniero. O aggirare l'ostacolo.
Il calciatore Veron si è inventato un nonno nato in Italia. Il suo collega Dida ha risolto il problema alla fonte, comprando un passaporto portoghese. I due casi sono molto diversi. Veron ha giocato con un passaporto regolare, benchè ottenuto in maniera illegittima. Dida con un documento falso e non a caso il Milan lo ha prestato all'estero: in Italia sarebbe stato probabilmente arrestato.
La Federazione Calcio ha equiparato all'illecito sportivo giocare con documenti falsi. Un altro caso Dida porterebbe il Milan a perdere a tavolino. Più controverso il caso Veron. Tecnicamente, in assenza di un documento falso, sarebbe difficile ipotizzare l'illecito.

Cosa può fare la Federazione Baseball per combattere gli illeciti? Non granchè, in effetti.
Al primo tesseramento i giocatori italiani devono produrre la carta d'identità. Fino a che gli uffici non sono in possesso del documento, da quest'anno l'atleta sarà in posizione 'sospesa'. Tesserato regolarmente, non potrà giocare finchè non produrrà il documento. E sarà libero a fine stagione, se il documento ancora non sarà stato presentato.
Al momento non esiste nelle carte federali un riferimento al tesseramento come illecito sportivo. Per essere chiari: anche se i casi di Vigna e Patrone porteranno a condanne, il Nettuno non vedrà toccato il titolo conquistato con questi atleti in campo.

Dopo i fatti, veniamo alle opinioni.
I maggiori oppositori alla presenza degli 'oriundi' in nazionale sostengono che questi giocatori tolgono il posto ai 'ragazzi italiani'. E' una posizione che non ha nessun fondamento dal punto di vista normativo, ma ha una sua evidente logica. Se giocare in nazionale è la massima aspirazione di un atleta che si dedica al baseball, l'idea che l'ultimo venuto dagli Stati Uniti, o da qualunque altra parte del mondo, glielo possa impedire ci disturba.
Comprensibile, ma assolutamente contrario al principio dello sport, attività nella quale si presume che i migliori primeggino e basta, senza nessun riferimento a quanto questo sia 'giusto'.
Io stesso amerei superare in dribbling a calcio Paolo Maldini e nuotare meglio di Rosolino, ma sfortunatamente la natura è stata più avara con me che con loro.
Trovo inoltre personalmente molto ipocrita la celebre frase: "se sono di uno stesso livello, preferisco un italiano ad un oriundo". E' offensiva per l'Italiano (è come dirgli: 'sei scarso, ma se non trovo di meglio mi accontento) e per l'oriundo (che non è messo nelle stesse condizioni del suo competitore).
Sto esprimendo evidentemente le mie opinioni. E mi scaldo a tal punto da usare con nonchalance il termine "oriundo", dopo aver lottato mesi per cancellarlo. Sulle opinioni potremmo discutere per anni. Ma è salutare, quando si affronta un argomento così delicato, dare tanta rilevanza a punti di vista inevitabilmente opinabili?

Conclusioni Quello che non mi convince delle 'opinioni' sull'argomento e che non sono quasi mai circostanziate e che difendono quasi sempre un interesse particolare.
Prendiamo i giocatori: è evidente che perdere il posto in nazionale a favore di un personaggio destinato a passare attraverso il mondo del baseball italiano come una meteora possa rappresentare un cruccio. Io però mi cruccio a mia volta del fatto che quasi mai si parla del bene della squadra. Un vero sportivo dovrebbe essere pronto (ovviamente, il caso è estremo) a cedere il posto a chi può dare alla squadra più possibilità di vincere.
Tenete presente che esistono ormai anche "gli oriundi degli oriundi", ovvero quei giocatori che vengono ritenuti 'illegittimi' da altri oriundi. Quelli ormai 'sdoganati' dal fatto di essere da tempo nel nostro campionato o di parlare bene la lingua o di fare gruppo. O magari dal fatto di essere nelle grazie di qualche Mammasantissima dello spogliatoio. Non ci siamo. Dove andremo a finire a questo modo? Chi li stabilirà i criteri di 'sdoganamento'? E varranno solo per gli oriundi?
Prendiamo chi invoca a gran voce la professionalizzazione del baseball italiano. Ma come? Volete creare blocchi per evitare che i giocatori nati e cresciuti all'estero finiscano in nazionale? Ma non è lo stesso modo di fare che contestate alle città "che contano" del baseball, colpevoli secondo voi di imporre i loro giocatori alle nazionali fin dai livelli più bassi?

Quello che tutti gli appassionati di baseball dovrebbero auspicare è che in nazionale vadano i 24 migliori giocatori. E che contemporaneamente venga data ai migliori prodotti del nostro vivaio la possibilità di crescere al punto che l'Italia inizi ad esportare talento, anzichè importarlo.
A quel punto, avremo risolto un problema. Ma ne vedremmo nascere un altro: che restino in America, quei 12 italiani che giocano in Major. Guadagnano un sacco di soldi e ci tolgono anche il posto in nazionale. A noi, italiani e oriundi, che tutti i venerdì e sabato sera sudiamo nel campionato italiano. O mi sbaglio?

Informazioni su Riccardo Schiroli 1196 Articoli
Nato nel 1963, Riccardo Schiroli è giornalista professionista dal 2000. E' nato a Parma, dove tutt'ora vive, da un padre originario di Nettuno. Con questa premessa, non poteva che avvicinarsi alla professione che attraverso il baseball. Dal 1984 inizia a collaborare a Radio Emilia di Parma, poi passa alla neonata Onda Emilia. Cresce assieme alla radio, della quale diventa responsabile dei servizi sportivi 5 anni dopo e dei servizi giornalistici nel 1994. Collabora a Tuttobaseball, alla Gazzetta di Parma e a La Tribuna di Parma. Nel 1996 diventa redattore capo del TG di Teleducato e nel 2000 viene incaricato di fondare la televisione gemella a Piacenza. Durante la presentazione del campionato di baseball 2000 a Milano, incontra Alessandro Labanti e scopre le potenzialità del web. Inizia di lì a poco la travolgente avventura di Baseball.it. Inizia anche una collaborazione con la rivista Baseball America. Nell'autunno del 2001 conosce Riccardo Fraccari, futuro presidente della FIBS. Nel gennaio del 2002 è chiamato a far parte, assieme a Maurizio Caldarelli, dell'Ufficio Stampa FIBS. Inizia un'avventura che si concluderà nel 2016 e che lo porterà a ricoprire il ruolo di responsabile comunicazione FIBS e di presidente della Commissione Media della Confederazione Europea (CEB). Ha collaborato alle telecronache di baseball e softball di Rai Sport dal 2010 al 2016. Per la FIBS ha coordinato la pubblicazione di ‘Un Diamante Azzurro’, libro sulla storia del baseball e del softball in Italia, l’instant book sul Mondiale 2009, la pubblicazione sui 10 anni dell’Accademia di Tirrenia e la biografia di Bruno Beneck a 100 anni dalla nascita. Dopo essere stato consulente dal 2009 al 2013 della Federazione Internazionale Baseball (IBAF), dal giugno 2017 è parte del Dipartimento Media della Confederazione Mondiale Baseball Softball (WBSC). Per IBAF e WBSC ha curato le due edizioni (2011, 2018) di "The Game We Love", la storia del baseball e del softball internazionali.

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