Il baseball non si può permettere di uscire dalle Olimpiadi

La triste storia di un movimento che si è complicato la vita a partire dai Giochi del 1996. Servono coerenza e decisionismo, il tempo per salvare il nostro sport è poco

Noi del baseball ci siamo molto agitati, quando una mattina un nostro connazionale (Carraro Franco, presidente Federcalcio e di parecchie altre cose) nel suo ruolo di presidente di una Commissione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha proposto di eliminare dal programma olimpico il baseball e il softball. Oggi dobbiamo concludere che non aveva tutti i torti. Anzi, se di ingiustizia si può parlare, forse è il caso di riservare il termine al softball, che in fondo le migliori atlete le ha sempre portate e ha tornei qualificatori che garantiscono la presenza delle migliori formazioni.

Il baseball ha invece iniziato dopo i Giochi di Atlanta una lunga operazione di harakiri che il torneo qualificatorio delle Americhe giocato a Panama in novembre potrebbe giusto aver completato.
Negli ultimi 8 anni il baseball ha mentito. Ha annunciato la presenza dei 'professionisti' (termine generico: nel senso che il mondo di lingua Inglese e di lingua spagnola danno alla parola, anche chi gioca nel nostro campionato è professionista, visto che riceve più delle spese “necessarie” allo svolgimento dell'attività) fin dal Mondiale '98, ha continuato a dire che l'accordo con le Grandi Leghe americane per avere i “migliori” era prossimo venturo quando non lo è mai stato, ha continuato a strutturare le sue manifestazioni senza guardare la realtà e finito con il creare tornei di qualificazione come quello di Panama.
La composizione del girone del baseball ai Giochi è quantomeno bislacca. Partecipano la Grecia (che di fatto non ha un campionato nazionale degno di questo nome), l'Olanda e l'Italia (che, con tutta la buona volontà, esprimono un livello anni luce inferiore a quello dei paesi asiatici o americani), Canada, Cuba, Giappone, Australia e Taiwan. Corea e, soprattutto, Stati Uniti faranno sentire la loro mancanza. Per non parlare di Repubblica Dominicana o Portorico, destinate a non partecipare più, se le regole non cambiano.

Pensare ad un'Olimpiade di baseball senza Stati Uniti fa quasi tenerezza. In realtà, non è uno scandalo. Gli americani hanno accettato una formula qualificatoria ridicola e ne hanno pagato le conseguenze. Avrebbero potuto muoversi per cambiarla, ma non l'hanno fatto. Forse perchè si ritenevano sicuri. Nel 1999 e nel 1995 la stessa sorte era toccata al Canada e nessuno aveva ululato alla luna.
La cosa veramente deprimente è che gli Stati Uniti erano largamente la miglior squadra del torneo qualificatorio di Panama e uno sport che palesemente dà più chance alle squadre meno forti di vincere, ha intrapreso una china preoccupante. Roba da lasciarlo fuori dalle Olimpiadi, quasi quasi.

La geo politica non è mai il massimo, ma la maniera in cui la applicano i vertici dell'IBAF è qualcosa di buffo, perchè non tiene conto della realtà.
La realtà nel baseball è che questo sport è popolare e diffuso in Estremo Oriente, Nord e Centro America e nei Caraibi. In Europa vivacchia (ma almeno ci sono campionati organizzati) e in Oceania ed Africa praticamente non esiste.
L'Australia si trova a giocare gare decisive con Guam, isola che costerebbe più di qualche bacchettata sulle dita a qualunque studente chiamato ad indicarla sul mappamondo. E che, soprattutto, non ha la benchè minima intenzione di giocare. Questo bisogna concludere, dopo i 'bidoni' del Mondiale 2003 e della Qualificazione Olimpica 2004. La stessa Australia ha una trentina di giocatori professionisti in America, ma non ha un campionato nazionale. Lo spazio che i media dedicano al baseball downunder fa apparire quel che vediamo qui manna che scende dal cielo.
Il Sudafrica è talmente convinto della crescita del baseball nel suo continente da aver chiesto di poter giocare i tornei della Confederazione Europea. A parte la zona di Capetown, qualunque sudafricano assocerebbe il termine 'mazza' al cricket.
Dovere dell'IBAF sarebbe garantire che all'Olimpiade avessero accesso i migliori. All'Europa spetta un posto solo. Al limite, si potrebbe pensare a dun torneo con 2 qualificate tra Europa, Africa e Oceania. L'importante è che cambi l'approccio al problema, perchè la riforma del percorso qualificatorio è indispensabile: in caso contrario il baseball dalle Olimpiadi uscirà dopo Pechino.

Certo, è anche vero che le motivazioni che il CIO adduce per giustificare l'uscita del baseball dal programma dei Giochi sono smontabili pezzo per pezzo.
Sport che stanno nel programma belli comodi non portano i migliori atleti. Esempi? Il calcio, che vara nazionali under 23 e che non vedrà la partecipazione del Brasile, eliminato come gli Stati Uniti. Il tennis, con i migliori giocatori che hanno detto ai quattro venti che del Grande Slam e della Coppa Davis ne hanno più che abbastanza.
Altri sport non si capisce cosa andrebbero a rappresentare in un programma olimpico, se non la classica esca per stanare sponsor. Il golf porterebbe i migliori? E che diffusione ha tra coloro con dichiarazione dei redditi medio bassa? E il rugby a 7 chi lo ha mai visto, su scala planetaria?

Infine, una considerazione per noi del baseball (italiano). Sudafrica e Australia non hanno di fatto campionati nazionali. Ma hanno prodotto più atleti di alto livello rispetto al Bel Paese. Per 3 lustri l'Italia ha pensato che costruire campi e illuminarli significasse progresso e che mandare in campo atleti preparati fosse l'optional.
Mi auguro che siamo tutti pronti a cambiare idea.

Informazioni su Riccardo Schiroli 1195 Articoli
Nato nel 1963, Riccardo Schiroli è giornalista professionista dal 2000. E' nato a Parma, dove tutt'ora vive, da un padre originario di Nettuno. Con questa premessa, non poteva che avvicinarsi alla professione che attraverso il baseball. Dal 1984 inizia a collaborare a Radio Emilia di Parma, poi passa alla neonata Onda Emilia. Cresce assieme alla radio, della quale diventa responsabile dei servizi sportivi 5 anni dopo e dei servizi giornalistici nel 1994. Collabora a Tuttobaseball, alla Gazzetta di Parma e a La Tribuna di Parma. Nel 1996 diventa redattore capo del TG di Teleducato e nel 2000 viene incaricato di fondare la televisione gemella a Piacenza. Durante la presentazione del campionato di baseball 2000 a Milano, incontra Alessandro Labanti e scopre le potenzialità del web. Inizia di lì a poco la travolgente avventura di Baseball.it. Inizia anche una collaborazione con la rivista Baseball America. Nell'autunno del 2001 conosce Riccardo Fraccari, futuro presidente della FIBS. Nel gennaio del 2002 è chiamato a far parte, assieme a Maurizio Caldarelli, dell'Ufficio Stampa FIBS. Inizia un'avventura che si concluderà nel 2016 e che lo porterà a ricoprire il ruolo di responsabile comunicazione FIBS e di presidente della Commissione Media della Confederazione Europea (CEB). Ha collaborato alle telecronache di baseball e softball di Rai Sport dal 2010 al 2016. Per la FIBS ha coordinato la pubblicazione di ‘Un Diamante Azzurro’, libro sulla storia del baseball e del softball in Italia, l’instant book sul Mondiale 2009, la pubblicazione sui 10 anni dell’Accademia di Tirrenia e la biografia di Bruno Beneck a 100 anni dalla nascita. Dopo essere stato consulente dal 2009 al 2013 della Federazione Internazionale Baseball (IBAF), dal giugno 2017 è parte del Dipartimento Media della Confederazione Mondiale Baseball Softball (WBSC). Per IBAF e WBSC ha curato le due edizioni (2011, 2018) di "The Game We Love", la storia del baseball e del softball internazionali.

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