Lo spettacolo siamo noi !

La storia della canzone più amata dagli appassionati di baseball

Abbiamo parlato in questa rubrica che ho il piacere di curare della bellezza del gioco del baseball, delle sue strategie, degli incantevoli stadi ed altro, ma quello che vi voglio raccontare oggi è un evento che come per magia accade in ogni partita, in ogni stadio, in ogni paese, esattamente a metà del settimo inning….Chi ha assistito ad una partita di baseball avrà sicuramente già capito, sto parlando infatti del ‘seventh inning stretch”, in pratica lo sgranchirsi le gambe tra la fine della parte alta del settimo inning e l’inizio della parte bassa. Quello che è stato definito dallo storico cronista newyorkese Warner Fusselle ‘il minuto più felice di tutti gli sports”, non è altro che un’allegra canzoncina che viene cantata e ritmata da tutti gli spettatori, dando loro la possibilità di alzarsi in piedi e di rilassarsi dopo circa due ore e mezzo di partita, prima di assistere agli inning decisivi; un ritornello gradevole che davvero coinvolge tutti, grandi e piccini. Siete curiosi di imparare anche voi il testo? Eccovi accontentati!
‘Take me out to the ball-game
Take me out with the crowd
Buy me some peanuts and crackerjack
I don’t care if I never get back
Let me root, root, root for the home team,
If they don’t win it’s a shame,
For it’s one, two, three strikes you are out
At the old ball-game.”
La traduzione non è difficile per cui la lascio a voi, con un solo piccolo aiuto: ‘root” sta per tifare, sostenere…
La storia comincia in un caldo pomeriggio del 1908 a Manhattan, quando il musicista Jack Norworth lesse su un cartello per strada che ci sarebbe stata una partita di baseball al Polo Ground di New York: fu così colpito dall’idea di scriverne una canzone che ci impiegò soltanto 15 minuti a creare una delle più popolari canzoni d’America, seconda solo a ‘The Star-Spangled Banner” (l’inno nazionale americano), ed a ‘Happy Birthday”. La cosa più curiosa è che Norworth non aveva mai assistito ad una partita in vita sua, e fu soltanto nel 1940, dopo ben 32 anni dalla nascita della canzone, che interruppe il suo digiuno andando all’Ebbert Field di Brooklin nel Jack Norworth Day, una giornata a lui dedicata. Nonostante la canzone fosse stata scritta come detto nel 1908, ci sono tracce storiche dell’intervallo al settimo inning già nel 1869, quando il futuro Hall of Famer Harry Wright dei Cincinnati Red Stockings scrisse ad un amico: ‘Gli spettatori si sono tutti alzati in piedi alla metà del settimo inning, allungando le loro gambe e braccia e qualcuno anche camminando. Così facendo hanno potuto godere di un po’ di rilassamento dalla loro posizione sopra quelle dure panche.” Nel 1941 i Chicago Cubs fecero installare al Wrigley Field il primo organo all’interno di uno stadio della Major League, e si iniziò la tradizione di suonare alcune canzoni all’interno dello stadio come ‘Camptown Races”, ‘Auld Lang Lyne” e la nostra ‘Take me out to the ballgame”. La canzone però non era ancora accomunata allo stretching del settimo inning: Bill Veeck, l’allora presidente dei Chicago White Sox, era un grande estimatore del brano e provò in molti stadi a farla cantare, ma con scarso successo, fino a quando nel 1976 notò che l’organista del Comiskey Park spesso inseriva la canzone durante il settimo inning ed il telecronista Harry Caray la cantava senza l’aiuto del microfono, suscitando grande successo tra gli spettatori vicino a lui. Così un giorno Veeck fece installare di nascosto un microfono, ed appena Caray iniziò a cantare si trovò tra il suo stupore amplificato, con un intero stadio entusiasta. Il resto è storia recente: Caray passò a fare il telecronista dei Cubs, le cui partite venivano trasmesse su tutto il territorio nazionale dal canale televisivo WGN, e da quel momento in poi la popolarità della canzone divenne inarrestabile tanto che, in un momento di comprensibile orgoglio, l’indimenticabile Caray dichiarò ad un giornalista che lui aveva avuto più ascoltatori di Frank Sinatra e Luciano Pavarotti messi assieme, in quanto ogni giorno erano circa 30 mila persone allo stadio a cantare con lui, non contando i milioni di persone che lo ascoltavano alla radio ed alla televisione, e come potremmo dargli torto!
L’appeal è semplice da comprendere: la canzone è estremamente facile da cantare e tutti (ora anche voi) conoscono le parole; inoltre vi è uno straordinario momento di fratellanza quando migliaia di persone si alzano tutte insieme a cantare e ballare.
Per tutta la partita noi prestiamo attenzione ai giocatori, ma durante questo minuto di follia collettiva diventiamo noi i protagonisti, ed il gioco diventa nostro, ancora una volta….


Informazioni su Francesco Paolo Falanga 83 Articoli
Sposato dal 1999 con Ester, Paolo ha due maschietti, Federico di 2 anni (lanciatore destro!) e Carlo di un anno (battitore mancino!), che spera prendano la sua stessa passione per il baseball.Commercialista di professione, adora la sua famiglia e la casa con le quali passa tutto il tempo possibile.Come hobby ha la televisione (è un divoratore di eventi sportivi in TV), internet e viaggi, ha passato molto tempo negli Stati Uniti dove ha avuto la fortuna di visitare molti stadi di baseball e di vivere da vicino l'educazione sportiva degli americani.Ha collaborato saltuariamente con qualche rivista in America ed è un grande tifoso dei San Francisco Giants. (Spera di rendersi utile al sito cercando di trasmettere quelle stesse emozioni che prova ancora oggi nel vedere una partita del 'meraviglioso gioco del baseball'....

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