Oh, Canada…

…ma le cose non si potevano organizzare un po' meglio?

Quasi non mi sembra vero…mentre vi scrivo sono comodamente seduto su un pullman di quelli normali da viaggio, e non più sullo scomodissimo scuolabus con i sedili foderati in pelle che ci ha portato in giro durante la nostra permanenza a Ottawa. Stiamo andando verso l’università Sherbrooke, che sarà la nostra casa per la seconda parte dell’avventura canadese, quella più importante.

La stessa strada che stiamo percorrendo ora, con il fresco dell’aria condizionata, uno spazio più che sufficiente tra un sedile e l’altro, e un autista che non ci fa cadere per terra ad ogni frenata, l’avevamo già percorsa ieri, quando ci siamo recati a Montreal per assistere alla gara di Major League tra Expos e Diamondbacks. Il nostro autista Alan ci aveva avvertito che a Montreal avremmo trovato un’enorme quantità di traffico, ma quello che ci ha sorpreso è il fatto che l’enorme ingorgo stradale che ci ha bloccato per più di un ora l’abbiamo incontrato al ritorno, all’una e mezza di notte, e non all’andata. Nel pomeriggio le cose erano andate stranamente bene…dopo una sosta in un’area di servizio fornita di diversi fast-food, e dopo aver rischiato un paio di volte di colpire con il pullman dei pali posti per segnalare dei lavori in corso ( tra l’altro visibilissimi anche a lunga distanza), Alan ci aveva portato fino all’Olympic Stadium, campo di casa degli Expos, senza sbagliare mai strada, seguendo una cartina da lui disegnata su un foglio di carta e attraversando la città passando sulla modernissima tangenziale sopraelevata. Appena attraversato il fiume che divide Ontario e Quebec, che si trova a pochi chilometri da Ottawa, abbiamo avuto la sensazione di essere entrati in un nuovo stato, o addirittura in un altro continente, piuttosto che in una nuova provincia; oltre al fatto che nel Quebec tutti i cartelli sono scritti prevalentemente in lingua francese, la sistemazione e la tipologia degli edifici nelle città ricordano in qualche modo quella europea, al contrario di quanto succedeva nell’Ontario.

La sfortuna di non poter vedere lanciare Randy Johnson, che invece sarà sul monte oggi, è stata ripagata dalla fortuna di aver assistito ad una partita stupenda, finita al decimo inning sul fuoricampo della stella di casa, Vladimir Guerriero. Lo stadio di casa di Montreal, che fu costruito per i giochi olimpici del 1976, ha la particolarità di essere stato in seguito coperto da un tetto di gomma; al suo interno, i ragazzi della nazionale si sono divertiti soprattutto nel prendere parte ai giochi interattivi organizzati vicino agli ingressi, tra cui prove di abilità e di velocità nel lancio. Mi ha personalmente fatto piacere il fatto che alla partita abbia assistito un discreto numero di appassionati, in una città che negli scorsi anni spesso ha faticato a portare allo stadio una quantità decente di spettatori; mi ha un po’ deluso, dall’altra parte, il fatto che appena la gara è andata agli extrainning tantissime persone si sono dirette verso le uscite…va bene la delusione perché la squadra di casa non è riuscita a vincere al nono, ma andarsene all’inizio del decimo con la partita sul 4-4…proprio non lo capisco.
Appena usciti dal centro città, in direzione Ottawa, abbiamo trovato sulla strada un enorme ingorgo provocato da un incidente, che, come dicevo prima, ci ha bloccati completamente per un’ora e mezza; una volta ripartiti, tanto per non smentirsi, sulla strada del ritorno Alan è stato protagonista di una più che audace retromarcia su una rampa dell’autostrada, effettuata subito dopo essersi accorto di aver sbagliato strada per l’ennesima volta. Più tardi, (ma questa parte mi è stata raccontata da alcuni membri della comitiva, visto che io ero già da un po’ stato chiamato da Morfeo nel suo mondo), il nostro autista è stato visto sbadigliare ondeggiare visibilmente da una corsia all’altra dell’autostrada; a salvare la comitiva è stato il team manager De Robbio, che prima ha convinto il nostro conducente a fare uno stop alla stessa area di servizio dell’andata, e poi si è offerto volontario per intraprendere con lui un chiacchierata allo scopo di tenerlo sveglio.

Stamattina la partenza è avvenuta in un orario tale che per la squadra è stato impossibile fare colazione; l’arrivo a Sherbrooke dei ragazzi, già stanchi e affamati, è stato ritardato di un paio d’ore da un ingorgo stradale così grosso (l’autista ci ha detto che in 20 anni è la prima volta che ha trovato così tanto traffico in quel punto…la solita fortuna…) che alcuni automobilisti hanno addirittura tentato di fare una pericolosa inversione a U nel mezzo dell’autostrada, attraversando la piccola striscia erbosa che separava le carreggiate. Il fatto che per qualche motivo strano l’autista abbia deciso di sostare in un’area dove l’unico edificio era un ufficio di informazione turistiche non ha certo aiutato i ragazzi a superare serenamente il viaggio.

Per immaginarvi la città di Sherbrooke pensate ad un paese italiano in collina, praticamente sperduto rispetto al resto della civiltà, e moltiplicate gli spazi verdi e gli edifici, tutto di piccole dimensioni, per mille; a livello estetico, e per il contatto con la natura, un posto meraviglioso. Per organizzarvi un torneo mondiale di baseball…tutta un’altra storia.
Arrivati nei pressi dell’università, per cercare di capire quale fosse la nostra sistemazione abbiamo chiesto informazioni ad un tipo, che poi guarda caso ci ha raccontato di essere stato nella nazionale francese di baseball…omincio a dubitare di quello che ci dicono in giro…
Nessuno ci ha accolto, una volta giunti a destinazione; fermi all’interno del dormitorio del college che ci ospiterà fino al termine della manifestazione, abbiamo incontrato il manager australiano, che con la sua squadra è già qua da qualche giorno; quando alla nostra domanda su come fosse la qualità dell’organizzazione ci ha risposto ‘era meglio a Ottawa”, abbiamo cominciato ad avere degli strani presentimenti, che si sono avverati più di mezzora dopo, quando finalmente è arrivato un membro del comitato organizzatore.
Le camere che ci sono state assegnate sono piccole e caldissime, con minuscoli servizi in comune sia alla squadra azzurra che a quella australiana; in particolare, le loro dimensioni rendono difficile il lavoro allo staff medico, che hanno bisogno di spazio per provvedere alle cure dei ragazzi, e la situazione potrebbe ancora peggiorare sabato, quando saremo costretti a spostarci in un’altra palazzina per dei motivi imprecisati. Per i trasporti, il problema è ancora più grave; uno dei campi da gioco è a una decina di minuti di distanza dal campus, nel centro della città, ma l’altro si trova a più di mezzora, e gli organizzatori stanno ‘negoziando una soluzione” con la compagnia che fornisce i pullman. Per ora, la nazionale italiana, e anche le altre formazioni, hanno dovuto rinunciare al previsto allenamento odierno perché tutti i bus della compagnia erano impegnati per altri scopi, dovendo ripiegare su una sessione atletica tenuta su uno dei prati del campus, a cui le compagini hanno potuto accedere solo dopo aver attraversato una specie di superstrada a tre corsie. Quando verso le 18 si è trattato di recarci alla mensa, che poi in realtà non è niente più che un tendone nei pressi dello stadio principale, la squadra è stata abbandonata nel più completo isolamento, e solo dopo una serie di telefonate all’organizzazione si è finalmente presentato un autobus vuoto.
Nella più completa confusione riguardo il calendario degli allenamenti, l’eventuale fornitura alle squadre di ghiaccio e bevande, la possibilità per i coach di essere trasportati alle partite delle avversarie dell’Italia, per studiarle con attenzione, siamo arrivati ‘mensa”, solo per scoprire che la pizza (non certo un tipo di pasto particolarmente adatto a dei ragazzi in procinto di iniziare l’avventura mondiale)che avrebbe dovuto essere data alle squadre era finita, e che avremmo dovuto ripiegare su un ristorante locale, a spese solo parzialmente dell’organizzazione.
Parlando con alcuni coach olandesi e canadesi, sembra che la nostra pessima impressione della qualità dell’organizzazione sia comune a tutte le squadre; domani mattina alle 9 ci sarà una riunione riservata agli staff tecnici, in cui pare che ogni delegazione esprimerà i suoi pareri e le sue proteste. Staremo a vedere…

Informazioni su Matteo Gandini 704 Articoli
Giornalista pubblicista e collaboratore di Baseball.it dall’ottobre 2000, Matteo è un grande appassionato in genere di sport, soprattutto del mondo sportivo americano, che segue da 10 anni in modo maniacale attraverso giornali, radio, web e TV (è uno dei pochi fortunati in Italia a ricevere la mitica ESPN).Per Baseball.it ha iniziato seguendo le Majors americane. Ora, oltre ad essere co-responsabile della rubrica giornaliera sul baseball a stelle e striscie, si occupa di serie A2. Inoltre, nel 2002, per il sito e l’ufficio stampa FIBS ha seguito da inviato lo stage della nazionale P.O. in Florida, la Capital Cup e i mondiali juniores di Sherbrooke (Canada), il torneo di Legnano di softball, e la settimana di Messina, a cui ha partecipato anche la nazionale seniores azzurra. Nel 2003 è stato invece inviato agli Europei Juniores di Capelle (Olanda). Nel 2001 ha anche collaborato alla rivista “Tutto Baseball e Softball”.Per quanto riguarda il football americano, da 3 anni segue il campionato universitario e professionistico americano per Huddle.org, oltre ad essere un assiduo collaboratore alla rivista AF Post. Nel 2003 partecipa al progetto radio di NFLI, ed è radiocronista via web delle partite interne dei Frogs Legnano.Dopo aver collaborato per un periodo di tempo ai siti web Inside Basketball e Play it, nel 2001 ha seguito i campionati di basket americani (NBA e NCAA) per Telebasket.com, in lingua italiana e inglese. Ora segue la pallacanestro d’oltreoceano per Blackjesus.it.Più volte apparso come opinionista di sport americani a Rete Sport Magazine, trasmissione radiofonica romana, lavora stabilmente nella redazione di Datasport, dopo una breve esperienza in quella di Sportal.Nel 2003 ha lavorato anche per l’Ufficio Stampa delle gare di Coppa del Mondo di sci a Bormio.Ha 26 anni, è residente in provincia di Lecco e si è laureato in scienze politiche alla Statale di Milano. La sua tesi, ovviamente, è legata allo sport: il titolo è “L’integrazione dei neri nello sport USA”. Il suo sogno è dedicare tutta la vita al giornalismo sportivo, in particolare nel settore sport USA.

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