Alcune precisazioni e qualche addio

Lasciamo Kaohsiung e ci prendiamo il tempo per chiarire alcuni punti del lavoro fatto fino qui

Provateci voi, a spiegare a una cinese cos'e' la partita i.v.a.
Perche' poi alla fine bisogna ammetterlo, dal loro punto di vista quelli strani siamo noi.
Farsi fare la fattura dell'albergo come mi aveva chiesto l'amministratore di baseball.it non e' stato affatto facile, ma ci sono riuscito. Certo, a giudicare dalla faccia che la ragazza dell'albergo aveva quando le ho chiesto di stamparmi il conto per la quarta volta, non ho lasciato al lussuosissimo Hotel Linden di Kaohsiung lo stesso ricordo che serpeggera' di me per gli anni a venire nelle studentesse che fungevano da mie interpreti allo stadio.
Per loro ieri era una giornata memorabile. Il loro istituto (rigorosamente solo femminile), in base ad un accordo con gli organizzatori della coppa, ha ottenuto una citazione sulla stampa locale. Le ragazze quindi si sono presentate con la divisa dell'istituto: gonnellina carta da zucchero e camiciola bianca. Modello collegiale anni '50, insomma.
Le ragazze se ne vergognavano moltissimo, specie perche' temevano (voi pensate che io scherzi, ma dico sul serio…) il mio giudizio. In realta', erano carinissime e io l'ho detto con la massima spontaneita' possibile. Con quel mio complimento, hanno fatto giornata. Ovviamente, le signorine in divisa sono documentate da una foto che, prima o poi, vedrete on line.
C'e' soprattutto una delle hostess che si e' affezionata a me. Si chiama Christina Wang, ma Christina e' il suo “English Name”. Quello cinese me lo ha detto, ma adesso ricordarmelo e' un'impresa. Vuol dire “lavoratrice”, comunque. Visto che la fanciulla (19 anni, ma gliene dareste 16) ambisce a studiare architettura in Italia, le ho suggerito un motto italiano “Per lavorare e pagare i debiti, c'e' sempre tempo”. Ha riso. Ma, per la verita', quando le parlo io ride sempre, quindi non fa testo.
Christina mi voleva convincere a cenare con lei. Non per la compagnia, ma ho detto no quando mi ha proposto una minestrina che mi ricordava in maniera inquietantissima il brodino che viene servito a Harrison Ford nel film “I predatori dell'arca perduta”. Con l'addetto stampa del Team Usa Dave Fenucchi mi sono rifugiato in un rassicurante Mc Donald's.
Quando me ne sono andato, devo dire che le ragazze mi hanno fatto sentire molto importante. Ad una ad una mi sono venute a salutare. A Christina e alla sua amica del cuore Sarah ho anche riservato il saluto “The Italian Way”, con bacio sulla guancia. Chi mi conosce, sa che per me queste 'effusioni' sono tutto tranne che la norma. Non voglio dire che le signorine si debbano sentire onorate, ma solo che per me il gesto ha un significato.
Me ne stavo andando, quando Christina mi si e' avvicinata di nuovo. “Vorrei un abbraccio” mi ha detto. Ma certo, quando si e' degli idoli si hanno obblighi ai quali non e' corretto contravvenire.

Ho avuto uno scambio di opinioni con un paio di azzurri sull'uso dell'espressione “non si puo'” che ho fatto nel Punto a Capo di lunedi'.
Ovviamente, l'espressione non va intesa in senso letterale. “Non si puo'” e' una delle piu' felici frasi gergali usate nell'Italiano colloquiale e che, come diverse altre forme tipiche delle regioni del nord, ha assunto dignita' letteraria attraverso i libri di Giovanni Guareschi (“Peppone e Don Camillo”, per intenderci), uno scrittore che, se non sbaglio, e' stato tradotto anche qui in Cina. Quindi, se l'uso di questa forma sfugge, non e' colpa mia.
E' pienamente legittimo in un articolo di commento sportivo affermare che “Non si puo'” finire al piatto senza girare la mazza con corridori in prima e terza e zero out, cosi' come (il riferimento e' alla partita con gli Stati Uniti) “Non si puo'” scordarsi di andare sul cuscino di seconda quando il corridore e' in trappola, cosi' come “Non si puo'” sbagliare un tiro da un metro e regalare 2 punti agli avversari e “Non si puo'” far avanzare un corridore dalla prima alla seconda su una volata.
Lo avrete letto decine di volte che “Non si puo'” sbagliare un gol a porta vuota. O lo avrete sentito dire miliardi di volte a scuola “Non si puo''” fare un errore del genere. O il vostro capo ve lo avra' urlato in faccia spesso “Non si puo'” perdere questo cliente.
“Non si puo'” non vuol dire “E' vietato” oppure “E' scandaloso”. In questa accezione significa “Sono cose che non dovrebbero accadere”. Ci capiamo? E, in fondo, teniamo bene a mente quel che sostiene l'allenatore americano Francona: This is only a baseball game. E' solo una partita di baseball.
Volevo anche sottolineare altre 2 cose.
La prima e' che un giornalista segue una partita di baseball per raccontare quel che succede (ovvero scrivere “Tizio va strike out”) e per commentarlo (cioe' “Non si puo' andare strike out” in quella situazione). I miei 25 anni di baseball sul campo, il patentino da allenatore in tasca dal 1989, i vari viaggi negli Stati Uniti e le infinite domande poste a Rick Waits e Tony La Russa, ai quali mi lega un rapporto di sincera amicizia, mi rendono sufficientemente autorevole per commentare . Scusate la tromboneria, ma “quando ce vo, ce vo”!
La seconda cosa e' che ne' noi che commentiamo ne' chi segue da casa possiamo tener conto di giustificazioni tipo: qui il livello e' altissimo, non giochiamo tutti i giorni, l'erba era tagliata male, stanotte mi e' venuto il torcicollo.
Anch'io potrei dire che, se mi sbaglio, e' perche' sono qui da solo a fare mediamente 4 articoli al giorno. Eppure non lo faccio e, anzi, a chi mi critica sono grato. Sempre che i toni siano quelli delle persone civili, ovvio.

Ieri dopo Italia-Stati Uniti si e' tenuta l'ennesima conferenza stampa kafkiana. Il formidabile seconda base americano Orlando Hudson viene dalla Carolina del Sud e parla un Inglese spettacolare. Tanto che, alla fine della risposta alla mia domanda, il manager degli americani Francona mi ha guardato e mi ha detto: “Hai capito tutto? Perche' io non ce l'ho fatta”. Risate. Altre risate quando il traduttore degli americani, il corrispondente di baseball.it da Taiwan Chun Wei, ha confessato di non aver capito nulla. Quando Chun-Wei ha iniziato a tradurre gli e' squillato il telefonino. “Spero sia almeno una ragazza” ho detto io. Altre risate.

Il mio ruolo di consulente sentimentale sta attraversando un momento delicato. Perche' ormai non pare siano tanto importanti i miei consigli, ma quanto viene scritto su questo diario al riguardo. Laconico un 'sms' del mio amico al proposito: “Oggi non mi sono piaciuto”.

Non ve l'ho mai detto, ma quando eseguono l'Inno di Mameli (che per errore viene proposto 2 volte in fila, ma questo non c'entra) e sul tabellone dello stadio sfilano i volti degli azzurri con una 'dissolvenza' sul tricolore, beh, un po' mi commuovo. Mi hanno particolarmente colpito Castri' e Imperiali che cantavano le parole. Mi ha colpito anche Madonna, che ha seguito l'inno Americano a capo chino (forse in memoria delle vittime dell'incidente aereo di New York) e quello italiano con il cappellino sul cuore.
Dev'essere strana la posizione di questi ragazzi che, nati in America, rappresentano l'Italia contro gli Stati Uniti. Per alcuni di loro l'Italia e' la patria (Marchesano e' nato qui, ad esempio) per altri un lontano luogo di origine. Per altri ancora, inutile negarlo, un posto dove c'e' un campionato di baseball e dove vengono pagati per giocare. L'argomento e' delicato e secondo me non va sottovalutato. Nel senso che i selezionatori azzurri dovrebbero far capire a questi ragazzi che rappresentare l'Italia non e' come fare parte di una 'all star' e che se questo non lo si capisce e' meglio rinunciare.
La mia opinione ovviamente non giustifica l'eterna polemica “Allora era meglio chiamare un Italiano” non appena un cosiddetto 'oriundo' va strike out o concede una base per ball. I giocatori sono tutti uguali. L'unico ragionamento che accetto e' quello della prospettiva futura. Non ha senso convocare in nazionale giocatori di passaggio. Chi ha la responsabilita' della nazionale deve impostare un programma a media scadenza e dare la maglia azzurra solo a chi e' intenzionato a rispettarlo. Ad esempio, io prima di portare Simontacchi a Sydney gli avrei chiesto una disponibilita' di massima per i Mondiali dell'anno dopo. Ma e' solo un esempio, perche' ci sta che Simontacchi (che e' un professionista) preferisca giocare nella Lega Venezuelana, almeno allo stesso modo in cui ci sta che il giocatore Pinco Pallino, nato e cresciuto in Italia, rinunci al Mondiale perche' ha finito i giorni di ferie.
A proposito di “allora e' meglio un Italiano”, vorrei ricordare la fronda fatta a Jason Grilli nel 1996 prima di Atlanta, quando il ragazzo aveva 22 anni. Grilli ha iniziato una carriera da professionista che l'ha portato in Major League. Un braccio come il suo avrebbe potuto far comodo, a Sydney e quest'anno a Taiwan.
E, a proposito della sua carriera (infortuni a parte) cosa mi dicono oggi quei senatori che allora lo fecero fuori?

Sto viaggiando da Kaohsiung a Chia-Yi, dove l'Italia chiude il suo Mondiale contro il Nicaragua.
Ho vissuto un attimo di panico in stazione, perche' al binario '2' erano fermi 2 treni. Qui a Taiwan ad ogni marciapiede corrisponde infatti un binario. A gesti, mi sono rivolto ad un viaggiatore e gli ho mostrato il biglietto. Sono salito sul treno indicato da lui, ma ammetto di essere rimasto in ansia fino a quando il controllore non ha preso visione del biglietto, approvandolo tacitamente.

La partita tra Olanda e Cuba ieri e' finita a pallinate. Maels Rodriguez ha colpito 2 volte Hensley Muelens, protagonista della vittoria olandese a Sydney. Quando un lanciatore 'oranje' lo ha vendicato, l'arbitro lo ha espulso. E' brutto vedere che si usano 2 pesi e 2 misure ha commentato il manager olandese Eenhoorn.

Tra poco arrivero' a Chia-Yi, dove un bus dell'albergo che ho prenotato attraverso l'ufficio stampa mi dovrebbe prelevare. Se non succedera', poco male. Ormai io e i taxisti cinesi andiamo d'accordissimo. A parte quando si rifiutano di farmi la ricevuta, ma questo non c'entra. L'appuntamento con voi e' a dopo Italia-Nicaragua.

Informazioni su Riccardo Schiroli 1195 Articoli
Nato nel 1963, Riccardo Schiroli è giornalista professionista dal 2000. E' nato a Parma, dove tutt'ora vive, da un padre originario di Nettuno. Con questa premessa, non poteva che avvicinarsi alla professione che attraverso il baseball. Dal 1984 inizia a collaborare a Radio Emilia di Parma, poi passa alla neonata Onda Emilia. Cresce assieme alla radio, della quale diventa responsabile dei servizi sportivi 5 anni dopo e dei servizi giornalistici nel 1994. Collabora a Tuttobaseball, alla Gazzetta di Parma e a La Tribuna di Parma. Nel 1996 diventa redattore capo del TG di Teleducato e nel 2000 viene incaricato di fondare la televisione gemella a Piacenza. Durante la presentazione del campionato di baseball 2000 a Milano, incontra Alessandro Labanti e scopre le potenzialità del web. Inizia di lì a poco la travolgente avventura di Baseball.it. Inizia anche una collaborazione con la rivista Baseball America. Nell'autunno del 2001 conosce Riccardo Fraccari, futuro presidente della FIBS. Nel gennaio del 2002 è chiamato a far parte, assieme a Maurizio Caldarelli, dell'Ufficio Stampa FIBS. Inizia un'avventura che si concluderà nel 2016 e che lo porterà a ricoprire il ruolo di responsabile comunicazione FIBS e di presidente della Commissione Media della Confederazione Europea (CEB). Ha collaborato alle telecronache di baseball e softball di Rai Sport dal 2010 al 2016. Per la FIBS ha coordinato la pubblicazione di ‘Un Diamante Azzurro’, libro sulla storia del baseball e del softball in Italia, l’instant book sul Mondiale 2009, la pubblicazione sui 10 anni dell’Accademia di Tirrenia e la biografia di Bruno Beneck a 100 anni dalla nascita. Dopo essere stato consulente dal 2009 al 2013 della Federazione Internazionale Baseball (IBAF), dal giugno 2017 è parte del Dipartimento Media della Confederazione Mondiale Baseball Softball (WBSC). Per IBAF e WBSC ha curato le due edizioni (2011, 2018) di "The Game We Love", la storia del baseball e del softball internazionali.

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