Cosa resterà del Classic 2026

Se qualcosa l’edizione appena conclusa dell’evento globale deve insegnare al baseball italiano è proprio che quando si lavora tutti per andare nella stessa direzione, con una visione comune, qualsiasi obiettivo diventa raggiungibile

Corrado Benedetti - DFP per FIBS
Italia-Venezuela durante il World Baseball Classic 2026
© Corrado Benedetti - DFP per FIBS

Certo che il World Baseball Classic di strada ne ha fatta. La prima edizione (2006) aveva avuto 740.541 spettatori paganti (una media di 18.988 a partita). Gli spettatori sono sempre andati in crescendo. Nel 2023 (quinta edizione; le partite, nel frattempo, erano diventate 47) erano saliti a 1.306,414 milioni, ovvero 27.796 a partita. Quest’anno siamo arrivati a 1.619.839 paganti, ovvero 34.464 spettatori di media a partita. La vittoria degli Stati Uniti sulla Repubblica Dominicana in semifinale ha avuto 7.37 milioni di telespettatori su FOX. Il record precedente era stato la finale 2023 tra USA e Giappone (5.2 milioni).

“Non c’è confronto rispetto a quando siamo partiti. Siamo arrivati a un livello diverso,” ha detto il Commissioner Rob Manfred a NBC News.

Manfred ha aggiunto che ritiene il Classic la base per lo sviluppo internazionale del marchio MLB e non ha escluso che la prossima edizione (che non è ancora chiaro se sarà nel 2029 o nel 2030) possa svolgersi in un momento diverso della stagione.

Non c’è male, per un torneo che secondo molta stampa mainstream americana non era destinato a vedere la seconda edizione. E non c’è male per un’edizione che era stata preceduta da una polemica sui giocatori ai quali era stata rifiutata l’assicurazione, “conditio sine qua non” posta dai club MLB per partecipare.

A queste polemiche di inizio torneo (strumentali: la MLB copre i premi assicurativi tramite Team Scotty; le Federazioni non contente del servizio, dovrebbero eventualmente cercarsi una compagnia alternativa e pagarsela, anziché far polemica sui social media) hanno poi fatto seguito quelle di Portorico e Messico sul fatto che l’Italia ha una rosa nella quale quasi tutti i giocatori sono nati fuori dall’Italia.

A parte l’ignoranza (non c’entra il luogo di nascita, per la cittadinanza italiana, chiedere a qualche centinaio di migliaia di figli d’immigrati nati in Italia), fa decisamente specie vedere come ex stelle di Grande Lega come Molina e Gil non sappiano perdere. Il Messico in particolare, ha preso una rullata come dio comanda. Non sarebbe meglio tacere? Anche perché poi magari qualcuno si ricorda che il Messico aveva conquistato nel 2019 la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo schierando Matthew Clark, Philip Evans e Justin Kelly. E che il suo miglior battitore è Randy Arozarena, che è cubano.

Va bene i portoricani (anche se, volendo sottilizzare, è dal 1917 che tutte le persone nate a Porto Rico hanno la cittadinanza degli Stati Uniti), ma il problema è che qualche polemica sulla composizione del roster della Nazionale è venuta anche dall’Italia. Meno del solito, bisogna essere onesti. Mi risulta addirittura che Franco Arturi, l’ex vicedirettore della Gazzetta dello Sport che scrisse (dicembre 2005) che la FIBS “dà in leasing la maglia azzurra agli americani”, si sia complimentato per la copertura data all’evento dal Foglio Rosa, in linea con la bella squadra di Francisco Cervelli.

Ma lasciamo perdere le polemiche e concentriamoci su quanto di buono hanno fatto la FIBS nel selezionare la squadra e Cervelli nell’assemblarla. Perché non si era mai vista una Nazionale italiana giocare così bene.

Nel 2013 l’Italia al Classic eliminò Canada (sconfitto per manifesta inferiorità) e Messico (prendendo a legnate Sergio Romo, il closer dei Giants di San Francisco che avevano appena vinto le World Series e, per la cronaca, cittadino statunitense) e avevano giocato punto a punto con la Repubblica Dominicana (futura Campione del Mondo) e Porto Rico (futura finalista). Ma avevano perso soprattutto a causa di errori difensivi. E anche perché (contro Porto Rico) Jason Grilli era [secondo me, inspiegabilmente] rimasto seduto nel bullpen.

Questa Italia ha giocato 6 partite senza commettere un errore in difesa, ha mostrato lanciatori partenti degni del torneo (Aldegheri, De Lucia, Nola e Lorenzen), un bullpen consistente, con Weissert addirittura stellare e soprattutto un attacco micidiale. Non a caso Dante Nori (nato a Toronto nel 2004, quando suo padre Micah era nello staff tecnico dei Raptors nella NBA), un prospetto dei Philadelphia Phillies, non un campione affermato, è finito nella squadra All-Tournament.

Cervelli, come già era riuscito a fare il suo mentore Marco Mazzieri nel 2009 e nel 2013 (nel 2017 seguii poco, per motivi che molti di voi potranno comprendere), ha assemblato un gruppo solido, che è riuscito a rendere più di quello che la somma dei talenti individuali avrebbe lasciato pensare.

Mi sono piaciute molte le parole che Derek Jeter ha detto parlando alla trasmissione post-partita di Fox: “Non hanno niente da rimproverarsi. Nessuno prevedeva che l’Italia sarebbe arrivata a Miami. O meglio, nessuno a parte quelli che formavano quello spogliatoio si aspettava che l’Italia arrivasse a Miami.”

Se qualcosa questo Classic deve insegnare al baseball italiano è proprio che quando si lavora tutti per andare nella stessa direzione, qualsiasi obiettivo diventa raggiungibile.

Ho sentito dire spesso che “adesso il baseball italiano deve approfittare di questo successo”. Lo sentivo dire anche quando Alex Liddi aveva esordito in Major League con i Seattle Mariners (2011). E già allora ripetevo che, va bene, ma in che senso? Perché il baseball italiano Liddi non ce l’aveva. Liddi era in America da febbraio a fine settembre, come minimo.

In effetti Liddi attirò un pubblico inatteso e impressionante al Gala dei Diamanti a Vicenza. Quasi 900 persone, un pubblico che farebbe felice qualsiasi club di Serie A, ma che a me quasi fece venire un colpo, perché il Gala rischiò seriamente di saltare.

Quel pubblico era venuto per vedere Liddi, incrociarlo, farsi firmare una pallina. Allo stesso modo, questo Classic noi in Italia non riusciremo a riprodurlo. Non domani, almeno. I Pasquantino e Nola e Nori e Lorenzen e Gaglianone durante la stagione saranno negli Stati Uniti. Rai 2 non trasmetterà le partite di baseball del nostro campionato. E la Gazzetta dello Sport non ci metterà in prima pagina. Non domani, almeno.

Ma del Classic resterà la lezione. E resteranno anche, scusate se sono venale, i premi a vincere per il superamento del primo turno e dei quarti di finale. Da dividersi con gli atleti, certo, ma si tratta di risorse fresche che la FIBS potrà usare.

Detto questo, dobbiamo sapere che il baseball italiano del 18 marzo 2026 è esattamente lo stesso del 6 marzo 2026, quando nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere gli azzurri battere in sequenza Stati Uniti, Messico e Portorico e mettere paura al Venezuela, che a 7 out dalla fine era sotto 2-1.

Al baseball italiano servono idee e realismo. E io ci metto le mie, perché secondo me ci sono 3 cose che si possono fare concretamente da qui al 2028, quando scadrà il mandato di questo Consiglio Federale.

La prima è consolidare la Serie A Gold (ma a me non dispiacerebbe tornare a chiamarla Italian Baseball League), rendendola il più competitiva e attrattiva possibile. Per quel che riguarda l’attrattiva, è necessario che si fissino standard minimi per gli stadi che ospitano il massimo campionato.

Il Torneo delle Regioni deve diventare il vero campionato nazionale giovanile. Nel senso che le Regioni più forti nelle varie categorie si devono affrontare il maggior numero di volte possibili, permettendo ai migliori talenti di confrontarsi con i migliori talenti. Chi non è così bravo, può continuare la stagione con i tornei. D’altra parte, cosa c’è di meno inclusivo dello sport di massimo livello?

Del percorso di formazione degli atleti di alto livello si deve occupare la Federazione. L’Accademia di Tirrenia era imperfetta (i giocatori in College nei fine settimana giocavano comunque al livello di tutti gli altri), ma era stata un passo in avanti veramente importante. Chi ha deciso di cancellarla, spero si sia reso conto del danno.

Non ho idea di cosa sia materialmente possibile fare. Un mio pallino è sempre stata una Winter League con i migliori talenti. Ma sono iniziative che vanno fatte con uno scopo, non per dire di averle fatte. Se i prospetti avessero l’occasione di giocare 30-40 partite da ottobre a gennaio sarebbe un discorso. Mettere assieme questi prospetti per fare 4 partite e 2 Clinic, non varrebbe la pena.

Al baseball italiano servono bellezza, leggerezza, realismo e spirito di collaborazione. Soprattutto spirito di collaborazione. Se teniamo al baseball, ci dobbiamo tenere sia quando abbiamo un incarico in FIBS o in uno staff tecnico delle Nazionali sia quando non ce l’abbiamo.

“Muoia Sansone, con tutti i Filistei” mi piace solo quando leggo la Bibbia.

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Informazioni su Riccardo Schiroli 1201 Articoli
Nato nel 1963, Riccardo Schiroli è giornalista professionista dal 2000. E' nato a Parma, dove tutt'ora vive, da un padre originario di Nettuno. Con questa premessa, non poteva che avvicinarsi alla professione che attraverso il baseball. Dal 1984 inizia a collaborare a Radio Emilia di Parma, poi passa alla neonata Onda Emilia. Cresce assieme alla radio, della quale diventa responsabile dei servizi sportivi 5 anni dopo e dei servizi giornalistici nel 1994. Collabora a Tuttobaseball, alla Gazzetta di Parma e a La Tribuna di Parma. Nel 1996 diventa redattore capo del TG di Teleducato e nel 2000 viene incaricato di fondare la televisione gemella a Piacenza. Durante la presentazione del campionato di baseball 2000 a Milano, incontra Alessandro Labanti e scopre le potenzialità del web. Inizia di lì a poco la travolgente avventura di Baseball.it. Inizia anche una collaborazione con la rivista Baseball America. Nell'autunno del 2001 conosce Riccardo Fraccari, futuro presidente della FIBS. Nel gennaio del 2002 è chiamato a far parte, assieme a Maurizio Caldarelli, dell'Ufficio Stampa FIBS. Inizia un'avventura che si concluderà nel 2016 e che lo porterà a ricoprire il ruolo di responsabile comunicazione FIBS e di presidente della Commissione Media della Confederazione Europea (CEB). Ha collaborato alle telecronache di baseball e softball di Rai Sport dal 2010 al 2016. Per la FIBS ha coordinato la pubblicazione di ‘Un Diamante Azzurro’, libro sulla storia del baseball e del softball in Italia, l’instant book sul Mondiale 2009, la pubblicazione sui 10 anni dell’Accademia di Tirrenia e la biografia di Bruno Beneck a 100 anni dalla nascita. Dopo essere stato consulente dal 2009 al 2013 della Federazione Internazionale Baseball (IBAF), dal giugno 2017 è parte del Dipartimento Media della Confederazione Mondiale Baseball Softball (WBSC). Per IBAF e WBSC ha curato le due edizioni (2011, 2018) di "The Game We Love", la storia del baseball e del softball internazionali.

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