Addio Paolo, campione per sempre

E’ morto improvvisamente a Rimini, stroncato da un infarto a 67 anni. Ha vinto 2 coppe delle Coppe con il Milano e 5 coppe dei Campioni con il Parma, oltre a 2 scudetti, 2 Coppe Italia e due Europei con la Nazionale, in cui vanta 25 presenze. Ha giocato anche con Bollate, Firenze, Novara e Rimini

Milano Baseball '46
Paolo Cherubini, Emilio Lepetit e Roberto Bianchi
© Milano Baseball '46

E’ difficile pensare qualcuno che abbia vissuto il baseball più intensamente di Paolo Cherubini. Perché lui da quando se n’è innamorato, nel cortile della sua casa di Bollate, non è mai riuscito a staccarsi un attimo da questo sport. Per farlo smettere è servito un colpo al cuore a tradimento, quel cuore che era rimasto sui diamanti per sessant’anni, tra gioie e tormenti di un uomo che voleva fare il vecchio saggio ma era rimasto un eterno bambino. Perché Paolo era fatto così, di grandi entusiasmi e di un cuore generoso e sincero, anche quanto la mente voleva essere polemica, anche quando si metteva a battagliare sui social per difendere le sue idee, per criticare chi, secondo lui, non stava facendo il bene del baseball.

Se n’è andato contrariato dall’idea che suo figlio Tommaso, per cui stravedeva, avesse deciso di smettere di giocare o, come sosteneva Paolo, fosse stato costretto a prendere questa scelta da un baseball che ormai trova sempre meno spazio per i talenti italiani, soffocando le ambizioni dei ragazzi che lottano per un posto soprattutto sul monte di lancio. Ce l’aveva col baseball moderno, dimenticando forse che anche lui aveva dovuto lottare per conquistare un posto al sole in un’epoca in cui erano arrivati i primi pitcher oriundi e poi anche i primi stranieri. Eppure lui, con quella palla che fischiava, e che ha fatto fischiare nel suo immaginario fino a ieri, è riuscito a vincere quella sfida, restando sul monte di lancio fino a un’età impossibile, facendo gli ultimi strike out in serie A1 addirittura nel ’98, con qualche inning ancora nel Milano, a 47 anni. Dopo aver girato mezza Italia, da Bollate al Kennedy, da Parma a Firenze, da Novara a Rimini, la città che alla fine aveva scelto per vivere, per motivi di famiglia, lasciando però il cuore a Milano e a Bollate.

Un Paolo Cherubini che non ha sfigurato nemmeno negli anni in cui i big della serie A1 si chiamavano Olsen o Falcone, Waits o Galasso, Remmerswaal o Lono, Gioia o Farina. Anzi, oltre a vincere quello che ha vinto con il Parma (2 scudetti e 4 coppe dei Campioni) e con il Milano (2 coppe Italia, 2 coppe delle Coppe e una Supercoppa), è andato a raccogliere gloria anche in Nazionale con due titoli europei lontanissimi uno dall’altro, nel ’75 e nel ’91 quando, a 39 anni, fu uno dei protagonisti della fantastica galoppata contro l’Olanda a Nettuno che regalò agli azzurri la qualificazione alle Olimpiadi di Barcellona. Quei Giochi che Paolone avrebbe meritato e che invece poi restarono il suo rimpianto perché forse allora era impensabile andare alle Olimpiadi con un pitcher di 40 anni… Lui, Paolone, che ai Mondiali di Tokyo dell’80, assieme a Steve Rum, finì sui taccuini degli scout giapponesi che l’avrebbero voluto nel loro campionato come closer. L’oriundo firmò, lui preferì tornarsene a lavorare in banca.

Eppure anche Cherubini arrivò a un soffio dal lasciar perdere tutto, perché nel ’76, tradito dal mal di spalla, non trovava più spazio nel Bollate e aveva deciso di smettere. Ma l’anno dopo Gigi Cameroni, che l’aveva allenato nella grande Norditalia del ’72-73 e nel frattempo era rientrato al Milano, decise di andarsi a prendere questo ragazzo dato ormai per finito (a 24 anni…), ma in cui credeva ciecamente. Tanto che il Gigi riuscì a ricostruirlo prima mentalmente e poi fisicamente, fino a tirarlo a lucido per il momento in cui il Milano riconquistò la prima serie nel ’79. E da quel momento cominciò la seconda vita di Paolone, che fu sempre riconoscente a Gigi come a un secondo padre: nell’80 fu tra i migliori pitcher della serie A1 e Guilizzoni lo chiamò nuovamente nel giro azzurro . Non solo, ma da quella stagione spiccò il salto verso Parma dove si conquistò la stima e l’affetto di un pubblico abituato a grandi campioni e che vedeva in questo milanese l’eleganza del gesto e la grinta del combattente. A Parma furono anni bellissimi alternati a qualche battuta d’arresto, tornò un anno a Milano, andò anche a Firenze, poi lasciò definitivamente l’Emilia per vivere la sua seconda giovinezza milanese, voluto da Mazzotti, che era stato suo compagno di squadra, nella grande Mediolanum in cui Cheruba diventa uno dei protagonisti delle vittorie europee e di un paio di ottimi campionati che gli valgono la sua terza vita azzurra, quella appunto del ’91, da nonno del gruppo. Alla fine chiuderà con 25 presenze in Nazionale che per un pitcher non sono poche.

A quarant’anni suonati Paolone sembra ormai a fine corsa, ma il fisico, e che fisico, c’è ancora, così va un anno a Novara e poi persino a Rimini dove ritrova ancora Mazzotti, mentre un altro suo vecchio compagno di tante battaglie fin dalle giovanili del Bollate, ovvero Paolo Re, lo convince a venirgli a dare una mano quando diventa manager del Milano. E Paolo contribuirà a 45 anni, in mezzo a tanti ragazzini, a centrare l’ultima promozione in A1 dei rossoblù nel 1997.

Poi, inevitabile, è arrivato anche il momento di smettere. Ma a 46 anni, dopo che hai iniziato a lanciare ai tempi di Biro Consonni e hai finito a quelli di Parri, Salsi e Christian Mura, puoi dire di aver attraversato proprio tutta la stagione d’oro del nostro baseball e puoi permetterti di stare a guardare. Anche se stare fermo non è mai stata l’indole di Cherubini che, anzi, si diceva ancora in forma a 50, 55, 60 anni e, c’è da scommetterlo, sarebbe stato pronto a salire sul monte anche oggi.

A Rimini si trovava bene, ma viveva come in esilio, perché aveva anche una grande nostalgia di casa. Si lamentava, perché quei maledetti turni che faceva ancora con il suo lavoro, lo costringevano a una vita difficile. Avrebbe voluto concedersi un viaggio almeno dalle nostre parti, per rivedere i vecchi amici che aveva sempre nel cuore. Ma non ha mai mancato i grandi appuntamenti: è venuto alla festa dei 50 anni del Milano nel 2006 e a quella dei 70 anni, l’ultima , nel 2016. Si è fatto fotografare con tutti, da Teddy Silva a Radaelli, da Phares a Guerci, perché lui ha giocato con tutte queste generazioni. Poteva vantarsi di essere stato l’unico ad aver giocato in squadra con tutte e tre le “Triple corone” italiane: Bob Gandini, Giorgio Castelli e Roberto Bianchi. E anche questo dà la dimensione del valore di questo straordinario pitcher. Come se non bastassero i suoi numeri:  125 partite vinte in serie A (nono di tutti i tempi) con 1892.2 riprese lanciate (ottavo all time), 1192 strike-out (15° assoluto); e poi 152 presenze nel Milano con 53 partite vinte (sesto assoluto nella storia del club dietro Piazzi, Passarotto, Folli, Braga e Consonni), 738,2 riprese, 450 strike out.

Non c’era telefonata che non si concludesse con la promessa di venire presto a Milano, anche un paio di mesi fa ci aveva detto che stavolta non sarebbe mancato al nostro appuntamento di novembre, alla cena del premio Donnabella. Avrebbe voluto riabbracciare tutti. Le foto che vedeva gli mettevano nostalgia. Adesso la nostalgia la mette lui a noi.

Ciao Paolone, te ne sei andato troppo presto. Ma grazie per tutto quello che ci hai dato: sarà impossibile dimenticarti.

 

Elia Pagnoni
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Nato a Milano nel 1959, Elia Pagnoni ricopre attualmente il ruolo di vice capo redattore dello sport al quotidiano "Il Giornale", dove lavora sin dal 1986. E' stato autore di due libri sulla storia del baseball milanese.