Onore a Derek Jeter, gli Yankees ritirano casacca #2

Campione di stile dentro e fuori dal campo. Amato incondizionatamente dai suoi tifosi, che lo hanno visto trionfare in ben 5 World Series, rispettato anche dai suoi rivali, cui ha dato in 20 anni di carriera non pochi dispiaceri sportivi

Riassumere in un solo articolo cosa abbia rappresentato e rappresenti Derek Sanderson Jeter per l'organizzazione degli Yankees, e per la città di New York tutta, è davvero impresa improba. "The Captain" è stato uno dei più grandi giocatori della sua generazione, ma soprattutto è stato il leader indiscusso di ben 5 squadre vittoriose alle World Series tra gli anni novanta e l'inizio di questo decennio. I numeri parlano chiaro e sono ben conosciuti dalla maggior parte di coloro che seguono questo sport. Li riportiamo sinteticamente solo per dovere di cronaca: 3465 valide, 1923 punti segnati, una media battuta in carriera di .310, 5 Gold Glove come miglior interbase nella American League, 14 partecipazioni all'All-star Game e il premio "Rookie of the year" come miglior matricola nel 1996. Davvero impossibile chiedere di più e certamente basteranno tra due anni a farlo entrare nella Hall of Fame alla prima occasione di eleggibilità.
Numeri e premi che raccontano un giocatore dotato di un talento fuori dal comune, che si è guadagnato di diritto il posto tra i grandi Yankees della storia. Pochi giorni fa infatti il numero 2 della sua casacca è stato ‘ritirato' dalla squadra di New York. Un destino già toccato a molti grandi e grandissimi del passato, come Babe Ruth, Lou Gehrig, Di Maggio e più recentemente Mariano Rivera. Ma quello che i numeri, i premi e i riconoscimenti non possono raccontare sono il rispetto e l'ammirazione pressoché incondizionata che il mondo sportivo gli porta. In più di 20 anni di carriera, vissuti comunque da superstar della Grande Mela – la lista di flirt celebri è molto lunga e va da Mariah Carey, a Vida Guerra, a Jessica Biel, a Minka Kelly, fino all'attuale moglie, la supermodella Hannah Davis – mai uno scandalo o un'ombra legata al doping.
Il ragazzo del New Jersey deve probabilmente ringraziare per questa sua disciplina gli insegnamenti di sua madre di origine irlandese che fin da bambino gli vietò di usare le parole ‘non riesco', e del padre afro-americano che ogni anno negoziava con lui un contratto in cui venivano stabiliti per iscritto comportamenti ritenuti accettabili e non. Il supporto dei suoi fu importante anche quando, durante il primo anno nelle Minor Leagues, la sua media battuta faticò a stare sopra i .200 e fu grazie alle numerose telefonate fatte a casa, per un ammontare di ben 400 dollari, che riuscì a non arrendersi e a trovare la forza di reagire. Qualche anno dopo quelle tribolazioni ci fu l'esordio in MLB e il resto, come si dice è storia.
Poco contano ormai le sterili polemiche sul suo rapporto andato progressivamente deteriorandosi con quello che un tempo era il suo migliore amico, Alex Rodriguez, o le riflessioni sabermetriche sull'efficacia – o sarebbe meglio dire inefficacia – delle sue giocate difensive. Derek Jeter è stato uno dei più ammirati sportivi della sua generazione e lo è stato mentre era sotto ai riflettori sempre accesi della città di New York.
Per chiarire la portata del rispetto che quest'uomo evoca soprattutto per i fan sportivi della metropoli che non dorme mai, spero perdonerete se mi concedo un aneddoto personale. Nel 2014, l'ultimo anno della sua incredibile carriera, mi trovavo per motivi di studio a New York. Consapevole che quella per Jeter sarebbe stata la stagione conclusiva, comprai i biglietti per vederlo giocare allo Yankee Stadium nonostante io sia da sempre un tifoso dei Mets sfegatato. Pensavo sarei stato il solo con un berretto dei rivali concittadini in testa a prendere posto nei "bleachers", i posti economici – qualcosa di simile per spirito alle curve dei nostri stadi di calcio – ed invece mi ritrovai insieme a diversi altri fan dei Mets venuti lì a rendere omaggio ad un grande avversario, ma soprattutto ad un grande giocatore.
Per far capire l'eccezionalità della cosa, sarebbe come vedere decine di tifosi della Lazio in curva sud per salutare Francesco Totti il giorno dell'addio. Qualcosa di impensabile, insomma.
Dunque onore a Derek Jeter e un pensiero ai ‘poveri' Yankees che andando avanti di questo passo finiranno presto i numeri disponibili. Col 2, infatti, sono ormai esauriti quelli ad una cifra e, visto come sta andando questa stagione, chissà che presto non ne debbano ritirare un'altra manciata.

 

Devor de Pascalis
Informazioni su Devor de Pascalis 20 Articoli
Devor de Pascalis è scrittore e sceneggiatore di cinema e TV. Nato a Roma nel 1976, si innamora perdutamente del baseball nell'inverno nel 1986 quando la mamma americana lo porta a trovare lo zio di Brooklyn, grande tifoso dei Dodgers (quelli di Pee Wee Reese e Roy Campanella, per intenderci). Tornato in Italia impara le regole del gioco grazie al Nintendo e a Bases Loaded 2, segue la MLB trafugando copie di USA Today dall'ambasciata americana, si invaghisce della protagonista dell'anime "Pat la ragazza del Baseball" e si mette a giocare nella Roma come "centro panchina". Sviluppa negli anni una passione malsana per le statistiche, che ritiene il personale rimedio al logorio della vita moderna, e tifa da sempre New York Mets perché non gli è mai piaciuto vincere facile. Ancora oggi ricopre con un certo successo il ruolo di "centro panchina" nella squadra amatoriale di softball del Green Hill.

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