Il complotto contro il baseball

Mai sentito parlare della Patriot League? C'era una volta negli USA, poi soppressa per ragioni politiche. La racconta Philip Roth in "Il grande romanzo americano" (1973) recentemente ripubblicato in Italia da Einaudi

Nel baseball ogni partita, ogni azione di gioco, viene trascritta su carta e tramandata alla posterità. A norma di regolamento, la trascrizione della partita non è facoltativa: è obbligatoria, e lo è sin dagli albori del gioco, dalle Cartwright Rules del 1845. Score, classifiche, statistiche, resoconti giornalistici, la memoria stessa dei tifosi…: sono mille i rivoli in cui scorre la narrazione collettiva del primo dei moderni sport di squadra. Ma… e se qualcuno provasse ad alterare quei ricordi? Se ci fosse un tentativo di riscrivere la storia del baseball e, per estensione, la storia americana? Se un complotto riuscisse a far rimuovere dalla memoria di un'intera nazione nientemeno che l'esistenza di una lega, di otto squadre, di centinaia di giocatori? È questa l'idea centrale (ma non l'unica, come vedremo) de Il grande romanzo americano di Philip Roth (1973) ripubblicato recentemente dall'Einaudi nella nuova traduzione di Vincenzo Mantovani.
Un giornalista sportivo ultraottantenne, Word Smith, chiamato da tutti "Smitty", sembra essere ormai l'unico a ricordare l'esistenza della Patriot League, il campionato che negli anni Venti e Trenta e fino al 1943 affiancava l'American e la National League, e che venne soppresso dalle autorità perché sospettato di essere infiltrato dai comunisti. Così, con la guerra che ancora infuriava in Europa e nel Pacifico, sulla soglia del maccartismo e in un clima di incipiente caccia alla streghe, le gesta di giocatori come il fuoricampista Roland Agni o il pitcher Gil Gamesh, o di squadre come i Mundys di Port Ruppert o i TriCity Tycoons, vennero semplicemente cancellate dalla memoria degli americani. E Smitty, come il naufrago superstite di The Rhyme of the Ancient Mariner di Coleridge, si ritrova a raccontare incessantemente a chiunque incontri per strada le storie di quel campionato fantasma senza essere mai creduto. Ma ad essere onesti va detto che quelle di Smitty sono per l'appunto storie incredibili: lanciatori capaci di mettere strikeout 26 giocatori su 27, tentativi di omicidio nei confronti dell'arbitro, nani schierati nel line-up così da rendere impossibile ai pitcher mettere a segno uno strike, esterni con un solo braccio… Episodi comici e iperbolici, degni di un Pulci o un Rabelais, con situazioni pazzesche e giocate impossibili sul diamante che a molti faranno ricordare i casi al limite dell'inverosimile analizzati in un manualetto per tecnici di tanti anni fa intitolato I problemi scabrosi del baseball. Il tutto narrato con una prosa vertiginosa quanto l'eloquio del vecchio Smitty, un vero artista della parola (le sue iniziali sono quelle di William Shakespeare…) capace di giocare sulle allitterazioni tipiche della poesia tradizionale anglosassone e di riempire mezza pagina di parole che iniziano con lo stessa lettera.
Ecco dunque che il bardo e ultimo testimone di un campionato scomparso prende la parola (la prima frase del romanzo, "Chiamatemi Smitty", rimanda a quel "Chiamatemi Ismahel" con cui comincia Moby Dick) e snocciola avvenimenti, cifre, episodi personali e della storia americana (le conversazioni con Hemingway, gli intrighi dei proprietari delle squadre, le battaglie e le rivalità sul diamante, il clima cupo dell'America in guerra, la psicosi anticomunista che sfocia nell'istituzione della famigerata HCUA, la Commissione di Indagine sulle Attività Antiamericane, l'antisemitismo strisciante) in un avvicente miscuglio tragicomico di realtà e finzione.
Philip Roth aveva scritto di baseball in altre occasioni, sebbene in modo tangenziale. Chi volesse leggere il suo delizioso esordio letterario, Goodbye Columbus (1959), scoprirà che uno dei cinque racconti del volume, You Can't Tell a Man by the Song He Sings, ha per protagonista l'esterno di una squadra di high school, e il battiecorri è anche spesso al centro dei ricordi del demenziale protagonista di Portnoy's Complaint (1969). Ma a differenza di quanto avviene per altri suoi lavori, Il grande romanzo americano si colloca a pieno titolo nella baseball fiction, riprendendo motivi già presenti in quel filone satirico del genere inaugurato negli anni Dieci da Ring Lardner con il suo You Know Me Al (e i tratti caricaturali di vari personaggi della Patriot League ricordano i bushers di Lardner) e in romanzi come The Year the Yankees Lost the Pennant di John Douglass Wallop (1954). Allo stesso tempo Roth innova introducendo temi come quello della memoria soppressa, che saranno ripresi da altri (ad esempio da Stephen King in Blockade Billy, 2011), o sviluppa sia la metonimia baseball/America sia la critica sociale e politica già presenti rispettivamente in The Natural di Bernard Malamud (1952) e nella tetralogia di Mark Harris (si ricordi The Southpaw, del 1953, e le sue sequele). Roth, ebreo come Malamud e Harris, ha così modo di indagare un periodo storico, quello degli anni Quaranta a lui particolarmente caro che tratterà successivamente come rievocazione (I Married a Communist, 1998) e in chiave di fantastoria (The Plot Against America, 2004).
Insomma, Il grande romanzo americano è costruito su una intreccio di linee tematiche quali il gioco metaletterario, la critica sociale, la storia americana e, ovviamente, la (fanta)storia del baseball. Un romanzo raffinatissimo, un classico della narrativa postmoderna americana, dunque, in cui il lettore potrà immergersi seguendo non solo il caleidoscopio di una trama frammentaria e rocambolesca, ma anche il filo rosso delle citazioni, dei riferimenti espliciti o semiocculti sia alla storia del baseball sia all'universo della letteratura. All'analisi di questa fitta rete intertestuale che unisce letteratura e sport dedicheremo i nostri prossimi appuntamenti, a beneficio di quanti in queste settimane vorranno lanciarsi all'appassionante lettura del libro di Roth.

Luigi Giuliani
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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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