Il coraggio delle scelte e il baseball che verrà

Dalla scorsa stagione il massimo campionato ha visto sparire 4 squadre su 10. Senza retrocessioni. Perché non si allarga la serie A fino a comprendere le "povere" 8 sorelle IBL costrette ad affrontare un campionato così poco ambito

Abbiamo letto che la presentazione del campionato di baseball nel salone d'onore del Coni era da brividi lungo la schiena. Sarà. A noi ha messo molti più brividi un filmatino di Youtube che girava in rete in questi giorni, in cui si vedeva un'altra presentazione del campionato di baseball: quello del 1970 alla "Domenica Sportiva" con il mitico Lello Bersani che presentava un giocatore per ognuna delle dodici squadre al via, in divisa da gioco con tanto di sponsor in bella evidenza e con tutta l'Italia rappresentata: dalla Juve Lancia di Paschetto al Glen Grant Nettuno di Laurenzi, dal Ronchi al Rimini, dalle due bolognesi alle milanesi. Altri tempi, si dirà. Già, altri tempi in tuti i sensi perché oggi, con 44 anni di esperienza in più il baseball italiano non solo non ha più gli onori della grande ribalta, ma fa fatica addirittura ad apparecchiare un campionato a 8 squadre, di cui ben cinque sulla via Emilia e addirittura due di Nettuno che, con tutto il rispetto, non è propriamente Bologna o Milano…
Purtroppo dobbiamo rassegnarci: il baseball italiano è questo. Nel 1970 Lello Bersani annunciava un campionato a dodici squadre, il più lungo della storia fino a quel momento, con un totale di 44 partite distribuite da aprile a ottobre. Adesso invece le partite sono 38 per chi accede alla seconda fase (per gli altri dopo 20 partite di campionato c'è la Coppa Italia…) e 45 per le due finaliste se dovessero arrivare fino a gara-7. Il tutto in meno di 5 mesi di campionato, perchè il 23 agosto sarà tutto finito.
Basterebbe questo raffronto, questa sovrapposizione di dati (diffusione territoriale, importanza delle piazze coinvolte, durata della stagione) per renderci conto dell'involuzione del nostro campionato. Ma sparare su questo campionato (8 squadre divise in due gironi da quattro, cose da avere vergogna a raccontarle in giro… crediamo che non succeda nemmeno nei tornei oratoriali) sarebbe come sparare sulla croce rossa. Ci limitiamo a una constatazione numerica: dalla scorsa stagione ad oggi la prima serie del baseball italiano ha visto sparire 4 squadre su 10. Un campionato che in una sola volta perde il 40 per cento dei suoi componenti e il tutto senza che siano previste retrocessioni. Anche un bambino capirebbe che c'è qualcosa che non va…
Eppure si va avanti così, illudendoci di poter sostenere questo tipo di campionato, solo perché ogni anno si trova sempre qualcuno che va a tappare i buchi, magari anche all'ultimo minuto. Si va avanti così anche se ci capita di leggere di presidenti che hanno iscritto la squadra ma si sono subito pentiti di fare da eterni sparring partner alle solite big. Ma – ci chiediamo – li ha obbligati qualcuno?
Abbiamo sempre sostenuto che il campionato di vertice deve essere modellato sulle possibilità medie delle prime venti squadre del nostro movimento, non sulle pretese delle prime tre o quattro. Ma l'impressione è che alla resa dei conti pesino sempre le volontà delle solite big. Il campionato di quest'anno è decisamente un compromesso imbarazzante: due gironcini da quattro per toglierci velocemente di torno certe zavorre (sei giornate, un mese e mezzo di "riscaldamento") poi finalmente le quattro superpotenze potranno dare sfogo alla loro fiera della vanità: il loro "Torneo d'oro" (infausta esperienza di anni lontanissimi) da giocarsi magari tutto nel giro di 200 chilometri, due ore di macchina, così si può persino evitare di spendere in alberghi e si può investire tutto in venezuelani, dominicani, pseudo americani più o meno Asi. Ambizione legittima, per carità, se almeno producesse stadi pieni e interesse dei media. E invece, i calcoli delle presenze di spettatori, i borderò dei botteghini, restano sempre ben nascosti per ovvi motivi….
Detto questo, ci permettiamo solo di rilanciare una proposta fatta qualche tempo fa: di fronte a un campionato così triste, così faticosamente messo insieme, con la ricerca dell'ultimo kamikaze pronto a immolarsi per evitare i campionati zoppi, perché non si allarga la serie A fino a comprendere queste povere otto sorelle costrette ad affrontare un campionato così poco ambito? Riportiamo tutti con i piedi per terra: facciamo non uno, ma 44 passi indietro e torniamo al 1970. Pensate: in quell'anno vennero promosse alla prima serie addirittura quattro squadre in una volta sola (guarda caso lo stesso numero delle defezioni di quest'inverno): a fine stagione due scesero, due salirono e nessuno fallì. C'erano due stranieri per squadra e tanti giocatori che tutti conoscevano. Qualche Gonzalez, Fernandez o Ramirez in meno in campo, qualche persona in più in tribuna. E le big facevano le big: vincevano perché erano più forti delle altre, perché avevano più soldi delle altre, perché avevano più pubblico delle altre. Anche con due partite, anche con un campionato che iniziava in aprile e finiva in ottobre.
Il presidente Fraccari ha detto che il campionato a due fasi e a due velocità (prima a due partite, poi a tre) è la soluzione che guarda al futuro. Possiamo anche essere d'accordo, ma potrà avere senso solo con un maggior numero di squadre. Almeno due gironi da sei come si faceva negli anni Ottanta, quando non avevamo più soldi, ma avevamo più giocatori italiani da mettere in campo. Non perché fossero più bravi degli italiani di oggi, ma perché non erano soffocati da tutti questi giocatori d'importazione. E' una questione di scelte, e la federazione dovrà avere il coraggio di scontentare qualcuno.

Informazioni su Elia Pagnoni 50 Articoli
Nato a Milano nel 1959, Elia Pagnoni ricopre attualmente il ruolo di vice capo redattore dello sport al quotidiano "Il Giornale", dove lavora sin dal 1986. E' stato autore di due libri sulla storia del baseball milanese.

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