Occhi puntati al cielo: l'interminabile caduta di un pop-up

Lancio, swing, battuta altissima in foul, il catcher si fa sotto per prendere la palla che sembra non giungere mai a terra. Intanto la mente vaga fra sogni e ricordi. È "Pop-up", lavoro teatrale del 2007 di Louis Phillips

Riprendendo il filo del discorso sulla connessione fra dimensione mentale e atemporalità nel baseball che abbiamo toccato nel nostro ultimo appuntamento, esaminiamo oggi una brevissima pièce teatrale intitolata Pop-up il cui protagonista è un catcher. Si tratta di un testo di sole sei paginette apparso qualche anno fa su Aethlon, la rivista della Sport Literature Association pubblicata dalla San Diego State University Press che si occupa per l'appunto dei rapporti fra sport e letteratura. L'autore dell'opera è un tal Louis Phillips, uno scrittore di cui -lo confesso- non sono riuscito a scoprire nulla (si tratta forse di uno pseudonimo?), ma che ha confezionato una deliziosa miniatura incentrata sul baseball, un piccolo capolavoro scenico con due personaggi e voci in off (clicca qui per leggerne il testo).

Chi ha giocato almeno una volta da ricevitore sa quanto sia apparentemente facile ma in realtà dannatamente insidioso giocare un pop-up. La palla s'innalza ma tu non la vedi immediatamente: devi cercarla con gli occhi mentre getti lontano la maschera per non correre il rischio di inciamparci sopra. Poi devi provare a capire dove andrà a finire, tenendo conto che la caduta non sarà verticale, perché la rotazione farà tracciare alla palla una parabola che tende a uscire. Per questo devi girarti e muoverti sembra con gli occhi fissi sulla palla sperando di non aver perso il senso della posizione in campo, e spostarti verso il backstop. Sono attimi di attesa in cui siete soli, tu e quella pallina -lei piccola e sfuggente, ingannevole nella traiettoria, sensibile a ogni soffio di vento; tu in bilico sulle tue incertezze come un acrobata sul filo- mentre tutto intorno il tempo si arresta: la palla è viva ma nessuno si muove sulle basi, il battitore si è fatto da parte, e i giocatori in campo e in panchina, gli arbitri, il pubblico trattengono il fiato, perché un pop-up non è una volata facile all'esterno, la presa di un pop-up non può essere mai data per scontata.

Ecco, il Pop-up di Phillips è incuneato proprio in quel breve lasso di tempo fra il colpo della mazza e la presa, quegli attimi che nella percezione del catcher e del pubblico vengono dilatati in maniera abnorme.

La scena si apre al buio. Si ode il vocio della folla che assiste a una partita di baseball, poi il suono di una battuta e la voce di un radiocronista: "Sono le tre e cinque in punto. Rieccoci alla partita. Con le basi cariche, Miller sprizza la palla in alto dietro al piatto… è un pop-up altissimo. Grobowki si toglie la maschera, la getta via, corre verso gli spalti… si piazza sotto la palla…"

Si accendono le luci e vediamo Wylie Grobowski, catcher texano di 27 anni, basso, tarchiato, con indosso la divisa dei Cleveland Indians, che guarda in alto, il guanto pronto a prendere la palla che sta per cadere in territorio foul. Poi all'improvviso abbassa le braccia e si rivolge al pubblico. E comincia a pensare ad alta voce.

Così gli spettatori vedono stupiti Grobowski, con pettorina e schinieri, il guanto da catcher sulla sinistra, parlare delle proprie paure (cosa succederà se non riuscirà a prendere il pop-up, se la palla cadrà a terra?), dei propri ricordi, del rapporto difficile con Johnnie Higginstern, l'allenatore, che a un certo punto irrompe anche lui sulla scena per dialogare con lo stesso Grobowski, mentre questi ogni tanto alza lo sguardo per osservare la caduta della pallina che è ancora lassù, che si staglia contro il cielo piccola, bianca, lontana.

I due parlano dei loro sogni: premonizioni, inquietanti coincidenze, una sorellina morta da piccola, una conversazione con una madre. E questo loro dialogare getta un'ombra di incertezza sulla natura della nostra vita, sulla consistenza della realtà in cui la stessa partita di baseball è immersa:

"GROBOWSKI: Ecco, è stato il sogno di Higginstern a farmi riflettere. Voglio dire: se i sogni ci parlano di altri livelli di realtà, allora cosa ci dicono di questo qui, di quello in cui ci troviamo. Può essere che io stia sognando tutto questo, come quando ho sognato quell'altissimo pop-up che saliva e scendeva e non cadeva mai.

Alza la sguardo e studia la traiettoria del pop-up, che secondo le leggi della gravità dovrebbe essere in fase di caduta.

UNA VOCE DAGLI SPALTI: Ehi, Grobowski, non guardarti indietro, è lì che atterrerà la palla! Proprio come quella che hai fatto cadere l'anno scorso a Memphis!

GROBOWSKI: Ecco perché adoro i tifosi. Ti riportano sempre coi piedi per terra.

UN'ALTRA VOCE DAGLI SPALTI: Occhio a non calpestare quello scoiattolo morto!

GROBOWSKI: Per questo Dio ha creato le altre persone, per farti sentire uno schifo… Così me ne vado alla biblioteca pubblica e spulcio tutti i libri sui sogni. Non tutti insieme, ovvio. Non sono così veloce a leggere. In realtà ci ho messo due campionati e un paio di settimane dello spring training. Nel dug-out non si riesce a leggere, perché se ti porti dietro anche solo un giornaletto a fumetti gli altri giocatori cominciano a prenderti in giro, ti chiamano Professor Quattrocchi. I giocatori di baseball non hanno dimestichezza con le lettere, perché sanno che quanto più leggi, più in basso ti ritrovi nella scala socioeconomica. Non leggono neanche i contratti che firmano. A quello ci pensano i loro procuratori.

Stende verso l'alto il braccio, nel guanto cade un libro.

Comunque è la premonizione che mi affascina. Magari pensate che un uomo che indossi ‘gli strumenti dell'ignoranza'… -è così che gli altri giocatori chiamano l'attrezzatura del catcher… un bell'insulto, soprattutto se pensate che il giocatore più intelligente è stato un catcher, Moe Berg, e il giocatore più citato è pure lui un catcher, Yogi Berra…-"

L'atmosfera onirica in cui è immerso Pop-up è anche impastata di ironia, e il personaggio di Grobowski, pur nella brevità dei dialoghi, diventa un po' il simbolo delle nostri dubbi sulla realtà che ci circonda, sul nostro ruolo nella vita ("Alcuni fisici pensano che l'universo abbia 8, 9, 10 o più dimensioni. O che ci sia un Destino da compiere, e che io sia destinato a prendere il pop-up di Miller"). E mentre la palla continua la sua infinita caduta anche noi usciamo dalla dimensione del tempo, diventiamo un po' tutti Grobowski in attesa di sapere se riusciremo o meno a realizzare i nostri sogni. Alla fine eccola, piccola e bianca, precipitarsi dal cielo. Il ricevitore la prende. Udiamo di nuovo la voce del radiocronista e capiamo quanto tempo è passato nella realtà: "Grobowski ha effettuato la presa. Miller è eliminato. Fine dell'inning. Sono ora le tre e cinque e sei secondi".

Informazioni su Luigi Giuliani 102 Articoli
Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

Commenta per primo

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.