La solitudine sul monte di lancio

Assorto nei propri pensieri Bill Chapel sta per compiere l'impresa sognata da ogni pitcher: lanciare un perfect game. Lo racconta Michael Shaara ne "La partita perfetta", pubblicato nel 2010 in Italia dalla 66thand2nd

Non sono molti i libri di baseball fiction tradotti in italiano. Uno di questi è For Love of The Game di Michael Shaara (1991), pubblicato da noi tre anni fa con il titolo La partita perfetta nella collana Attese della sempre encomiabile casa editrice romana 66thand2nd.

Un perfect game – come sa chiunque mastichi minimamente di baseball – è una partita in cui una delle due squadre non riesce mai a far arrivare un suo uomo in base: in ogni inning si presentano al piatto solo tre battitori, e tutti e tre vengono eliminati per strike out, al volo o con un lancio verso il sacchetto di prima. Dunque, tre battitori per nove inning fa ventisette uomini alla battuta e una serie lunghissima di zeri sul tabellone. Per il lanciatore si tratta di una vera impresa, un risultato eccezionale, superiore al no hitter, la partita in cui la squadra sconfitta non mette a segno valide, ma riesce almeno una volta a mandare un corridore in prima su errore della difesa o per base su ball.

Si tratta perciò di un evento rarissimo. Di partite perfette finora ce ne sono state solo 23 nel baseball professionistico americano dal 1880 a oggi (l'ultima nel 2012 lanciata da Félix Hernández dei Seattle Mariners) e 15 in quello giapponese (la prima nel 1950, l'ultima è stata quella di Hiromi Makihara dei Yomiuri Giants nel 1994).  Ancor più raro poi è vedere un perfect game nelle World Series: nel baseball USA finora si ricorda solo quello storico lanciato nel 1956 da Ben Larsen degli Yankees nientemeno che contro i Brooklyn Dodgers.  

Quando Michael Shaara (1928-1988) scrisse For Love of The Game, l'ultima partita perfetta era stata ottenuta da Mike Witt degli Angels nel 1984 contro i Texas Rangers. Discendente da immigranti italiani (Shaara è trascrizione fonetica del cognome siciliano Sciarra) e autore prima di racconti di fantascienza, poi di best sellers (il suo romanzo sulla battaglia di Gettysburg, The Killer Angels, ricevette il Premio Pulitzer del 1975), Michael morì prima di poter dare alle stampe la sua ultima fatica. Il manoscritto del libro fu ritrovato da suo figlio Jeff fra le carte del padre e venne pubblicato tre anni dopo la sua morte. For Love of The Game ebbe un discreto successo, superiore comunque a quello dell'omonima versione cinematografica che ne fece il regista Sam Raimi nel 1999 con Kevin Costner come protagonista (clicca qui per vedere il trailer del film).

La storia è quella di Bill Chapel, il trentasettenne pitcher degli inesistenti Atlanta Hawks, la "bandiera" della squadra, un giocatore che ha indossato per tutta la sua carriera da professionista sempre la stessa casacca, e ora sta per lanciare contro gli Yankees quella che sarà la sua ultima partita. Infatti poco prima dell'incontro Bill viene a sapere che il suo club ha deciso di venderlo adesso che è ancora "in palla", prima che il suo imminente e inevitabile declino ne riduca il valore di mercato. Non solo. Billy sta per essere lasciato dalla fidanzata Carol, che proprio quel giorno gli fa sapere di aver incontrato un altro uomo che la porterà all'altare. Insomma, davvero una giornataccia per Billy, una giornata che nel libro si articola in cinque sezioni (The Hotel, The Park, The Stadium, The Game, Goin' Home) che scandiscono le varie fasi della crisi del giocatore e della partita e il prevedibile happy end sportivo e sentimentale della storia.  

Diciamo subito che For Love of the Game/La partita perfetta è un romanzo riuscito solo a metà, interessante in quanto variazione su determinati aspetti della baseball fiction, ma debole nella costruzione della storia d'amore fra Billy e Carol, una storia scontata con dialoghi spesso banali e melensi che in più di un momento sfiorano il kitch.

Scritto seguendo più o meno i crismi dello stream of consciousness (la tecnica narrativa, apparsa agli inizi del Novecento ed esemplificata in opere come l'Ulisse di Joyce o Alla ricerca del tempo perduto di Proust, che presenta al lettore il flusso continuo dei pensieri del protagonista), il romanzo alterna il racconto degli avvenimenti esterni (in primis lo svolgimento della partita) con i ricordi che affiorano di continuo nella mente di Billy: gli allenamenti da bambino con suo padre, gli incontri amorosi con Carol, le conversazioni con il proprietario della squadra. Il tutto sottolineato da una specie di colonna sonora fatta di brani di canzoni folk e pop: Neil Diamond, Dylan, i Beatles, e soprattutto i versi di una ballata tradizionale (Oh where have you been / Billy Boy, Billy Boy…) che ritornano ossessivamente come un ritornello (clicca qui per il testo della canzone).

C'è dunque molto di déja vu negli ingredienti di For Love of the Game/La partita perfetta, tratti a piene mani dalla baseball fiction precedente, materiali che vanno dall'evocazione mitica del rapporto con il padre (pensiamo ad esempio a Shoeless Joe di Kinsella) all'uso di una canzone come leit motiv (come in Bang the Drum Slowly di Harris), all'idea della compressione del tempo (o della sua sospensione) durante il gioco che permette per l'appunto l'affiorare della dimensione della memoria. Ma è proprio in quest'ultimo aspetto che il romanzo si riscatta e presenta elementi di novità.  Infatti qui l'atemporalità del gioco e lo scorrere del pensiero risultano funzionali al discorso sulla solitudine del lanciatore all'interno del gioco. È un discorso che si ricollega a una delle principali caratteristiche del baseball, quella di essere -per così dire- il più individuale degli sport di squadra. Billy sul monte di lancio è in assoluta solitudine, svolge il suo lavoro di precisione quasi prescindendo dalla personalità dei battitori che affronta, dai compagni che lo affiancano in difesa. Perso in una dimensione che è completamente mentale, Billy non si rende conto quasi fino all'ultimo inning dell'impresa che sta per compiere.

È solo quando il braccio comincia a fargli male ed egli deve stringere i denti per arrivare all'ultimo out (e Shaara riprende qui il motivo del pitcher che parla al proprio braccio, in cui ci siamo già imbattuti in Ring Lardner e John Fante) che Billy recupera la coscienza di sè, della propria fisicità, dello scorrere del tempo al di fuori dei limiti della partita. Si spiega così l'assoluta marginalità nel romanzo del rapporto fra il protagonista e i suoi compagni, che risultano essere figure appena accennate, prive di profondità. Persino il catcher Gus, il personaggio con cui "naturalmente" Billy dovrebbe dialogare, è poco più di una controfigura che serve a far risaltare la statura del lanciatore che giganteggia sul mound: è Billy che decide autonomamente il lancio da effettuare, mentre Gus si limita a ricevere la palla. Niente a che vedere dunque con il rapporto complesso e intenso che abbiamo trovato fra i due elementi di un'altra famosa batteria della baseball fiction, quella formata da Henry Wiggen e Bruce Pearson in Bang the Drum Slowly

C'è da fare poi una considerazione generale sulla traiettoria vitale del protagonista. For Love of the Game ci presenta un giocatore sulla soglia dell'uscita di scena, nel momento in cui sta per lasciare il baseball (abbandonandone l'atemporalità e dunque rinunciando alla propria "immortalità") per rientrare nel tempo reale della vita e, in definitiva, della vecchiaia (e della morte, di cui il dolore al braccio è simbolo e premonizione). La fine della carriera professionistica di Billy segna l'uscita dall'adolescenza e avvia quel processo di maturazione per cui il Billy Boy della ballata smetterà di giocare e diventerà adulto.

Dunque, una partita perfetta raccontata in un romanzo probabilmente imperfetto, ma interessante per noi patiti di baseball e letteratura.

Informazioni su Luigi Giuliani 102 Articoli
Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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