Quando il baseball non è un'eredità condivisa

L'identità italoamericana è una delle chiavi di lettura di "1933 Un anno terribile" di John Fante, un romanzo che spezza il discorso sul baseball come ponte fra le generazioni

Nel gioco di variazioni e riscritture di spunti autobiografici che intesse l'insieme dell'opera narrativa di John Fante, una delle costanti è indubbiamente la presenza di una figura paterna "forte" con cui il protagonista di romanzi e racconti (si chiami Arturo Bandini o Dominic Molise) si scontra inevitabilmente. Ecco quindi il padre muratore, violento e donnaiolo di Wait Until Spring, Bandini! (1939) che con gli anni si converte prima nel simpatico genitore burbero di Full of Life (1952), poi nell'anziano bisbetico che muore di diabete in The Brotherhood of The Grape (1977). In quest'ultimo personaggio Fante proietta sia il ricordo di suo padre, emigrato dall'Abruzzo ai primi del secolo, sia se stesso e la propria malattia, a tentare una riconciliazione che sulla pagina metta fine all'infinito conflitto adolescenziale che Arturo Bandini (e anche lo stesso scrittore?) trascinò con sé per tutta la vita.

In 1933 Was a Bad Year, scritto negli anni '60 ma pubblicato postumo (1933 Un anno terribile, con due edizioni italiane: Fazi 1996 e Einaudi 2006), il conflitto padre/figlio ha al suo centro il baseball: il diciassettenne Dominic aspira a diventare un lanciatore di Major League, mentre suo padre gli si oppone perché vuole che il figlio lavori con lui in cantiere. Il contrasto fra i due, larvato, rischia di esplodere quando Dominic escogita un sistema per trovare i soldi necessari a viaggiare in California e fare un provino con i Cubs durante lo spring training: rubare la betoniera di suo padre, lo strumento di lavoro indispensabile per il muratore italoamericano, venderla e fuggire. Ma promette a se stesso che con i primi dollari guadagnati da professionista ricomprerà a suo padre il macchinario rubato.

I lettori che seguono questa rubrica si saranno resi conto che siamo di fronte all'inversione del paradigma tematico "classico" elaborato dal folklore e dalla baseball fiction secondo il quale è precisamente il gioco ciò che unisce le generazioni: il baseball è l'eredità che passa di padre in figlio, ciò che viene insegnato e tramandato sia in termini di "sapienza tecnica" (è il padre che insegna a giocare al bambino) sia in quanto filosofia di vita. Nel romanzo di Fante accade invece esattamente il contrario: il baseball è una fonte di conflitto che divide le generazioni. Non solo. Così come era già successo nel racconto Big Leaguer della raccolta Dago Red (1940), di nuovo il baseball in Fante viene associato a un furto, a un'azione trasgressiva apertamente contraria all'immagine tutta lealtà e correttezza della vulgata sul battiecorri. Dove sono andati a finire i protagonisti della letteratura per ragazzi come Frank Merriwell, i pomeriggi passati con papà a fare a passaggi, il campo costruito dal padre di Bob Feller per far giocare il figlio adolescente di cui leggiamo in Strike Out Story?

Per capire quest'inversione di rotta nel discorso narrativo sul baseball bisogna soffermarsi sulla problematica della scrittura italoamericana e sul dilemma identitario delle seconde generazioni di immigranti. I sociologi delle migrazioni hanno evidenziato come gli individui delle generazioni successive a quella che ha effettivamente realizzato il viaggio migratorio interiorizzino il conflitto fra le culture, conflitto che diventa così centrale nella costruzione della propria identità. Insomma, se coloro che emigrano vivono il contrasto fra la cultura del Paese di arrivo e i valori del Paese di partenza, per i loro figli lo scontro culturale è fra il Paese in cui sono nati e quello "ereditato" dalla famiglia, un luogo e una cultura che non hanno mai conosciuto se non attraverso i ricordi dei loro genitori. Per l'adolescente Dominic Molise fuggire dalla famiglia, dallo stigma di un'italianità che lo mantiene al margine della società "bene" di Roper, Colorado, vuol dire rinunciare all'"eredità" culturale famigliare (che è nel fondo la causa prima della sua crisi personale) e aderire ai modi di vita del mainstream. E il baseball -il gioco americano per eccellenza- gli offre quest'opportunità. Suo padre Nick, il muratore abruzzese, non sa nulla di baseball, non afferra il senso di un'attività ludica difficilmente inquadrabile in una vita segnata dal lavoro come la sua. Una vita che suo figlio Dominic conosce ma che non pensa di adottare. Quella paterna è un'eredità che lo mette a disagio in ogni suo aspetto: l'italiano, la lingua parlata da suo padre e da suo nonna (la terribile nonna Bettina, che maledice il giorno che abbandonò le sue montagne abruzzesi), che lui capisce ma che non sa parlare accettabilmente; il cattolicesimo, con i suoi discorsi sul peccato, ai cui riti il ragazzo si aggrappa invano nella ricerca di un senso per la propria esistenza. Se tutti questi sono fili tematici rintracciabili anche in altre pagine di Fante (valga per tutte lo splendido racconto My Father's God,  pubblicato postumo e tradotto in italiano dalla Marcos y Marcos nella raccolta Il Dio di mio padre, 1997), in 1933 Was a Bad Year a tutto ciò Dominic oppone il baseball, la prospettiva di costruirsi un'identità sulla base delle proprie abilità atletiche e non dell'appartenenza etnica, e al tempo stesso di sublimare nel gioco l'uccisione edipica del padre.

Ma il romanzo -ed è questa una delle sue virtù- non solo mette in scena convincentemente i conflitti, ma presenta anche con finezza il loro superamento. Le pagini finali del libro, fra le più belle scritte da Fante, dissolvono l'acredine dell'adolescente e proiettano la figura del padre su un piano di superiore comprensione, facendone il genitore che non ha bisogno di perdonare ma che, con un gesto d'amore e di rispetto, accetta consapevolmente la crescita del figlio.

Alla fine, dunque, 1933 Was a Bad Year si rivela un libro complesso che si colloca all'incrocio di vari generi e tradizioni: il romanzo di formazione, la narrativa italoamericana, la baseball fiction. Un romanzo che può aprire molte porte ai lettori desiderosi di conoscere più a fondo l'opera di Fante o di avvicinarsi al mondo della letteratura sul baseball.

Luigi Giuliani
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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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