"Shoeless Joe" e il diamante nel campo di mais

Appunti per la lettura di "Shoeless Joe", il romanzo cult di W. P. Kinsella che ha segnato gli ultimi trent'anni della baseball fiction. Disponibile la versione in italiano (collana "Attese") edita dalla 66thand2nd

Credo che siano davvero pochi gli appassionati di baseball (negli Usa, ma anche da noi) che non abbiano ancora letto "Shoeless Joe", il romanzo del canadese William Patrick Kinsella apparso nel 1982, tradotto in italiano e pubblicato lo scorso anno dalla casa editrice romana 66thand2nd nella collana "Attese". Al suo successo ha contribuito anche la versione cinematografica che nel 1989 ne fece Phil Robinson con il titolo Field of Dreams (in italiano "L'uomo dei sogni"; film interessante ma che, a mio giudizio e nonostante l'interpretazione di Kevin Kostner, non è all'altezza del romanzo). A trent'anni dalla sua pubblicazione varrà la pena soffermarsi sull'analisi del romanzo, così da accompagnare la lettura di quanti vorranno (ri)scoprire una delle pietre miliari del genere della baseball fiction.
Negli anni 70, W.P. Kinsella aveva al suo attivo vari romanzi e short stories che avevano come protagonisti gli indiani del Canada, lavori interessanti ma che la critica e i lettori avevano accolto tiepidamente. La svolta della sua carriera di scrittore ebbe luogo nel 1980 con la pubblicazione del racconto Shoeless Joe Jackson Comes to Iowa, la prima di una lunga e fortunata serie di narrazioni sul baseball che lo rese estremamente popolare. Kinsella riprese poi l'idea centrale di quel racconto e ne fece la situazione iniziale del romanzo.
Siamo nell'Iowa, Stato agrario per eccellenza del Mid-West dove le fattorie punteggiano un paesaggio infinito fatto di colture estensive. In una di queste fattorie si è rifugiato il protagonista, Ray Kinsella, un reduce della stagione di lotte universitarie e di ideali degli anni 60 che, benché inesperto nel lavoro agricolo, vive coltivando i campi assieme a sua moglie Annie e sua figlia Karin. Una sera all'imbrunire, mentre osserva la piantagione di mais dal portico di casa, Ray sente una voce dall'alto che, come se provenisse da un altoparlante di uno stadio, gli dice: If you build it, he will come: "Se lo costruisci, lui verrà".
Ray intuisce ciò che la voce gli sta chiedendo: se costruirà un diamante sul suo campo di mais, Shoeless Joe Jackson, il mitico campione radiato -forse ingiustamente- per aver venduto assieme a altri sette giocatori dei White Sox le World Series del 1919, apparirà dal nulla, tornerà dall'aldilà (era morto nel 1965) per giocare di nuovo a baseball. Nel romanzo non si offre nessuna spiegazione razionale a questo e agli altri numerosi fenomeni soprannaturali che costellano la storia (e Shoeless Joe non sarà l'unico "fantasma" a ritornare in vita nelle pagine del libro), ma tutto prende comunque l'avvio dalla costruzione del campo, motivo ricorrente nel folklore del baseball. Ad esempio, il grande pitcher Bob Feller racconta nella sua autobiografia Strike Out Story (1947) come suo padre fabbricò per lui un diamante sul terreno della sua fattoria, a Van Meter, Iowa, per permettergli di allenarsi. Specularmente, nel romanzo di Kinsella sarà il figlio a costruire il campo per il padre: John, il padre di Ray, che da giovane era stato un catcher in campionati semiprofessionistici, viene così richiamato dal mondo dei morti per giocare assieme ai White Sox "tornati" dal lontano 1919.
È il campo a rendere possibili le apparizioni in quanto spazio magico dove l'immaginario religioso e il baseball si fondono. In effetti i critici hanno osservato che la misteriosa frase udita da Ray riecheggia le parole che nella Bibbia (1 Cronache, 28, 9-10) Davide rivolge a suo figlio Salomone invitandolo a costruire il Tempio di Gerusalemme: "Se tu lo ricerchi, egli ti si farà trovare. Pensa ora che il Signore ti ha scelto per edificare una casa quale santuario. Sii forte e mettiti all'opera". E Ray obbedisce e comincia col costruire prima il settore dell'esterno sinistro, su cui una notte, alla luce di un riflettore appare Shoeless Joe, con indosso la vecchia divisa dei White Sox. Il lavoro di Ray procede a rilento, e man mano che le altre zone del campo vengono ultimate, i giocatori appaiono uno a uno. Da una gradinata in legno appositamente eretta a bordocampo assistono alle partite anche sua moglie Annie e la figlioletta Karin, uniche altre persone oltre a Ray che inizialmente sono in grado di vedere e udire i giocatori.
È stato notato come nel romanzo la forma stessa del diamante con la sua articolazione infield/outfield rispecchia la posizione della fattoria rispetto alla distesa di mais che gli si apre davanti, e raffigura così l'universo del protagonista, con il campo esterno a fare da frontiera con l'aldilà (alla fine delle partite i giocatori escono da una porta del muro del fuoricampo per scomparire nel nulla) mentre il campo interno -al cui vertice (il piatto) si collocherà il padre di Ray per giocare da ricevitore- rimanda agli affetti famigliari. Il campo da baseball, con le sue geometrie e la sua numerologia, è dunque il luogo della mediazione fra il mondo interiore delle emozioni private e lo spazio aperto delle relazioni sociali espresse attraverso il gioco, dove è possibile la realizzazione piena dell'individuo e dei suoi sogni, anche quello di annullare la barriera della morte.
È quindi curioso -ma non sorprendente- il fatto che ogni anno decine di migliaia di persone si rechino in pellegrinaggio nella peraltro poco turistica cittadina di Dyersville nell'Iowa per visitare la fattoria dove fu costruito il diamante usato come set per il film Field of Dreams. Forse per quelle persone quel campo è un po' come un tempio (A ballpark at night is more like a church than a church: "un campo da baseball di notte è più simile a una chiesa di una chiesa", dice a un certo punto Ray nel romanzo), uno spazio reale dove Cielo e Terra si ricongiungono e dove sperano di vedere rinnovato il miracolo del baseball. Come vedremo, questa sorta di religiosità laica incentrata sul gioco presenta notevoli risvolti nel resto della trama.

Luigi Giuliani
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Un vita spezzata in tre: venticinque anni a Roma (lanciatore e ricevitore in serie C), venticinque anni in Spagna (con il Sant Andreu, il Barcelona e il Sabadell, squadra di cui è stato anche tecnico, e come docente di Letteratura Comparata presso le università Autónoma de Barcelona e Extremadura), per approdare poi in terra umbra (come professore associato di Letteratura Spagnola presso l'Università di Perugia). Due grandi passioni: il baseball e la letteratura (se avesse scelto il calcio e l'odontoiatria adesso sarebbe ricco, ma è molto meglio così...).

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