San Marino soffre i ritmi del Nettuno

Italian Series, il "punto" dopo gara5: i Titano Bombers in difficoltà a causa degli improvvisi cali di tensione in attacco e dei troppi punti concessi

E dunque, i "Titano Bombers" in gara 5 delle Italian Series sono ricascati nuovamente dentro la trappola della presunzione. Facendosi sorprendere, ammutolire, annichilire, fino a cadere nelle tenebre del grande inganno. Dal 7-0 al… 7-11. Pazzesco! Non è da grande squadra farsi scivolare via dalle dita una partita così. Subendo – quasi senza reazione – un undici a zero nello spazio di sei inning. Qualcosa di simile era già avvenuto in apertura di queste finali-scudetto: avanti 7-0 San Marino (sul proprio campo) alla terza ripresa, poi rimonta clamorosa del Nettuno e vittoria della squadra laziale per 12-11 al dodicesimo inning.
Stavolta il recupero del Nettuno è stato ancor più prodigioso. Ma anche più sconvolgente appare il "suicidio" del San Marino, perché veniva da due vittorie sul diamante dello Steno Borghese di Nettuno e aveva tutta l'inerzia dalla sua parte. E allora, analizziamolo questo "suicidio" sammarinese nella sfida che ha riportato il Nettuno al comando nella serie.

Succede se… il bullpen ti tradisce e la difesa non è propriamente un'immagine di solidità. Il San Marino in questa serie ha perso ogni volta che ha concesso tanti punti (33 in totale nelle tre sconfitte). A differenza del Nettuno che, nelle sue due sconfitte, ha concesso una volta 5 punti e l'altra 10.

Succede se… nel box di battuta – dopo aver fatto venire una crisi di nervi a Richetti – smarrisci di colpo il ritmo perché non sai avere la necessaria pazienza e disciplina per interpretare le curvette insidiose di Massimiliano Masin o il sinker d'un maestro di sapienza tattica quale Remigio Leal.

Succede se… pensi di vincere le partite soltanto manganellando le palle veloci. Il San Marino che aveva smontato Josè Escalona e Kris Wilson, e che ha mandato all'inferno (con la complicità dell'arbitro Bastianello) l'irascibile Richetti, evidentemente sabato sul 7-0 s'era illuso d'avere ripreso in pugno il controllo della serie. Commettendo l'imperdonabile errore di non rimanere lì con la testa. Sarebbe dovuto restare ancora aggrappato ad una rigorosa concentrazione, ma così non è stato. Allora, Masin e Leal – due "mestieranti" che sanno come si sta sul monte di lancio – hanno avuto buon gioco nel mandare fuori tempo i presuntuosi sluggers del Titano. Bravissimi: sia "Catozza" Masin sia Leal nel lavorare ai margini della zona dello strike e nel non dare mai niente di decente da battere alle potenti mazze sammarinesi. Particolarmente attenti, entrambi, a non sfidare Jairo Ramos che nella gara di sabato è stato spesso passato in base. Calmo, sereno, capace di grande autocontrollo (impara, Richetti!), Masin ha firmato la quarta vittoria stagionale, una delle sue più importanti in oltre vent'anni di carriera perché ha spinto la Danesi a riprendersi il comando in questa serie-scudetto così appassionante, così bizzarra, così thrilling. Per il quarantatreenne lanciatore nettunese è la quarta vittoria stagionale (non gli riusciva più dal 2004 di vincere quattro partite in un anno), la numero 120 in una carriera tutta dedicata al Nettuno e cominciata nel 1988. Remigio Leal ha salvato la vittoria di Masin, con una efficace chiusura da 1.1 rl dopo i 6 inning lanciati la sera precedente. "Eroico" Leal, considerando che l'uomo di Pinar del Rio sta per compiere 48 anni. E' stato un protagonista, a Cuba, negli Anni '90 con la casacca prestigiosa dei Vegueros di Pinar del Rio. Nello stesso periodo, in un'altra "città del baseball" di un'altra parte del mondo, Masin vinceva scudetti (fantastico il suo 1990, con 14 partite vinte sul monte di lancio e appena 3 sconfitte) e Coppe Internazionali.

Sabato notte, a conclusione delle tre sfide dello "Steno Borghese", sono stati questi due vecchi draghi a prendere per mano e trascinare il Nettuno dei monelli, il Nettuno ribelle, il Nettuno delle "grandi rimonte". Una banda orgogliosa e passionale. Nettuno – in queste settimane – ha messo a nudo certi difetti strutturali di quel San Marino che aveva dominato la regular season e che – con la stessa tranquillità – aveva comandato il round robin. Gli uomini del Titano certamente non se lo immaginavano un Nettuno così preparato, così energico, così resistente, così gonfio di vitalità. Sempre pronto a reagire e a buttarti in faccia nuove difficoltà.

San Marino è un gruppo che possiede un potenziale superiore. In particolare sotto l'aspetto offensivo. San Marino era dato per favorito – e anche in maniera chiara – alla vigilia di queste finali. E a mio parere rimane ancora il principale candidato allo scudetto. Ma, allora, perché si trova in questo momento sul 2-3? Perché tanta fatica, tanta sofferenza? Perché è lì al confine con il KO? Penso che ci sia una doppia spiegazione.
Una è di natura psicologica. La squadra di Doriano Bindi, da metà aprile fino al 20 agosto, non ha mai dovuto veramente soffrire per imporre la propria personalità, la propria consistenza. Spesso per vincere le partite le bastavano gli homers dei suoi potenti battitori. Buttarla fuori. Una maniera sicura (e relativamente semplice) per non avere problemi. Con i fuoricampo il San Marino s'è guadagnato per mesi una vita tranquilla. Forse troppo. Non abituato a soffrire, non abituato a sopportare una serie – abbastanza ravvicinata – di battaglie così intense e velenose come queste finali, il gruppo di manager Bindi ha faticato molto più del previsto. Psicologicamente, e anche tatticamente, s'è trovato in difficoltà nel contenere i ritmi, la vitalità, il "fuoco" d'una squadra di guerrieri come quella nettunese. E' possibile che il San Marino non avesse valutato nella maniera esatta la pericolosità di questo Nettuno quand'è in stato di esaltazione. Ebbene, il Nettuno di Ruggero Bagialemani veniva da eccitanti rimonte, da grandi battaglie vinte (di quelle che ti trasmettono coraggio ed entusiasmo). Ogni sua vittoria, ogni sua conquista è stato il frutto di lotta dura, di fatica, di sudore. E' squadra abituata a gettare il cuore oltre l'ostacolo.
Le difficoltà incontrate dal San Marino in queste finali hanno anche – ovviamente – una spiegazione tecnica. E chiamano in causa un bullpen che fino ad ora non è stato all'altezza della situazione (Martignoni, Staehely, Avvento, Palanzo non offrono garanzie, e perfino Cubillan ha "tradito" in gara1 con quello sciagurato inning), un gioco sulle basi poco aggressivo, nonché improvvisi cali di tensione nel box di battuta. E una difesa che dovrebbe concedere qualcosa di meno.

A confortare il Club della Repubblica del Titano la constatazione che anche il Cariparma , un anno fa, si trovava in questa situazione (2 partite vinte, 3 perse, lasciando il "Gianni Falchi" di Bologna). E andò poi a conquistare lo scudetto, aggiudicandosi gara6 e gara7 nel proprio stadio. E' possibile che altrettanto riesca a fare il San Marino, riportando la serie sul Titano e sapendo di potersi affidare per il monte di lancio ai suoi migliori "partenti": Da Silva per gara6 la sera del 9 settembre e Bonilla la sera successiva.

Tornando a commentare gara5, dopo aver sottolineato l'importante lavoro di Masin e di Leal come rilievi di Richetti espulso per plateali proteste al terzo inning sullo 0-7, vorrei indicare come momenti-chiave due prodezze offensive del diciannovenne Mirco Caradonna. Il seconda base (un prodotto della grande "cantera" nettunese) ha aperto con un singolo quel determinante quinto attacco della Danesi, dando il via ad un big inning da 5 punti. E successivamente, con la partita ancora apertissima, sul punteggio di 8 a 7 per il Nettuno, Caradonna ha stampato quel "solo homer" che è stato per il San Marino un dolorosissimo pugno nello stomaco. Nè vanno dimenticate tre giocate difensive (provvidenziali per la partita del Nettuno), tutte ad annullare assalti di Carlos Duran. Autori di queste prodezze: Ambrosino al terzo inning, Sparagna al quarto e un grande Peppe Mazzanti al settimo.

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Informazioni su Maurizio Roveri 192 Articoli
Maurizio Roveri, giornalista professionista, è nato il 26 novembre 1949. Redattore di Stadio dal 1974, e successivamente del Corriere dello Sport-Stadio, fino al gennaio 2004. Iscritto nell'Albo dei giornalisti professionisti dal luglio 1977. Responsabile del basket nella redazione di Bologna, e anche del pugilato. Caporubrica al Corriere dello Sport-Stadio del baseball, sport seguito fin dal 1969 come collaboratore di Stadio. Inviato ai campionati mondiali di baseball del 1972 in Nicaragua, del 1988 in varie città d'Italia, del 1990 a Edmonton in Canada, del 1998 in Italia, nonché alle Universiadi di Torino del 1970 e ai campionati Europei del 1971, del 1987, del 1989, del 1991, del 1999. Dal 2004 al 2007 collaboratore del quotidiano "Il Domani di Bologna" per baseball, pugilato, pallavolo.  

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