Giovani prospetti crescono, qual è il giusto atteggiamento?

Un'analisi comparativa tra i comportamenti dei ragazzi italiani e americani in campo. Negli USA i futuri campioni o hanno una condotta aggressiva, tonica e umile o sono fuori squadra. E in Italia come reagiscono dai 14 anni in su?

Tutto partì da uno scout italiano che annotò su un forum: "Ho parlato con degli scout lì presenti e mi hanno riferito che i ragazzi italiani avevano un atteggiamento strafottente e arrogante". Era l'agosto 2008 ed ero appena tornato dal Mondiale Juniores di Edmonton, in Canada, dove avevo seguito la nostra Nazionale, di cui faceva parte anche mio figlio. La reazione che ebbi a questa affermazione fu di grande sdegno. Avevo visto tutte le partite dei nostri ragazzi che si erano comportati benissimo, tutti indistintamente con grande rispetto sia per gli avversari sia per gli arbitri. Naturalmente difesi i nostri atleti su quel forum. Ne uscì un dibattito con lo scout, peraltro molto civile, che mi fece riflettere.
I casi erano due: O la voce sugli scout era falsa, oppure c'era da porsi qualche domanda. Diedi per scontato che la voce fosse vera, per non cadere nell'errore delle auto-giustificazioni, e iniziai ad osservare attentamente la situazione. Lo stesso anno mio figlio entrò in una High School del Colorado. Iniziai a guardare i giocatori americani da un'altra prospettiva. Anziché il gioco, ero più attento agli atteggiamenti fuori dal gioco stesso. Come gli atleti si presentano sul terreno di gioco? Come si muovono entrando e uscendo dal campo? Come girano la palla dopo l'out? Tutte cose che non hanno a che fare con difesa, battuta o corsa sulle basi, ma che possono trasmettere all'osservatore attento un valanga di informazioni preziose.
Feci la stessa cosa tornato in Italia. Iniziai a esaminare le squadre italiane, sia quelle della mia società sia le avversarie. Ogni qualvolta una squadra di High School o di College americano veniva in Italia osservavo e paragonavo. Continuai l'osservazione presso il College di mio figlio dove mi fermai per quasi un mese a scrutare e filmare allenamenti e partite. Scoprii così che le differenze erano molte. Mi chiesi naturalmente perché e quale era il motivo. Tramite Baseball.it ecco le mie riflessioni sperando che siano utili e che nessuno si senta offeso.
Nella categoria Ragazzi le nostre migliori squadre hanno poco da rimproverarsi rispetto i pari età americani. Dalle categorie successive il divario diventa incolmabile. Perché? E' come se un ragazzo uscito dalle elementari passasse direttamente all'università. Gli atteggiamenti dai 14 anni in poi diventano quelli tipicamente del mondo adulto. Corsettina, quando va bene, per entrare e uscire dal campo; passaggino di sottomano quando si gira la palla, presa in assoluto relax durante il "diamante". Tutte cose che ci arrivano dal mondo professionistico (l'università) senza però aver fatto le medie e le superiori. Spesso purtroppo i nostri allenatori lasciano fare. I ragazzi americani quando entrano nell'ambito sportivo a livello di High School e ancora di più, molto di più al College, sono massacrati dai coach che pretendono un atteggiamento aggressivo, tonico e umile. Il "tirettino" di sottomano, la corsettina dentro fuori dal campo, un atteggiamento non adeguato, significa l'uscita immediata dalla squadra. Solo su questi atleti i coach iniziano ad insegnare il baseball.
Da quest'anno ho iniziato una sorta di test con le squadre giovanili che alleno, Allievi e Cadetti. Ho voluto applicare gli insegnamenti e i metodi che ho imparato. I risultati non sono eccezionali, solo sufficienti. Credo che le motivazioni siano: primo che non sono così bravo come i coach americani di high school e college, secondo perché spesso i miei ragazzi mi guardano come un marziano. Quando dico di correre, a loro sembra di correre; quando dico di entrare ed uscire veloci, a loro sembra di entrare e uscire veloci; quando dico di girare la palla velocemente dopo l'out, a loro sembra di girare velocemente la palla dopo l'out. Come faccio a trasmettere queste cose quando non esiste per loro un campione di riferimento?
Qualcuno si chiederà a che pro tutto questo ragionamento. Molto semplice: perché poi quando ci sarà da rubare, il corridore sarà pronto; quando ci sarà una palla che passa a cinque metri dal difensore, questa sarà presa anziché passare oltre; quando arriverà il tiro di rimbalzo dall'esterno, il terza base prenderà la palla anziché mancarla. Non dimentichiamo che i professionisti giochicchiano, perché loro le superiori e le università le hanno fatte.
Per concludere: da qualche anno sono molti gli atleti italiani che varcano l'oceano, chi per tentare la strada dei pro, chi per giocare nel college. Mi rivolgo proprio a questi ragazzi. Volete essere guardati dagli scout? Questa, e solo questa, è la strada giusta. Se il primo impatto con lo scout è negativo quello scout traccerà una riga nera sul vostro nome ancora prima che inizi la partita.

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Informazioni su Paolo Castagnini 3 Articoli
Nato il 30 giugno 1954, Paolo Castagnini inizia a giocare a baseball all'età di 13 anni. Il suo ruolo prevalente è lanciatore. Milita a buoni livelli giungendo in massima serie nel 1990 nel Verona. All'età di 20 anni diventa allenatore. E' fondatore del San Martino e della Dynos Verona. Attualmente è allenatore di terzo livello ed è manager dei Knights Verona nella Second Division della IBL. Con Fraccari Presidente entra nel Consiglio Federale e si occupa prevalentemente di attività giovanile. La moglie Giovanna Armani è la prima pitching coach donna e il figlio Federico gioca presso il Barton Community College in Kansas (USA).

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