"Alla sera? Troppo stanchi per divertirci"

Chiudiamo il resoconto del camp olandese della PlayBall con alcune domande a Leonardo e Jacopo.

Leonardo e Jacopo sono due diciasettenni di Firenze. Giocano a baseball da quando avevano 8 anni e dopo aver militato rispettivamente nelle giovanili dell’Antella e del Junior Firenze, negli ultimi tre anni sono stati compagni di squadra sotto la guida di coach Gigi Gozzini. Nella stagione in corso hanno giocato nel Chianti Baseball, che da quest’anno raduna i giovani della provincia fiorentina per partecipare al campionato nazionale Under 21.
Entrambi interni, Leonardo terzabase e Jacopo secondabase, sono grandi amici anche fuori dal campo e sono sempre alla ricerca di nuove opportunità di gioco e hanno quindi immediatamente aderito con entusiasmo a questa inziativa del camp olandese della PlaybBall.
Via e-mail gli abbiamo rivolto qualche domanda

Che differenza avete riscontrato con il lavoro del camp e quello svolto nel vostro club in Italia?
"Innanzitutto abbiamo notato un alto rapporto fra il numero di coach a disposizione e i giocatori. Sul piano tecnico abbiamo riscontrato che viene dedicata molta più importanza alla fase atletica e di riscaldamento, tanta corsa e stretching ma anche grande cura alla fase di palleggio. In generale comunque una maggiore attenzione ad ogni fase e fondamentale di attacco e difesa, ognuno dei quali viene affrontato fino alla completa assimilazione. Per fare un esempio concreto, siamo stati quasi un pomeriggio a lavorare solamente sulle palle laterali del terzabase."

Che differenza di approccio pensate di aver tenuto rispetto agli altri partecipanti al camp?
"Erano praticamente tutti olandesi, ma non abbiamo faticato più di tanto ad entrare nel clima giusto. La disciplina era ferrea, appena sgarravi minimamente erano giri di campo e flessioni."

Avete registrato un interesse particolare attorno al camp? Le sedute erano seguite anche da un pubblico diverso o dai soli genitori?
"In genere il pubblico era più presente al pomeriggio. Logicamente c’erano diversi genitori ma l’impressione era che il campo rappresentasse anche luogo di aggregazione per gli appassionati, giocatori e soci del club. I Pirates sono una società di prima divisione che ha oltre 500 giocatori e giocatrici tesserati e la clubhouse con bar e ristorante rappresenta un punto di ritrovo per molte di queste persone."

Avete avuto difficoltà con gli istruttori e/o con la lingua?
"Veramente no. L’età media degli istruttori era molto bassa, in media fra i 25 e i 35 anni, come detto tenevano molto al lavoro e alla disciplina ma non sono stati mai sgarbati, niente urlacci o cose del genere, solo rispetto reciproco. C’era un coach piuttosto anziano, Chico Jesurun, e tutti lo chiamavano senza malizia ‘Ciccio”; anche noi lo chiamavamo così, solo che lui non conosceva il significato del termine in italiano, quando lo abbiamo spiegato ci ha detto che potevamo continuare a chiamarlo così, ma solo fuori dal campo, durante le ore di lavoro noi due dovevamo rivolgerci a lui come ´Mr. Ciccio´. Con la lingua nessun problema, a patto ovviamente di capire e parlare inglese, in Olanda tutti parlano correntemente la lingua."

La novità assoluta che vi è piaciuta maggiormente?
"La possibilità di lavorare sul campo, per ore ed ore, assieme ad autentici campioni in attività come Michael Duursma e Roel Koolen, con l’opportunità di vedere replicati da loro stessi gli esercizi e i movimenti che ci venivano richiesti. In più di un’occasione ad esempio, nelle giocate all’interbase e in seconda, ci hanno spiegato e insegnato alcune cosette sul gioco di piedi che mai nessuno prima ci aveva mostrato."

Un suggerimento per chi volesse partecipare ad un camp del genere?
"Due suggerimenti a dire il vero. Primo, siate preparati ad uno sforzo atletico ai quali noi non siamo abituati. Secondo, non crediate di aver molto tempo per divertirvi alla sera, sarete talmente stanchi che non vedrete l’ora spengano le luci in camerata."

Chiudiamo queste brevi domande con una nota finale dell´accompagnatore, Marco Borri, che ci preme a sottolineare un aspetto che non considera marginale e che anzi, secondo il suo parere, e´ indice del terreno che separa il baseball olandese da quello italiano.
Marco asserisce che "il loro baseball sicuramente non è più ricco del nostro, anzi, con ogni probabilità i club devono darsi molto da fare per reperire le risorse necessarie, in ogni caso non siamo negli Stati Uniti da questo punto di vista. I Pirates di Amsterdam pero´ sono un club storico della prima divisione, con un magnifico complesso sportivo; eppure, nelle tribune che guardano il campo da gioco principale si sono soltanto 360 posti individuali a sedere, in pratica un piccolo comodo salottino. Il club a suo tempo si è trovato di fronte ad una scelta importante: costruire 4 campi da gioco e una clubhouse con i fiocchi, oppure fare una cattedrale nel deserto erigendo una mega tribuna in cemento armato da 5.000 posti. Loro hanno scelto di costruire 4 campi da gioco."
Una riflessione che logicamente lasciamo ai lettori.

Informazioni su Alessandro Labanti 936 Articoli
Webmaster e responsabile del dominio Baseball.it

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