Sette ore sono troppe per tutti

Anche per chi vivrebbe di baseball. La pioggia è un grosso ostacolo per il torneo di Panama, dove per altro succedono tante cose interessanti anche fuori dal campo…

Adesso che sono una stella della televisione panamense, le cose vanno in maniera decisamente diversa.
Tutto è nato perchè avevo bisogno della certezza di ritornare tutte le sere in albergo. Lo stadio “Nacional”, dove si gioca la maggioranza delle partite, è letteralmente nel bel mezzo di…nulla: non una casa o un negozio nel giro di almeno 4 o 5 chilometri. Un radiocronista di Radio Mundo, pittoresca emittente locale di quelle cha fanno le cronache a 6 o 7 voci proprio come vi immaginereste succeda in America Latina, mi ha proposto di barattare alcuni dei trasporti (rimando ad un altro diario più informazioni sulla doppia attività del collega) con miei commenti presso un canale televisivo in cui lavora un suo amico (si chiama RCM e non sembra nemmeno troppo piccolo). La proposta mi allettava, ma ho voluto premettere che il mio Spagnolo non mi sembrava all'altezza. “No, no” mi ha detto lui “te se intiende claro”. Il che non vuole assolutamente dire che parlo bene, ma al limite che mi faccio capire.
Il fatto è che sono piaciuto e, dopo la prima apparizione, mi è stato proposto di prestare la mia voce di opionionista sia alla televisione che alla radio dello stesso gruppo. Vedrò che compenso chiedere, sempre “in natura”, è ovvio. Pensavo a qualche pasto o ad un cappellino della nazionale di Panama, per intenderci.

I cronisti panamensi fanno cose che al vostro cronista itinerante non sarebbero mai venute in mente. Ad esempio, danno la mano in onda agli ospiti prima di iniziare la trasmissione e alla fine. Cosa che è anche normale, a pensarci bene. Da noi, quando si saluta un ospite, ci si guarda per quei 15, 20 lunghissimi secondi e non si sa cosa fare. Ci si sorride da vecchi amici e poi, spente le luci, subentra un imbarazzante silenzio formale. Lì almeno, spente le luci, quella stretta di mano aveva sancito qualcosa.

La mia amica degli 'sms' (oggi, per motivi tecnici, semmai amica delle e-mail) mi ha dato una notizia quantomeno curiosa: si è iscritta ad un corso di danza del ventre. Ci ho pensato e non capisco lo scopo di iscriversi ad un corso del genere, a meno che non si voglia abbracciare la carriera di ballerina di danza del ventre. Attività che in Italia non vedo per altro diffusissima e foriera di particolari soddisfazioni. A meno che la mia amica non pensi ad esibizioni “private”. E mi fermo qui.
Comunque, quale ne sia lo scopo, sempre meglio partecipare a corsi di danza del ventre che mandare e mail spam alla gente che si collega a Internet da Panama per riceverle, come sta facendo il mio amico degli 'sms'. Potete aiutarmi a fermarlo?

Molte cose qui a Panama sono molto diverse a quello cui io sono abituato. L'atteggiamento con cui la gente guarda la partita, ad esempio. E' tutto un commentare, un parlare con il vicino di posto. Spesso in termini estremamente critici, per la verità.
A dir poco sensazionali sono i venditori, che hanno un atteggiamento aggressivo ai limiti dell'intimidatorio: “hotdoghotdoghotdog” vi gridano nelle orecchie. Oppure: “cervezafresca, frescafresca…l'ultima cerveza frescafrescafresca”.
A seguire una partita intera in mezzo al pubblico, c'è da finire col mal di testa. D'altra parte, i posti per la stampa sono in piccionaia, altissimi, senza aria condizionata e al chiuso. Da lì non si accede al bar se non uscendo e rientrando nella sezione del pubblico.

Per piovere, piove. Quando comincia (per 2 giorni consecutivi esattamente dopo la prima metà della prima ripresa…) scroscia che è un piacere. L'efficienza con cui il personale dello stadio “Nacional” copre il terreno e lo rende presentabile nell'arco di un'ora dopo la fine della precipitazione è sorprendente. Purtroppo però la pioggia ha una marcia in più, nel senso che la partita tra Portorico e Canada è durata (mettendoci le 2 interruzioni) 7 ore.
Il periodo tra le 2 interruzioni è stato allucinante. “Ti annoi?” mi ha chiesto una segretaria della Copabe (Federazione delle Americhe), la stessa che non trovava la mia foto il primo giorno e che deve essere specializzata in questo tipo di uscite particolarmente brillanti. “No” ho risposto in Italiano “E' la mia aspirazione stare a guardare i temporali tropicali”. Ha riso (chissà cos'ha capito) e poi si è messa a parlare in Inglese, spiegandomi che quando piove sua madre ha l'abitudine di mettere fuori dalla porta un bicchiere con dentro una forchetta e un coltello incrociati. “Non ci crederai, ma fa smettere di piovere”. In effetti, non ci credo.

Diciamolo, l'organizzazione è quello che è. Mi è toccato persino sentir dire “Dovrebbero imparare dai cubani” ma mi sembra un'espressione un tantino forte. Posso capire che si abbia nostalgia di Cuba per tante cose, ma affermare che mi manchi l'organizzazione della “Isla linda” sarebbe azzardato. E poi almeno qui si gioca su campi da baseball e non di patate, come era quello della 'Ciudad Deportiva' de L'Avana.
Comunque, è bene dirlo con forza. Se a livello internazionale il baseball vuole coinvolgere organizzazioni come la Major League Baseball o le Grandi Leghe giapponesi non può offrire tornei come questo, nel quale si ritirano 4 squadre su 13 (una, le Bahamas, addirittura dichiarando “stiamo arrivando” fino a ieri) e la formula è completamente pazzesca. Si assegna la qualificazione alle Olimpiadi ad eliminazione diretta e si gioca una finale priva di un qualsiasi senso agonistico, visto che entrambe le formazioni che la disputeranno il loro scopo lo avranno già ottenuto. L'ultimo giorno del torneo conta meno del primo, per intenderci. Oltretutto, per il fatto che le Bahamas si sono ritirate, nel gruppo 'A' Canada, Cuba, Messico e Portorico sono tutte qualificate e le partite della prima fase servono solo a stabilire il piazzamento. Ma chi è che ha queste idee così brillanti.

Pensavo a Cuba ieri. Ne ho parlato a lungo con un collega portoricano (che deve essere stato parecchio contento della mia compagnia, visto che mi ha pure offerto la cena) e mi è venuto in mente che a qualcuno non è piaciuta l'immagine che ho dato io dell'isola. Allora vi propongo una versione che non si discosta dalla mia. Anzi.
Ho con me il libro “Carne di cane” di Pedro Juan Gutierrez, scrittore cubano che ho già citato e che trovo grande, gradissimo, un vero e proprio Hemingway del 2000. La sua prosa è sublime. Ecco come parla della sua isola: Ricordo quel periodo noioso, quindici anni fa (…)Non succedeva mai niente. Eravamo tutti buoni e corretti, obbedienti, disciplinati. Ora invece è il contrario: siamo tutti cattivi e scorretti. Le donne, quasi tutte puttane, il resto della gente cinica e perversa. Tutti disperati in una corsa pazza e sfrenata dietro al nostro dollaro quotidiano(…).
Pedro Juan Gutierrez ha poco più di 50 anni e risiede a Cuba.

Oggi è domenica 2 novembre, giorno “dei morti”, come dicono dalle mie parti.
A Parma il 2 novembre nelle pasticcerie si trovano dei dolcetti che, con abitudine un po' macabra, sono ribattezzati “ossa dei morti”. Qui è tutto chiuso, non si possono nemmeno comprare alcolici. Il 'coprifuoco' finirà a mezzanotte, quando inizieranno i festeggiamenti per il centenario dell'indipendenza di Panama dalla Colombia. Devo esserci a tutti i costi.

Informazioni su Riccardo Schiroli 1196 Articoli
Nato nel 1963, Riccardo Schiroli è giornalista professionista dal 2000. E' nato a Parma, dove tutt'ora vive, da un padre originario di Nettuno. Con questa premessa, non poteva che avvicinarsi alla professione che attraverso il baseball. Dal 1984 inizia a collaborare a Radio Emilia di Parma, poi passa alla neonata Onda Emilia. Cresce assieme alla radio, della quale diventa responsabile dei servizi sportivi 5 anni dopo e dei servizi giornalistici nel 1994. Collabora a Tuttobaseball, alla Gazzetta di Parma e a La Tribuna di Parma. Nel 1996 diventa redattore capo del TG di Teleducato e nel 2000 viene incaricato di fondare la televisione gemella a Piacenza. Durante la presentazione del campionato di baseball 2000 a Milano, incontra Alessandro Labanti e scopre le potenzialità del web. Inizia di lì a poco la travolgente avventura di Baseball.it. Inizia anche una collaborazione con la rivista Baseball America. Nell'autunno del 2001 conosce Riccardo Fraccari, futuro presidente della FIBS. Nel gennaio del 2002 è chiamato a far parte, assieme a Maurizio Caldarelli, dell'Ufficio Stampa FIBS. Inizia un'avventura che si concluderà nel 2016 e che lo porterà a ricoprire il ruolo di responsabile comunicazione FIBS e di presidente della Commissione Media della Confederazione Europea (CEB). Ha collaborato alle telecronache di baseball e softball di Rai Sport dal 2010 al 2016. Per la FIBS ha coordinato la pubblicazione di ‘Un Diamante Azzurro’, libro sulla storia del baseball e del softball in Italia, l’instant book sul Mondiale 2009, la pubblicazione sui 10 anni dell’Accademia di Tirrenia e la biografia di Bruno Beneck a 100 anni dalla nascita. Dopo essere stato consulente dal 2009 al 2013 della Federazione Internazionale Baseball (IBAF), dal giugno 2017 è parte del Dipartimento Media della Confederazione Mondiale Baseball Softball (WBSC). Per IBAF e WBSC ha curato le due edizioni (2011, 2018) di "The Game We Love", la storia del baseball e del softball internazionali.

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