Perchè amiamo il gioco del baseball

Un articolo scritto con il cuore in mano. Commuovetevi con noi

Gli americani hanno una grande passione per i ‘loro’ sport. Di questi, però, solo uno è rimasto costante nel tempo: il baseball. C’era durante la grande crescita di questo paese e durante i passaggi difficili. C’è sempre stato, per ricordarci delle cose belle della vita e aiutarci ad apprezzare di più quello che abbiamo. Il baseball aiuta le famiglia, ma anche intere comunità, ad incontrarsi. La domanda è: com’è possibile, visto che è solo un gioco?

Il baseball è un gioco che non dipende da un orologio. Non ci sono conti alla rovescia tra un tempo e l’altro, niente ‘time out’, niente ‘tiri liberi’ quando il gioco è fermo, nessun ‘recupero’ per determinare quando la partita sarà effettivamente finita. Nel baseball, semplicemente, è finita quando…è finita. (Nell’originale la famosa frase di Yoghi Berra it’s over when it’s over, n.d.t.). Se il punteggio è in parità dopo nove riprese, allora si continua a giocare fino a che non c’è un vincitore. Non c’è la ‘sudden death’ nel baseball: ogni squadra ha le stesse possibilità di segnare, se la partita finisce ai supplementari. Non dovrebbe essere giusto così?

Senza la pressione dell’orologio, la partita va per la sua strada. Alcune sono veloci, altre lente e alcune hanno una durata intermedia. Il punto è: c’è tempo, tanto tempo. Tempo per conversare, per mangiare assieme e tempo per giocare per i bambini.
Ci sono critici che definiscono il baseball uno sport noioso. Semplicemente, significa che non lo capiscono. Il baseball è uno sport di strategia, è come una partita a scacchi, in un certo senso. Si può davvero dire che non ci sono 2 partite di baseball uguali.
Ogni allenatore presenta un ordine di battuta diverso e un lanciatore partente differente. L’avversario farà delle contromosse, schierando giocatori che hanno la possibilità di avvantaggiarsi contro quel determinato ordine di battuta. Avrete notato che, quando parte un mancino, la squadra avversaria toglie quasi tutti i mancini dal ‘line up’.
In ogni partita, si assiste ad una partita nella partita tra i 2 manager. Ognuno dei 2 cerca di battere l’altro sul fronte della strategia e per questo deve vivere la partita nel futuro, pensando alle riprese successive a quella che si sta giocando. Ogni lancio ha conseguenze; ogni giocata ha delle conseguenze. Fate attenzione ai dettagli di una partita e vi sembrerà di perdervi nella loro enormità e nella loro semplicità.
E’ proprio come la vita: ogni giorno è diverso da quello precedente. Eppure, anche se quel che accade non è mai lo stesso, ogni giorno ci si sveglia e si ricomincia da capo.

Il baseball ha la sua cucina e questo fa parte della tradizione. Ogni tifoso di baseball deve mangiare un hot dog, bere una birra, sgranocchiare noccioline e, soprattutto, i tradizionali crackerjack.
In molti stadi ci si può portare il cibo all’interno (non al ‘BOB’ in Arizona!). Anni fa ricordo che andai ad una partita ad Oakland con un’amica e le mie 2 figlie. Era il 4 luglio, il giorno in cui il mio paese celebra l’Indipendenza dalla Gran Bretagna. E’ la giornata dedicata ai barbecue, al baseball e alle torte di mele, un ‘classico’ americano. Eravamo andati alla partita anche per vedere lo spettacolo di fuochi d’artificio al termine. Verso il quinto inning la mia amica mi chiese se volevo della torta di mele. Le risposi: ‘Certo, mi sembra grandioso!”. Così lei inizio a tirar fuori piatti di porcellana, posate d’argento e la più grossa torta di mele che avessi mai visto! Risi moltissimo. Vi immaginate vedere qualcuno che mangia su piatti di porcellana e con posate d’argento in uno stadio? Grandioso, davvero! Una telecamera ci inquadrò mentre mangiavamo e ci rivedemmo sul tabellone luminoso. Il pubblicò impazzì letteralmente. Non dimenticherò mai questo momento. Ci sarebbe stato, a qualsiasi altro evento sportivo? Ne dubito molto…

Ci sono suoni nel baseball che non si ritrovano in nessuno altro gioco. Il ‘toc’ della mazza che incontra la palla. Il suono come di legno spezzato quando una palla veloce è lanciata sulle mani di un battitore. Lo schiocco della palla nel guantone del catcher. Il suono degli arbitri che chiamano gli strike e i ball dietro casa base. E il suono provocato dai tifosi, il loro chiacchiericcio quando fanno il tifo o se la prendono con qualcuno.

Nel baseball ci sono anche profumi unici. L’erba appena tagliata. Il profumo dei guantoni di pelle. Il profumo che viene dalle griglie quando si cuoce il cibo. Il profumo delle mazze ricoperte di resina. Ognuno di questi profumi evoca ricordi che non vi abbandoneranno mai, se siete appassionati di baseball. Chiedete a qualunque tifoso, vi rifarà la mia stessa lista.

Ci sono così tante visuali per osservare questo gioco perfetto; possono farvi male agli occhi con la loro bellezza.
Il contrasto tra l’erba verde e le linee di gesso bianco che delimitano il campo buono, il cielo terso, i colori di tutte le persone sedute sugli spalti e delle loro magliette colorate. La vista dei giocatori in divisa, con la squadra di casa in bianco e la squadra ospite in grigio. Anche gli allenatori sono in divisa. Quale altro sport può vantare una cosa del genere? Non vi dà l’idea che il capo conta esattamente come chiunque altro?

La miglior ragione per cui il baseball è proprio come la vita è che ognuno lo può giocare con successo. La taglia non conta. Non c’è bisogno di essere alti 1.95 o pesare più di 90 chili per giocare a baseball. Prendete l’esempio di Frank Menechino degli A’S di Oakland. Sarà alto 1.65, ma indossa una divisa di ‘Major’ e se lo merita! Marvin Bernard sarà 1.70, ma è l’esterno centro titolare dei Giants di San Francisco. Paul Lo Duca dei Dodgers di Los Angeles è 1.62 e la scorsa settimana ha chiuso una partita battendo 6 su 6. Incredibile!
Certo, ci sono anche quelli come Randy Johnson, che ti intimidisce con i suoi 2 metri e 10. Ma nemmeno lui è invincibile. Pedro Martinez ha un controllo impressionante, tira fortissimo eppure non arriva a 1.80. Com’è possibile? Come fa il suo corpo a generare tanta velocità? Gli sono serviti anni di allenamento e disciplina. Esattamente come nella vita: per avere successo ci vogliono anni di pratica e disciplina.
Il baseball, come la vita, è anche un lavoro di squadra. Nessuno di noi sarebbe arrivato dove si trova oggi senza l’aiuto degli altri. Impossibile.
Così, un lanciatore non può ne vincere ne perdere una partita da solo. Nemmeno gli interni possono vincere o perdere da soli. E’ un lavoro di squadra.
Ci sono giornate buone e giornate cattive. Ogni giorno una persona diversa può essere l’eroe. Tocca a tutti. C’è equilibrio.
In corso d’opera può sembrare una battaglia e una delle due squadre finirà con il vincere, ma ci sarà sempre domani…o il prossimo campionato. Il gioco ci sarà sempre. E sarà lo stesso.
Cambieranno le uniformi e magari chi le indossa ma, un anno dopo l’altro, 9 uomini in divisa entreranno in campo e le basi saranno sempre a 27 metri l’una dall’altra e ci saranno da giocare 9 inning con una mazza di legno e una pallina ricoperta di pelle davanti a dei tifosi.

Che Dio benedica il gioco del baseball…Ma, un momento, penso che lo abbia già fatto…


traduzione di Riccardo Schiroli

Informazioni su claire 65 Articoli
Claire Matthew è nata e cresciuta nella 'Marin County', poche miglia a nord di S. Francisco.Da bambina ha osservato a 'Candlestick Park' i vari Willie Mays, Willie Mc Covey e Juan Marishal esibirsi con la maglia dei San Francisco Giants. Così, dalla più tenera età, si è innamorata del baseball e ha iniziato a scambiare figurine con i suoi fratelli Chris e Paul.Successivamente il baseball è diventato una professione. Per 5 anni ha lavorato proprio per i Giants come 'coordinatrice degli eventi promozionali' presso l'ufficio 'vendita biglietti'.Il suo secondo amore sono le gare automobilistiche. Claire è stata coinvolta in competizioni di ogni livello, lavorando per diverse 'scuderie' come addetta alle pubbliche relazioni e alle sponsorizzazioni.Oggi è una libera professionista nel settore delle pubbliche relazioni. Il suo ufficio è a Greenbrae, nella California del nord. E' specializzata nell'organizzare eventi per la raccolta di fondi e nell'ottenere spazi sui media per le organizzazioni coinvolte negli eventi.E' la madre 'single' di Alison (20 anni) e Rhianna (19).

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