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Marco Mazzieri: «Ripartirò con un progetto nella mia Grosseto»

di Maurizio Caldarelli
L'ex tecnico dell'Italia parla dei programmi futuri e di quello che servirà al nostro baseball per trasformare la professionalità e la credibilità acquisita negli ultimi 10 anni in maggiore visibilità per il movimento
Marco Mazzieri nel dugout dell'Italia con il pitching coach Sweeney
Marco Mazzieri nel dugout dell'Italia con il pitching coach Sweeney
© MG Oldmanagency

Marco Mazzieri, il manager della nazionale che ha salutato al termine del World Baseball Classic, dopo dieci anni sulla panchina azzurra vissuti intensamente, ripartirà con un progetto a Grosseto, in quello che è stato il suo stadio da quando aveva 14 anni.
«Adesso ho voglia di riposarmi un pochino - dice il tecnico toscano - poi vorrei mettere insieme un gruppo di persone. Non è un segreto: mi piacerebbe in qualche modo ricreare entusiasmo a Grosseto e far rinascere una piazza importante per il baseball italiano. Ho fatto un giro di telefonate, vediamo cosa succede. Io sono dentro lo stadio Roberto Jannella dal 1976-77: ci ho passato tutta la vita, ci sono diventato grande. Mi piacerebbe fare qualcosa per far rinascere Grosseto».
Con Mazzieri il discorso è nuovamente scivolato sui dieci anni in azzurro, sul fatto che grazie al lavoro dell'allenatore i giocatori sono diventati più professionali, più credibili.
«Io credo - spiega Mazzieri - che ci siamo guadagnati una credibilità a livello internazionale che non c'era e la decisione di ex giocatori come Punto e Catalanotto o dello stesso Sweeney a voler far parte di questo gruppo, come coach al World Classic, ne è la dimostrazione. Se uno come Descalso, che ha vinto le World Series, alza il telefono e chiede di venire a giocare per l'Italia perché ci tiene, è un questione di grossa credibilità, come un altro dei successi, che non sono vittorie e sconfitte. Un altro indizio: quando chiediamo in giro per il mondo ospitalità, come è stato quest'anno con Oakland che ci hanno messo in capo tutto il loro centro di preparazione, è un biglietto da visita, che sarà bene sfruttare da ora in poi.
Come si può trasformare questa credibilità in visibilità e crescita del movimento italiano?
«Bisogna rendersi conto che se vogliamo vendere il prodotto baseball bisogna invogliare la gente ad andare allo stadio. Lo spettacolo da mettere in campo è importante ma sono importanti anche altre cose: se in America è un passatempo. E' vero che hanno una cultura del baseball maggiore della nostra, però è anche vero che andare al campo di baseball non è solo andare a vedere la partita. Se vogliamo riportare la gente sugli spalti, bisogna anche trovare il modo di far passare 2-3 belle ore di tempo alle persone. In questi anni le società spesso si sono purtroppo trovate a fare i conti con budget limitatissimi e hanno indirizzato quei pochi soldi da una parte piuttosto che dall'altra. Il bello del baseball è anche il campo vero e proprio. Il campo è una bellezza. E non te ne rendi conto se continui a tenere erbacce, dugout che fanno schifo, l'erba all'esterno che fa schifo quando viene inquadrato dalle telecamere. Perché sembra tutto più bello quando vai all'estero o perché i nostri giocatori sembrano più bravi quando li vedi in televisione? Perché è l'ambiente che ti circonda a farti dare di più e meglio. Occorre mettersi intorno ad un tavolo, tirarsi su le maniche e guardarsi in faccia. Vogliamo far migliorare questo baseball? Bisogna passare anche da questo qua. E' vero c'è da allargare la base, l'alto livello, ma dobbiamo pensare a far star bene le persone, creare delle aree ristoro».
NO ALLE DUE GARE. «Per quello che riguarda il campionato non mi trova d'accordo la decisione di ridurre a due incontri settimanali, il venerdì e sabato. Io sarei rimasto a tre ed anzi avrei trovato il modo di fare la quarta partita, magari la domenica pomeriggio. I nostri ragazzi, che fanno salti mortali per essere presenti, si trovano nei tornei internazionali a giocare nove volte in dieci giorni e sono in grave difficoltà con un campionato che non li prepara adeguatamente. Diventa difficile sviluppare talento con poche gare. Con due partite alla settimana dimentichiamoci di poter alzare il nostro livello».
In particolare Mazzieri fa presente un grosso problema, i lanciatori: «Questa è la nostra pecca, è inutile che ci nascondiamo e io non so nemmeno cosa fare: se non riusciamo a sviluppare lanciatori nostri diventa difficile. Negli ultimi dieci anni non ne è venuto fuori nessuno che non siano stati Maestri, che però dopo qualche anno se n'è andato all'estero, o Tiago Da Silva, poi trasferitosi in Venezuela e Messico dopo il Classic 2013. Panerati ha fatto delle buone stagioni, poi con i vari infortuni che gli sono capitati, ma ci sono mancate le sue prove del 2011 e del 2012. Non è che abbiamo così tanti lanciatori di livello e per competere a livello internazionale servono i lanciatori».
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