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Lo score e il racconto: e se il baseball fosse una finzione?

di Luigi Giuliani
Un tabellino di gara su un giornale e uno scout in cerca di talenti: è la situazione iniziale del racconto “The Phantom League” di Charles Van Loan che ci fa riflettere sulla struttura narrativa del baseball
Il gioco "Board of dreams" di Marco Pieri
Il gioco "Board of dreams" di Marco Pieri
© pinco11.blogspot.it

"Tanti anni fa il baseball era un passatempo. Poi divenne un esperimento commerciale, crebbe fino a creare dei profitti, ed ora, in quanto a investimenti, interessi e seguito popolare, è la più grande industria dell'intrattenimento all'aperto del mondo". Questa frase che sa tanto di modernità, è stata scritta più di cento anni fa. La leggiamo in apertura di The Phantom League, un racconto pubblicato nella raccolta The Ten-Thousand-Dollar Arm (1912) di Charles Van Loan, uno dei pionieri della baseball fiction al tempo della Dead-Ball Era. Continua Van Loan spiegando che "quando il baseball cominciò a essere redditizio i manager cercarono di accaparrarsi degli interpreti che potessero assicurar loro dei lauti guadagni al botteghino, cioè dei giocatori in grado di vincere le partite. Il gioco si sviluppò dunque seguendo delle linee scientifiche, e apparvero le Major Leagues, sempre assetate di sangue fresco. [...] È qui che entra in gioco lo scout. Il suo compito è quello di scovare le stelle del futuro".
Rober Davis "Pop" Frisbee era, per l'appunto, uno scout, e anche uno dei più bravi. Ex giocatore delle Minor, era solito lavorare a fari spenti. Si aggirava senza dar troppo nell'occhio per i campi di periferia, visitava i circuiti del baseball di provincia, per poi proporre ai club delle Major sorprendenti campioncini. Il racconto ce lo presenta mentre una mattina a Chicago è in procinto di salire su un autobus per Albuquerque, New Mexico, sede allora di un importante torneo annuale di baseball dove spera di scoprire nuovi talenti. Per caso gli capita fra le mani un giornale di poche pagine, il Messenger, un foglio di provincia pubblicato nello sperduto paesino di San Miguel, Río Arriba County, New Mexico. Per deformazione professionale Pop Frisbee salta le bizzarre notizie della cronaca locale e va dritto alla sezione sportiva, dove scopre con sorpresa che a San Miguel esiste un campionato di baseball, la Independent Northern New Mexico League, giocato da quattro squadre: gli Apaches, che guidano la classifica con 39 vinte, 22 perse e 639 di media, seguite dai Boston Terriers (34-24, .586), i San Miguel Sidewinders (29-27, .518) e i Johnson's Coyotes (14-43, .246).
Ma la sorpresa è ancor più grande quando scruta il box score della partita giocata fra gli Apaches e i Boston Terriers. Le cifre in attacco -di squadra e individuali- sono strabilianti: un tal Aztec Antonio ha messo a segno due fuoricampo e un doppio; un certo Singing Mule un triplo e due doppi; Footloose Pete ha 4 su 4: un homerun, un triplo e due singoli; Bald Hornet due tripli. E l'articolo che accompagna le statistiche non era da meno: "Non c'è mai stata una squadra così potente in attacco in nessun campionato di questo Paese. Kilbourne, che ha lanciato per i Boston Terriers, ha esibito il suo solito controllo, sfoderando un repertorio di curve e cambi di velocità, eppure uno dopo l'altro i battitori degli Apaches si sono presentati al piatto e hanno spedito la palla verso la recinzione del fuoricampo. E se i Terriers hanno pasticciato in difesa è stato perché le battute viaggiavano a tale velocità da rendere la palla fisicamente impossibile da giocare".
Pop Frisbee si stropiccia gli occhi: a San Miguel ci sono dei giocatori eccezionali, un vero tesoro nascosto che può valere molto se ben venduto ai grandi Club. Altro che Torneo di Albuquerque! Bisogna assolutamente andarli a vedere. Detto fatto, lo scout si imbarca in un lungo viaggio su treni, autobus e mezzi di fortuna, finché dopo tre giorni arriva nel desolato villaggio di San Miguel, una manciata di case in una pianura polverosa e bruciata dal sole. Di campi da baseball, neanche l'ombra. Chiede ai passanti, ma nessuno ha mai sentito parlare di squadre come gli Apaches o i Terriers, e ancor meno di una lega indipendente. Quando esibisce la copia del Messenger, c'è chi gli risponde in spagnolo e gli indica una casa. Dentro, a un tavolo sono seduti due uomini intenti a trafficare con carte, fogli, matite e una coppia di dadi. "Quello era uno strike, Jeff!" "Doppio! Il corridore in seconda segna il punto!" "Chi era, Hayes o Tilden?" "Sono tre inning che aspetto una curva. Coraggio, lanciamene una e vedrai come te la batto!" Dalla stanza accanto una voce grida: "Come va quella partita, Tony? Gli Apaches se li stanno mangiando come al solito? Forza Singing Mule, fagliela vedere!". "Il punteggio è di 8 a 3 al quinto inning!"
Per un momento Frisbee pensa di essere arrivato in un ospizio per tarati mentali, poi capisce: quegli uomini stanno giocando una partita di baseball con dei dadi, e i risultati poi vengono pubblicati sul Messenger!
Chi volesse scoprire altri dettagli (e il finale) della storia potrà leggere The Phantom League nelle Collected Baseball Stories di Charles Van Loan, a cura di Trey Strecker (McFarland&Company, 2004). Nel frattempo, possiamo riflettere su alcuni aspetti del racconto che ci dicono molto sulla struttura e su quelle peculiarità del nostro sport che ne fanno un eccezionale generatore di narrazioni.
Due sono gli aspetti sui cui mi soffermerò. Il primo è che a differenza di altri sport che rappresentano sul campo uno scontro fra due eserciti (calcio, rugby, pallamano, etc.), il baseball è costituito da azioni che rimandano in gran parte alla struttura del viaggio (il movimento circolare del partire e tornare a casa: ne parlammo tempo fa in questa rubrica riprendendo idee di Bartlett Giamatti) e che sono "discrete", sono cioè facilmente individuabili nel corso del gioco in quanto separate e distinte. Inoltre le azioni si articolano e si svolgono su un campo da gioco segnato da punti riconoscibili dello spazio. Ogni giocata, ogni gesto -dai lanci, alle battute, alle assistenze sulle basi, etc.- è legata a una serie di coppie di valori che ne determinano gli esiti seguendo un sistema binario: strike o ball, fair o foul, out o salvo. Quindi a differenza del movimento del calciatore -difficile da descrivere spazialmente nel continuum della partita-, le azioni di un battitore/corridore o di un difensore sono limitate nel numero e nelle tipologie, e descrivibili sempre in termini di successo o fallimento.
Il secondo aspetto da considerare è quello della trascrizione della partita. Precisamente per quanto detto prima riguardo la struttura, il baseball è un'attività performativa che può essere descritta grazie a un sistema di trascrizione esaustivo. Ovviamente la descrizione delle azioni di gioco non solo rimanda a tipologie predefinite, come già detto, ma passa per un processo di stilizzazione e semplificazione che inevitabilmente ci restituisce l'essenza ma non i dettagli della giocata. Sapremo, per esempio, che un terza base ha effettuato una presa e ha eliminato il battitore che correva verso la prima, e che quindi la palla battuta verso di lui ha toccato terra prima di essere intercettata nella zona di campo normalmente occupata da quel difensore, ma non potremo sapere se la presa è stata effettuata sulla sua destra o sulla sua sinistra, se ha tirato verso il basso o verso l'alto, costringendo il prima base ad allungarsi o a saltare, con quanto anticipo sul corridore la palla è giunta in prima etc.
Tutto ciò fa sì che una partita baseball si presti bene a essere riprodotta in un gioco da tavolo, ma fa anche sì che possa essere assimilata a un racconto composto da quelli che i teorici della letteratura chiamano "motivi", cioè le unità minime della narrazione che, messe in fila e combinate insieme, costituiscono una trama. Esattamente come una favola può essere dunque ridotta a pochi motivi catalogabili ricorrenti nei racconti folklorici (il principe si innamora della ragazza, la matrigna si oppone al matrimonio, i due fuggono, ecc.), una partita di baseball può essere riassunta raccontandone una a una le giocate trascritte sullo score: primo inning, Tizio out al volo all'esterno centro; Caio doppio all'esterno sinistro; Sempronio strike out, ecc., descrivendo e "riempiendo" di parole (quindi creando una narrazione) quello che i numeri e i simboli sulla score card presentano in forma scarna.
In The Phantom League, Van Loan costruisce il suo racconto sfruttando proprio queste caratteristiche del baseball e insinuando nel lettore un dubbio: come distinguere la realtà dalla finzione se una partita giocata con i dadi è indistinguibile nella trascrizione da una partita vera? In questo il geniale scrittore della Dead-Ball Era anticipa riflessioni metaletterarie che appariranno nella seconda metà del secolo in autori postmoderni che usano la strutture del baseball per le loro costruzioni narrative, come Robert Coover (The Universal Baseball Association, 1968) e Paul Auster (From Hand To Mouth, 1997), autori di romanzi ci occuperemo nei nostri prossimi appuntamenti. 
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