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Mai lasciar passare i primi due lanci

di Luigi Giuliani
“Casey at the Bat” è il primo grande testo della letteratura sul baseball: una poesia memorabile a un out dalla fine di una partita tragicomica
Casey che avanza verso il piatto, tratto da un'illustrazione di Dan Saire Groesbeck (1912)
Casey che avanza verso il piatto, tratto da un'illustrazione di Dan Saire Groesbeck (1912)
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Da dove prende avvio la letteratura sul baseball? Tutto cominciò con una poesia. Ernest Lawrence Thyer, un giovane laureato a Harvard autore di testi umoristici per il San Francisco Examiner, scrisse e pubblicò il 3 giugno1888 un divertente resoconto in versi dell'ultimo inning di una partita immaginaria: "Casey at the Bat: A Ballad of the Republic". Eccone il testo (la traduzione italiana è del sottoscritto):

The outlook wasn't brilliant for the Mudville Nine that day;
the score stood four to two, with but one inning more to play.
And then when Cooney died at first, and Barrows did the same,
a sickly silence fell upon the patrons of the game.

A straggling few got up to go in deep despair. The rest
clung to that hope which springs eternal in the human breast;
they thought, if only Casey could get but a whack at that -
they'd put up even money, now, with Casey at the bat.

But Flynn preceded Casey, as did also Jimmy Blake,
and the former was a lulu and the latter was a fake,
so upon that stricken multitude grim melancholy sat,
for there seemed but little chance of Casey's getting to the bat.

But Flynn let drive a single, to the wonderment of all,
and Blake, the much despised, tore the cover off the ball;
and when the dust had lifted, and the men saw what had occurred,
there was Jimmy safe at second and Flynn a-hugging third.

Then from five thousand throats and more there rose a lusty yell;
it rumbled through the valley, it rattled in the dell;
it knocked upon the mountain and recoiled upon the flat,
for Casey, mighty Casey, was advancing to the bat.

There was ease in Casey's manner as he stepped into his place;
there was pride in Casey's bearing and a smile on Casey's face.
And when, responding to the cheers, he lightly doffed his hat,
no stranger in the crowd could doubt 'twas Casey at the bat.

Ten thousand eyes were on him as he rubbed his hands with dirt;
five thousand tongues applauded when he wiped them on his shirt.
Then while the writhing pitcher ground the ball into his hip,
defiance gleamed in Casey's eye, a sneer curled Casey's lip.

And now the leather-covered sphere came hurtling through the air,
and Casey stood a-watching it in haughty grandeur there.
Close by the sturdy batsman the ball unheeded sped--
"That ain't my style," said Casey. "Strike one," the umpire said.

From the benches, black with people, there went up a muffled roar,
like the beating of the storm-waves on a stern and distant shore.
"Kill him! Kill the umpire!" shouted someone on the stand;
and it's likely they'd have killed him had not Casey raised his hand.

With a smile of Christian charity great Casey's visage shone;
he stilled the rising tumult; he bade the game go on;
he signaled to the pitcher, and once more the spheroid flew;
but Casey still ignored it, and the umpire said: "Strike two."

"Fraud!" cried the maddened thousands, and echo answered fraud;
but one scornful look from Casey and the audience was awed.
They saw his face grow stern and cold, they saw his muscles strain,
and they knew that Casey wouldn't let that ball go by again.

The sneer is gone from Casey's lip, his teeth are clenched in hate;
he pounds with cruel violence his bat upon the plate.
And now the pitcher holds the ball, and now he lets it go,
and now the air is shattered by the force of Casey's blow.

Oh, somewhere in this favored land the sun is shining bright;
the band is playing somewhere, and somewhere hearts are light,
and somewhere men are laughing, and somewhere children shout;
but there is no joy in Mudville - mighty Casey has struck out.

--------------------------------------------

Per i Mudville Nine quel giorno tutto si era messo male:
quattro a due era il punteggio, resta un inning da giocare;
quando Cooney fu out in prima, e lo stesso fece Barrows,
fra i tifosi calò tetro un silenzio sepolcrale.

Se ne andarono via in molti, disperati, mentre il resto
si afferrò a quella speranza che ogni uomo alberga in petto;
e pensavano: se Casey in battuta fosse adesso,
colpirebbe quella palla, del denaro ci scommetto.

Ma era il turno di un tal Flynn, poi veniva Jimmy Blake
(era un damerino il primo, il secondo una gran schiappa):
e l'angoscia serpeggiava ed ognun avea paura
che il gran Casey non sarebbe mai andato alla battuta.

Flynn invece battè un singolo, sorprendendo tutti quanti,
mentre Blake il disprezzato spaccò in due quella pallina;
e, passato il polverone, l'accaduto si chiarì:
Jimmy Blake era in seconda, salvo in terza c'era Flynn.

Cinquemila gole urlarono, un clamore crebbe roco
che echeggiò nella vallata, rotolò lungo i pendii,
rimbalzò sulla montagna, si raccolse giù in pianura,
perché Casey, il grande Casey, stava andando alla battuta.

Con disinvoltura Casey si piazzava dentro al box,
col suo fiero portamento, col sorriso acceso in volto,
e allorquando con un tocco del berretto li saluta,
ogni uomo, ogni tifoso, sa che Casey è alla battuta.

Diecimila occhi osservano: con le man sfrega la mazza,
cinquemila voci osannano: le pulisce sulla maglia;
e poi quando il lanciatore prende in mano la pallina,
è sfrontato quello sguardo, ha una smorfia sulle labbra.

Quella sfera ricucita con del cuoio fende l'aria,
ma rimane Casey immobile e la guarda con disprezzo;
la pallina va e lo sfiora ora a gran velocità
ma lui dice: "Questa no"; strilla l'arbitro: "Strike one!"

Dalla folla sugli spalti sale un suono, si ode un rombo
come le onde contro un lido di un oceano lontano;
fra di loro c'è chi grida: "Dagli all'arbitro! Uccidetelo!"
e l'avrebbero ammazzato, ma il gran Casey alzò la mano.

Sorridendo generoso, il gran Casey brilla in volto,
con un gesto ferma il grido e riprende adesso il gioco.
Ecco il cenno al lanciatore, ora sono a tu per tu;
ecco il lancio, Casey è fermo: grida l'arbitro "Strike two!"

"C'è del marcio!" gridan tutti, e ripetono "È un imbroglio!"
ma il gran Casey con lo sguardo azzittisce quel tumulto.
Ora il volto si fa serio, tende i muscoli e il respiro:
tutti sanno che stavolta non farà passar quel tiro.

Non più ha riso sulle labbra, stringe i denti, sprizza odio:
con violenza batte Casey il bastone sopra il piatto;
tiene il pitcher nel guantone quella palla che ora scaglia,
e ecco l'aria sconquassata dal gran giro della mazza.

Ahimé, altrove in questa terra brilla il sole luminoso,
della musica risuona, vi son cuori più felici,
vediam uomini e bambini, gente rider soddisfatta,
ma qui a Mudville non c'è gioia- perché Casey è andato kappa!

Pochi mesi dopo la sua pubblicazione, il 14 agosto 1888, William DeWolf Hopper, un noto attore specializzato in ruoli comici, recitò Casey at the Bat al cospetto dei Giants e dei Cubs prima della partita in cui il lanciatore Tim Keefe, futuro Hall of Famer, avrebbe interrotto il suo record di diciannove vittorie di seguito. La poesia piacque e DeWolf Hopper ne fece il suo cavallo di battaglia in innumerevoli recital e spettacoli di vaudeville. Casey at the Bat si diffuse quindi in tutti gli Stati Uniti, venne ripubblicato molte volte, crebbe in popolarità fino a diventare uno dei testi poetici più conosciuti del Paese: veniva insegnato agli scolari, memorizzato dai tifosi, recitato in riunioni famigliari, e il suo protagonista, "the mighty Casey", divenne ben presto una delle grandi figure del folklore americano, accanto a personaggi tradizionali come Paul Bunyan o Johnny Appleseed.
Casey at the Bat è la storia di un fallimento individuale e collettivo. Casey è l'uomo che confida eccessivamente in se stesso, che lascia passare due lanci, convinto di poter battere il terzo, ma cade vittima della propria sicumera. Il suo è un peccato di arroganza, quello che la tragedia greca chiamava hybris: Casey sfida non solo il pitcher avversario ma anche il fatum, le leggi che regolano la condotta degli uomini, ogni principio di prudenza, proprio nel momento in cui i tifosi di Mudville (la sua comunità di appartenenza) affidano alla sua mazza il loro destino. Splendido il tratteggio di quella folla trattata come un solo individuo: un gigante che si dispera, si esalta, spera, ruggisce come le onde dell'oceano, vive emotivamente e senza poter intervenire le vicende che contempla dagli spalti. Un po' pubblico, un po' coro ditirambico, la folla si immedesima nell'eroe tragico e viene travolta dalla sua caduta quando vede svanire l'ultima opportunità che il destino, con due out al nono inning, le aveva inaspettatamente offerto per poter vincere la partita.
Casey siamo tutti noi, noi che ci presentiamo al piatto, noi a cui vengono date -come nelle fiabe- tre opportunità. Il baseball -il gioco ciclico- ci grazia ogni volta e ci spinge a provare di nuovo la sorte e noi stessi. Ma gli inning non sono infiniti e indietro non si torna. Dopo la fine della partita rimane solo il racconto, il ricordo di ciò che è stato e il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere. La poesia di Thayer è per questo una metafora leggera e al tempo stesso profonda della vita. E Casey, nella sua grandezza e nella sua miseria, si erge ai nostri occhi come un gigante immortale.

 

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  1. 1Giuseppe TrovatoScritto il 8 feb 2017 (18:13)

    Precisazione correttiva: mi ero dimenticato di specificare che il titolo della spassosa e interpretativa versione in dialetto milanese di "Casey at the Bat", ad opera di Lou Campo (eseguita a fine anni ''40 - inizi anni ''50), è "El Brambilla à la batuda".

  2. 2Giuseppe TrovatoScritto il 8 feb 2017 (17:53)

    Mi ero dimenticato di specificare che il titolo della spassosa e interpretativa versione in dialetto milanese di "Casey at the Bat", ad opera di Lou Campo (eseguita a fine anni '40 - inizi anni '50), è "El Brambilla à al batuda".

  3. 3Giuseppe TrovatoScritto il 8 feb 2017 (12:17)

    Molto interessante e stimolante, del resto come sempre, l'articolo di Luigi Giuliani. Vorrei soltanto apportare alcune note aggiuntive sull’argomento riguardante “Casey at the Bat”, tratte integralmente da un mio scritto pubblicato su un giornaletto che qualche anno facevo circolare all’interno di una squadra amatoriale di Milano, note che seguivano varie specifiche considerazioni sul significato complessivo del componimento poetico in questione: “…Per la cronaca due località denominate Mudville, una nel Massachussetts (stato in cui era cresciuto l’autore e dove scrisse in effetti la poesia) e l’altra in California (dove fu pubblicato lo scritto) rivendicano tuttora, sebbene a suo tempo entrambe smentite dall’autore stesso, lo scenario dell’immaginario racconto. Si sono, inoltre, succedute varie continuazioni della versione originale, una delle quali, dal titolo “Casey’s Revenge” (La Rivincita di Casey), enfatizza la decisiva battuta vincente dell’ormai soprannominato “Strike-out Casey” contro il medesimo lanciatore che l’aveva prima sconfitto. L’unica traduzione dall’inglese veramente conosciuta è una recentissima versione in francese (“Casey au baton”), scritta nel 2007 dal franco-canadese Paul Laurendeau. Risulta ormai dimenticata, invece, la suddetta traduzione in milanese che, presentata nella pagina seguente, è opera di uno dei grandi pionieri del baseball italiano, l’italo-americano Louis E. Campo (traduttore e supervisore, tra l’altro, del primo regolamento italiano di baseball e del primo manuale del classificatore, nonché autore del primo opuscolo divulgativo del gioco) che la scrisse alla fine degli anni ’40, quando il baseball, negli animi dei pionieri e dei neofiti, concretizzava un entusiasmo e una speranza tanto forti da far ritenere spontanea e naturale tale trasposizione epica ed ironica di fatti, terminologie e nomi tipici d’oltreoceano in una realtà locale della periferia milanese, nonostante la specifica contingenza della sfavorevole ma ironica conclusione narrata. Così, tra l’altro, Mudville diventa Affori (quartiere del resto vicino al nostro campo) e Casey diventa Brambilla. I colori arancio-blu qui utilizzati (arancione è pure il colore delle nostre casacche) ricordano quelli dell’Ambrosiana di Milano, squadra protagonista dei primi campionati italiani a cavallo degli anni ’50 (poi rifondata verso la fine degli anni ’60) e di cui Lou Campo (ora nella Hall of Fame della Fibs) era fondatore, presidente, manager e giocatore: questi colori da lui scelti sono, infatti, quelli di New York, sua città di nascita, di formazione e di diretta provenienza (colori in seguito assunti dai New York Mets all’atto della loro fondazione nel 1962).” Potrei un giorno rendere in qualche modo pubblica la sopra richiamata spassosa ed efficace versione in milanese del componimento poetico, magari con opportuni ritocchi e rimaneggiamenti formali per non far storcere il naso a qualche eventuale purista del dialetto meneghino, dato che il milanese di Lou Campo non era in effetti perfetto data la particolare combinazione delle sue origini piemontesi e americane.

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